Di Piero Gobetti, di cui il 16 febbraio ricorre il centenario della nascita, in questi giorni si è detto molto, ma poco delle sue sintonie con quella parte del mondo cattolico critico nei confronti del fascismo, in particolare con il Partito popolare e Igino Giordani, che di quel partito era addetto stampa. «L’intreccio di rapporti tra Gobetti e una considerevole aliquota di popolari – sottolinea lo storico Francesco Traniello – non si era limitato né alle relazioni di carattere personale e neppure alle esplicite manifestazioni d’interesse politico per i fatti e gli orientamenti di quel partito, ma si era via via tradotto in vera e propria collaborazione, che lasciava intendere come Gobetti fosse giunto ad attribuire ai popolari un ruolo basilare nella lotta contro il fascismo, e come, viceversa, i popolari antifascisti avessero trovato in Gobetti un punto di riferimento esterno, capace di interloquire positivamente con loro».

Piero Gobetti (ph Wikipedia)
L’interesse per il popolarismo sturziano matura nell’intellettuale torinese tra il 1923 e il 1924. «Una sincera e convinta ammirazione per la sua intransigenza antifascista, per il modo nuovo di porsi sia nella vita politica nazionale sia nei confronti del mondo cattolico», sostiene Francesco Malgeri nella introduzione a Rivolta cattolica. «Quel giovane partito gli apparve come una delle prime voci perfettamente coscienti delle funzioni che devono assumere i moderni partiti democratici». Sia pur dal versante laico e liberale, Gobetti guarda al partito di ispirazione cattolica con interesse e simpatia. «Tanto che – osserva, in un articolo per LaicaMente, Pietro Polito, direttore del Centro studi dedicato al pensatore torinese – si può fare cominciare con Gobetti una piccola storia delle eresie politiche italiane novecentesche».
Piero Gobetti pubblica testi di autori di varia estrazione culturale, tra cui il cattolico Igino Giordani con, appunto, Rivolta cattolica e il protestante Giuseppe Gangale con Rivoluzione protestante, entrambi usciti nel 1925. «Con una ispirazione distante se non opposta tra loro – scrive ancora Pietro Politi –, il cattolico e il protestante convergono con Gobetti nella ricerca di una religiosità laica».
Il punto di fondo è l’atteggiamento nei confronti del fascismo, le cui seduzioni non lasciano insensibile una parte del mondo cattolico e della Chiesa. Questo ha come conseguenza il progressivo distacco di alcune personalità dal popolarismo. Tuttavia, la parte più strettamente legata a Luigi Sturzo, Igino Giordani su tutti, ricerca convergenze con altre forze antifasciste. «Il riflusso del mondo cattolico su una posizione di apoliticità verso il popolarismo – sostiene Federico Mazzei nella sua tesi di dottorato dedicata al rapporto tra cattolici e liberali – non produsse in Giordani la desistenza all’aconfessionalità sturziana, ma la radicalizzò ulteriormente nella direzione di convergenza esterna coi settori di cultura laica e liberale». E Antonio Carioti nella prefazione al volume La rivoluzione liberale ricorda che secondo Gobetti, «anche un cattolico o un comunista liberale poteva benissimo contribuire all’affermazione di un genuino spirito purché agisse per risvegliare i concittadini dal torpore, spronarli all’impegno, educarli alla lotta».
L’editrice di Gobetti diventa un punto di riferimento dei cattolici popolari. Di Luigi Sturzo pubblica, nel 1924, Popolarismo e fascismo e, nel 1925, altre due opere: Pensiero antifascista e La libertà in Italia. Lo stesso anno, oltre a Rivolta cattolica di Giordani, esce Religione e politica di Vito Giuseppe Galati. C’è affinità d’intenti tra il pensiero politico liberale di Gobetti e quello di matrice cattolica non clericale dei popolari. Entrambi si muovono nella stessa direzione, convinti che il vero avversario sia il fascismo. Gobetti prima di altri aveva capito la minaccia che il fascismo era per la libertà. Anche i popolari lo avevano compreso. Questi ultimi nell’antifascismo vedevano una riscossa dello spirito. «Essere veri – scrive Giordani in Rivolta Cattolica – significa che quelle massime che professiamo, dobbiamo affermarle quando più si ottenebra il senso morale, quando più provvidenzialmente la luce del cristianesimo può richiamare dalle aberrazioni l’umanità lacera di odi e di risse». È una affinità solo pragmatica? Probabilmente no. Entrambi, Gobetti e i popolari, avevano consapevolezza di una valorialità di fondo comune, importante per la costruzione di un Paese moderno, post-risorgimentale. Entrambi, loro malgrado, erano profeti di un mondo nuovo, a rischio della loro stessa vita. Piero Gobetti morì esule, nel 1926, a Parigi per i postumi delle violenze fasciste.
