Sfoglia la rivista
1 9 5 6 A N N I 2 0 2 6

In profondità > Segni

Leone XIV al Corpo Diplomatico, una pace disarmata e disarmante

di Roberto Catalano

- Fonte: Città Nuova

Dopo otto mesi di pontificato, ci stiamo abituando allo stile leoniano (di Leone XIV), che qualcuno giustamente definisce “stile Prevost”. È indubbio che, per quanto riguarda molti aspetti, il primo papa americano si è posto sulla linea del predecessore, ma ha rivelato anche modalità e stile diversi nel porsi di fronte alla Chiesa cattolica e al mondo

Papa Leone XIV 2026 ANSA / Vatican Media

Lo stile Prevost è tutto nelle sue prime parole pronunciate la sera dell’8 maggio: «La pace sia con tutti voi!». Un saluto degno del successore di Pietro che si esprime con le parole del Maestro che appare agli apostoli impauriti e, per questo, serrati all’interno del cenacolo o di qualche altro ambiente che potevano ritenere più o meno sicuro. In questo saluto sta la cifra destinata – sembra ormai chiaro – a caratterizzare questo pontificato, anche per via del panorama mondiale nel quale si muove. Leone XIV aveva poi declinato quell’incipit nel prosieguo del suo primo intervento come papa: «Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi!». E l’ha subito caratterizzata e definita: «Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente».

I primi mesi di pontificato hanno visto Prevost spendersi per questo impegno, in un contesto, che, in questi anni, ha realizzato la lettura che pareva profetica, ma si è rivelata immediatamente reale, che Francesco aveva dato: quello di una “guerra mondiale a pezzi”. Ormai, siamo andati ben oltre quella lettura: quei pezzi sembrano essersi progressivamente collegati in una strategia sempre più tragica e inarrestabile. Ancora più tragicamente è emersa l’ideologia che la guida: la pace la vogliamo tutti, ma se non si usa la forza – e dunque, la violenza – non è possibile ottenerla davvero.

È proprio all’interno di questo scontro di prospettive che Prevost ha recentemente rivolto una riflessione di alto significato geopolitico al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede. L’occasione l’hanno offerta i tradizionali auguri per il nuovo anno. Per l’occasione erano presenti 420 diplomatici e diplomatiche in rappresentanza di tutti i Paesi che intrattengono rapporti ufficiali con la Santa Sede.

Il punto di partenza dell’analisi di papa Leone è stata la constatazione della crisi del multilateralismo, della guerra “tornata di moda” e della compromissione dello Stato di diritto. E da queste criticità ci sono ricadute che appaiono già drammatiche: un linguaggio sempre più “fluido” dove ormai la guerra è un vocabolo costante, la lesione della libertà religiosa, la violenza domestica, le pratiche che negano “l’origine della vita e il suo sviluppo”. Si tratta di forme di violenza diverse, ma che appaiono pienamente giustificate da quella ideologia che pare essersi impossessata del mondo e che considera, come qualcuno sostiene, che non si può non tener conto che la violenza – e dunque la forza – è parte della natura umana, e quindi non può essere ignorata neppure quando si vuole raggiungere la pace.

La griglia per offrire una lettura al «nostro tempo, così travagliato da un crescente numero di tensioni e di conflitti», il Papa agostiniano l’ha presa, come ormai ci sta abituando, da sant’Agostino, che nel De civitate Dei «parla agli uomini di ogni tempo», e pare rivolgersi anche al nostro che, come papa Francesco affermava, si presenta non tanto come “un’epoca di cambiamento”, quanto piuttosto come “un cambiamento d’epoca”. Al suo interno, Prevost nota come la “debolezza del multilateralismo” abbia portato a «una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati», che sembra inarrestabile nel sostituirsi alla diplomazia che ricerca il dialogo.

Ed è per questo – ha sottolineato il papa – che sta dilagando un fervore bellico che pare, ormai, aver infranto «il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui». Ovviamente, nessuno dichiara apertamente di voler la guerra. Tutti mirano alla pace, ma sempre più spesso determinata dal libero potere. Atteggiamento e convinzione letale: fu proprio questa la strada che ha portato alla catastrofe fra il 1939 e il 1945. Queste convinzioni e atteggiamenti sono sempre più evidenti anche nel linguaggio e nella narrativa: un significato delle parole e dei concetti che Leone XIV definisce “sempre più ambigui”. Ovviamente, il linguaggio diviene in tal modo «un’arma con la quale ingannare o colpire e, non solo, offendere gli avversari».

Eppure esempi incoraggianti, anche in un passato non lontano, ci sono stati e potrebbero essere punti di riferimento attuali: gli Accordi di Dayton, che misero fine alla guerra in Bosnia-Erzegovina, e la Dichiarazione congiunta di pace tra Armenia e Azerbaigian, siglata la scorsa estate; ma anche l’«impegno profuso in questi anni dalle autorità vietnamite nel migliorare le relazioni con la Santa Sede».

Sono «germogli di pace, che – nella prospettiva di papa Leone – necessitano di essere coltivati». Non è mancato infine un riferimento alle Nazioni Unite, che hanno sì celebrato il loro ottantesimo compleanno, ma che paiono segnare il passo di fronte alle complessità attuali. Prevost ha ricordato quella che ha definito «l’intuizione di 51 nazioni che posero al centro delle relazioni la cooperazione multilaterale», per «prevenire future catastrofi globali, per salvaguardare la pace, difendere i diritti umani fondamentali e promuovere uno sviluppo sostenibile».

Leone XVI ha invitato a lavorare per creare spazi di incontro e di dialogo, finalità e metodo della diplomazia. Infine, l’assicurazione che la Santa Sede continua con il suo impegno «in difesa della dignità inalienabile di ogni persona». Ecco solo alcuni degli spunti di un intervento articolato e complesso che propone una road-map alternativa alla narrativa dominante per la pace nella geopolitica attuale. Essa disegna chiaramente la prospettiva di un papato che si impegna per realizzarla. Fondamentale il monito-sintesi della riflessione di Leone XIV: «La guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza».

 

 

Riproduzione riservata ©

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come?
Scopri le nostre riviste,
i corsi di formazione agile e
i nostri progetti.
Insieme possiamo fare la differenza! Per informazioni:
rete@cittanuova.it

Esplora di più su queste parole chiave
Condividi

Ricevi le ultime notizie su WhatsApp. Scrivi al 342 6466876