«Passa per il dialogo la sfida della modernità»

Parla la co-responsabile, insieme a Franco Pizzorno, della segreteria internazionale del Movimento Umanità Nuova, che alle Settimane Sociali guiderà il gruppo “transizioni istituzionali”. Intervistata dal quotidiano Avvenire.
Lucia Fronza

Dialogo è la parola chiave del contributo dei Focolari alla Settimana Sociale di Reggio. Lucia Fronza Crepaz ha partecipato alla stesura del documento presentato dal Movimento e a Reggio, con Luca Antonini, dirigerà il gruppo di studio sulle transizioni istituzionali. La signora Fronza è stata deputata per più legislature e nei Focolari è co-responsabile della segreteria del Movimento Umanità Nuova.

 

Quando la Cei ha chiesto il contributo del Movimento, cosa avete provato?

Felicità. Per essere stati interpellati insieme a tutti gli altri. È stata una idea geniale e tipicamente cattolica: chiamare, prima di stilare il programma, o meglio, andare nelle sedi delle varie associazioni per raccogliere le aspettative, i carismi, i linguaggi diversi. Porteremo prima di tutto quello che Chiara Lubich ci ha donato: la cultura della Risurrezione. Non tanto come risposta ai tempi grami, ma come una speranza che poggia sulla certezza della Pasqua di Gesù che si nutre di orizzonti vasti e guarda nella prospettiva dell’unica famiglia umana che è la vera meta della storia. Quindi anche dell’Italia, per donarle nel momento dei 150 anni dell’Unita, questa nuova unità che nasce nella speranza dì Gesù risorto.

 

Avete sottolineato il fatto che tutto avvenga a Sud. Perché questo particolare apprezzamento?

Lo abbiamo apprezzato come italiani, e per italiani intendo quelli del Movimento che vivono ad Aosta o in Sicilia, il Sud, come dicono i vescovi nell’ultimo documento sul Mezzogiorno, è una risorsa e, casomai, un problema per tutta l’Italia. Principalmente è una risorsa. Che tutta la Chiesa si unisca ed entri nel tessuto cristiano, sociale e politico del Mezzogiorno diventa una risorsa. Interrogarsi sul nostro futuro dal Sud è un avvenimento importante.

 

Da Chiara Lubich ereditate l’esortazione al dialogo e all’unità. Diceva: «Tutti saranno uno, se noi siamo uno». Il dialogo in questa società che pare così divisa e frantumata?

 

Il dialogo come l’intese Chiara è il riflesso della vita trinitaria, un Dio che è uno e trino. Non chiedendosi perché non abbiamo una identità, ma partendo da una forte identità fondata sulla cultura della Risurrezione si apre un dialogo pieno di speranza. Se si punta al nuovo che c’è in ogni uomo, in ogni cultura, in ogni religione, si tira fuori un filo di speranza.

 

Tutto questo avviene nell’orizzonte della città, che voi indicate come luogo privilegiato. È luogo anche di dialogo?

Possiamo vederla come la "discarica", come qualcuno la chiama, o come luogo della solitudine, o si può guardare alla vocazione della città.

 

Quale vocazione?

Il suo dover essere: il luogo dove la gente si identifica. Ci si può chiedere: e le persone nuove che arrivano? Le loro culture? Fanno parte del futuro delle nostre città. Se abbiamo in mente l’orizzonte della famiglia umana, capiamo che quanto accade nella città fa già parte di essa.

 

Voi Focolari suggerite un laboratorio di città, poiché la parrocchia abbraccia solo una parte di essa e la diocesi travalica i suoi confini. In cosa consiste?

In una città pur piccola ci sono tutte le sfide della globalizzazione: culture e generazioni diverse che si incontrano. Una città è già un laboratorio. Il grande tema del rapporto tra le religioni, ad esempio, può essere anche in mano al singolo cristiano che incontra il musulmano.

Questo micro dialogo sta a dire che in piccolo si possono cominciare a dare risposte alle grandi domande dell’umanità. Questo progetto nuovo può iniziare da una parrocchia, da un sindaco, da un gruppo di cittadini o da più associazioni. La città, invece di essere il luogo in cui tutto si esaspera, può essere il luogo da cui cominciare.

 

La seconda proposta è la cittadinanza agevolata agli immigrati. Perché?

Il messaggio universale che tutti siano uno ci offre la capacità di vedere nell’altro una potenzialità reale e fraterna per costruire insieme il nostro presente e il nostro futuro. L’accoglienza stimola nell’altro il meglio di sé. Aiutare gli immigrati a portare le loro famiglie, a dare un luogo di culto, vuol dire tirar fuori il meglio che possono esprimere, invece di obbligarli alla clandestinità. Allora: accettarli, con delle regole, mettendo in campo il dialogo, che non è un semplice volersi bene. Il dialogo presuppone una conoscenza reciproca, diritti e doveri. La fraternità è qualcosa che va scelta e conquistata. Il dialogo va affrontalo con delle leggi, con una rete di micro rapporti, con delle scelte politiche, con un’accoglienza anche "piccola", nella propria casa. L’accorciare i tempi di accoglienza passa dal cittadino, dalla famiglia, dalla parrocchia e dal legislatore. È un impegno che ci prendiamo insieme.

 

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