Le isole delle Arpìe

Strofadi, mini arcipelago fra mito e storia sperduto nel Mar Jonio

Un avvincente reportage apparso sul numero di giugno del mensile Archeo ci fa conoscere due isolette greche ignote ai più situate nel cuore del Mar Jonio, a 27 miglia dal Peloponneso e ad altrettante da Zante, l’isola cantata dal Foscolo: le Strofadi. Per raggiungerle, essendo tagliate fuori da ogni collegamento con la terraferma, Fabrizio Polacco, autore del servizio, ha usufruito dell’imbarco su una motovedetta partita da Zante.

Remote, minuscole (non raggiungono neanche i tre chilometri quadrati di superficie), piatte e disabitate, le Strofadi sono visitate solo da contadini stagionali, dal metropolita ortodosso di Zante per la benedizione delle primizie dell’uva e da qualche operaio quando il congegno del vecchio faro ha bisogno di riparazioni. Eppure più motivi d’interesse ci sarebbero per recarsi in questo «paradiso dimenticato» dove «sono assenti i segnali televisivi e di internet e i cellulari rimangono ostinatamente silenziosi».

Secondo il mito, le Strofadi offrirono ad Enea, in cerca di una nuova patria con i suoi compagni, un approdo provvidenziale a motivo dell’abbondanza, nel sottosuolo, d’acqua potabile. Ma sentiamo cosa capitò ai fuggiaschi da Troia nel racconto di Virgilio (libro terzo dell’Eneide). Stavano accingendosi a consumare il pasto quando sui cibi appena imbanditi piombarono dall’alto orribili uccellacci dal volto di donna, che volarono via solo dopo aver predato e insozzato le mense. Invano i troiani avevano cercato di contrastarne l’aggressione con le armi: risultavano invulnerabili, essendo di natura divina. Erano le famose Arpìe, il cui capo Celeno profetizzò all’eroe nuove sventure, come ricorda anche Dante nell’Inferno: «Quivi le brutte Arpìe lor nidi fanno,/ che cacciar de le Strofade i Troiani/ con tristo annunzio di futuro danno». E Arpya si chiama la più piccola, aspra e inospitale delle due isolette.

Oggi, al posto di quelle divinità malvagie e distruttrici, quest’ultimo lembo di terra ellenica offre un punto di sosta e di transito nelle loro migrazioni dall’Africa a innocue colonie di uccelli, appartenenti a ben 1200 specie. La loro presenza insieme alle oltre 250 specie di piante e fiori (fra cui il cedro secolare), fa delle Strofadi un’area protetta nell’ambito del Parco Nazionale Marino di Zacinto, e quindi esclusa dal turismo di massa.

Chi arriva nel minuscolo scalo di Stamfani, la sola abitabile e coltivata delle due isolette, si stupisce nel vedere elevarsi al di sopra di una scogliera, tra la lussureggiante macchia mediterranea, una possente fortezza in pietra: in realtà un monastero di epoca bizantina (XIII secolo), ma con origini molto più antiche. Vi è inclusa una piccola chiesa dedicata alla Madre di Dio e alla Trasfigurazione di Cristo (in greco: Metamorfosi): così volle Irene, la figlia dell’imperatore romano d’Oriente Teodoro I Lascaris, riconoscente per essere scampata ad un naufragio in queste acque disseminate di insidiosi scogli. Grazie alla sua posizione strategica e ai vantaggi dovuti alla sorprendente ricchezza di acqua dolce che tuttora caratterizza l’isola, il cenobio giunse ad ospitare fino a un centinaio di monaci, il più celebre dei quali, san Dionisio, è l’attuale patrono di Zante, dove il suo corpo incorrotto è oggetto di venerazione popolare.

Oggi, purtroppo, il monastero è vuoto e fasciato da tiranti metallici perché pericolante: causa dell’abbandono, i ripetuti attacchi pirateschi e le incursioni degli ottomani prima, la crisi delle vocazioni religiose poi e infine il disastroso terremoto del 1997. L’ultimo monaco ultraottuagenario che ancora vi abitava si è spento nell’estate del 2017.

Così l’autore del reportage descrive il grandioso edificio dopo averne attraversato il portale: «Mi aggiro per la corte fortificata, dove, attorno a un pozzo su cui un cartello raccomanda “solo acqua per bere”, sorgono le residenze con le minuscole celle, il refettorio, le sale di lavoro e di riunione dei monaci che lo abitarono per generazioni. Attraverso una scalinata in pietra salgo fino all’ingresso del maschio. Incredibile: quello che sembra dall’esterno un fortilizio difensivo racchiude al suo piano nobile, come uno scrigno, il tempio ortodosso dell’isola, la chiesa della Metamorfosi. In un tripudio di aquile bizantine scolpite nella pietra, la grande navata, spettacolare e illuminata dai fasci del sole nascente che la intersecano obliquamente, mi accoglie silente e immota: vedo attorno a me gli scranni dei monaci vuoti e impolverati, i ceri spenti e reclinati, i messali e i libri di salmi lasciati aperti oltre l’iconostasi e gli stucchi sulle pareti, bisognosi di restauri ma ancora seducenti».

Verrà il giorno in cui si potrà porre mano per fermare la decadenza di questo gioiello dimenticato? Il metropolita ortodosso di Zante, da cui dipendono giuridicamente le Strofadi, non ha l’autorità per farlo. E al momento il governo greco, alle prese con l’attuale crisi economica, ha altro a cui pensare. Auspica Fabrizio Polacco: «Soltanto attraverso uno sforzo comune dell’Europa, penso, si potrebbero recuperare queste terre. Del resto, uno scatto di orgoglio e di amore per il proprio passato e per la propria cultura, non darebbe a istituzioni europee oggi poco amate un’occasione per riconquistare la fiducia e la stima generale, dimostrando che il bilancio comunitario ha un occhio, talvolta, anche per i paradisi perduti?».

 

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