Terrorismo, serve un cambio di prospettiva

L'attacco suicida a Manchester evidenzia come dichiarazioni forti e promesse di misure di sicurezza più strette non sortiscano gli effetti desiderati: urge un nuovo approccio. Una riflessione del nostro corrispondente da Londra
(AP Photo/Rui Vieira)

Sono 22 i morti e 59 i feriti dopo l’esplosione alla Manchester Arena. Le persone sono disorientate, e non capiscono come mai qualcuno abbia voluto prendere di mira un gruppo così vulnerabile come delle ragazze a un concerto.

I politici sono usciti con le solite dichiarazioni di rito sulla necessità di non lasciare che i terroristi condizionino le nostre vite e su un ulteriore stretta alle misure di sicurezza; sta di fatto però che per migliaia di persone direttamente coinvolte nella tragedia, i feriti, gli amici e familiari delle vittime, la vita è pesantemente e forse irreparabilmente cambiata.

Al di là di questo, ogni cittadino del Regno Unito è rimasto sconvolto e profondamente colpito dall’attacco. Ciò che sta diventando sempre più evidente è che nulla, nonostante le promesse di misure di sicurezza ancor più severe da parte dei politici e della polizia, può realmente prevenire questo genere di attacchi.

Un singolo attentatore suicida o qualcuno che lancia la sua auto contro la folla è impossibile da fermare. Il meglio che la polizia e i servizi segreti possono fare, insieme ai cittadini, è tenere d’occhio chi si comporta in maniera sospetta. Ancor meglio sarebbe se i leader politici iniziassero a chiedersi seriamente perché i cosiddetti terroristi islamisti siano pieni di un tale odio: qual è la causa che ne sta alla radice, e come può essere affrontata?

I discorsi “muscolari” non portano a nulla. Sicuramente è tempo di un approccio completamente diverso.

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