La rivoluzione di Francesco d’Assisi

Una spiritualità profondamente evangelica, che si esprime nell’ideale di imitare Cristo attraverso la scelta di una povertà vissuta radicalmente. È la rivoluzione di Francesco di Assisi. Marina Motta ne ripercorre la vicenda e ne spiega la novità straordinaria nella vita della Chiesa e della società in Carismatica Europa, come i santi hanno rivoluzionato la storia dell’Occidente (Città Nuova, 2015)
Carismatica Euopa. Come i santi hanno rivoluzionato la storia dell'Occidente_Città Nuova

Accostandosi alla figura di Francesco e all’origine del movi­mento che ha generato si rimane immediatamente affascinati dalla limpidezza e dalla purezza dell’esperienza del santo, ma soprattut­to dal suo radicale amore a Cristo e alla Chiesa. Nel contesto del tempo, dove molti sentivano forte l’anelito di ritornare alle fonti evangeliche, di imitare Gesù Cristo in una Chiesa a volte contrad­ditoria nello stile di vita, i movimenti ereticali costituirono una ri­sposta che generò però divisioni e conflitti.

Francesco risentì di queste situazioni di conflitto e di queste tensioni, ma trovò una soluzione tipicamente evangelica proponen­do, in obbedienza alla Chiesa, un ideale che permane nel tempo e che ancora oggi affascina e attira credenti e non credenti. La sua vita fu una sintesi tra atteggiamenti spirituali assai diversi: l’eremi­tismo e la predicazione cittadina, il lavoro manuale e la questua, l’estasi della contemplazione e il desiderio della missione tra i non cristiani.

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La scoperta di Dio come Padre («D’ora in poi potrò dire li­beramente: Padre nostro che sei nei cieli» aveva detto davanti al vescovo di Assisi dopo aver rinunciato all’eredità paterna), gradual­mente lo portò a prendere coscienza che la paternità di Dio si esten­de a tutte le persone e a tutte le creature. L’incontro non voluto da Francesco col lebbroso, per il quale provava fastidio e ribrezzo, ma programmato da Dio («il Signore mi condusse tra loro»), si colloca in questa prospettiva. Nel volto del lebbroso, trasfigurato dal male, Francesco contemplò Cristo stesso che provò la stessa povertà, la stessa vulnerabilità, la stessa fragilità dell’uomo; questa contempla­zione di Dio operò in Francesco non solo la conversione, l’imitazione Cristo povero, ma anche un cambiamento di coscienza che segnò tutta un’epoca.

Quest’esperienza gli diede il coraggio e la determinazione di fare scelte tanto nuove che lui stesso giudicò “come uscita dal mon­do”, gli altri come forma di pazzia. Era diventato il folle della città.

Gradualmente Francesco iniziò a vivere la “nudità” come pos­sesso nuovo della vita; paradossalmente l’esperienza della spogliazio­ne si trasformò nella celebrazione della realtà creaturale. Il cantico delle creature ne è l’esaltazione limpida, in esso si manifesta il senso della paternità e della conseguente fraternità universale, la gioia nel­le piccole cose, lo stupore di fronte alle meraviglie dell’universo, il distacco dai beni della terra e la capacità di goderne.

La sua persona, il suo stile di vita che sovvertiva la logica della società del tempo attirarono presto molti giovani che condivisero la sua stessa scelta di vita per mettersi ai margini con gli ultimi.

Dopo aver vissuto con i lebbrosi, dopo aver rinunciato alle re­lazioni che lo facevano qualcuno ad Assisi, dopo aver vissuto da ere­mita, Francesco solo «dopo che il Signore gli ha dato dei frati», com­prese il cammino da seguire: «nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo». Rifiutandosi di appropriarsi di qualsiasi bene, decisi a vivere “senza proprio”, senza beni di loro proprietà, i frati inaugurarono un nuovo modo di vivere la città. Fraternità, mi­norità, povertà divennero col movimento francescano valori sociali.

La prospettiva spirituale francescana favorì un cambio di men­talità, un modo nuovo di concepire la società, la politica, l’economia. Operando in mezzo alla gente, condividendo con essa istanze, lavo­ro, preoccupazioni quotidiane i francescani hanno coniugato l’attivi­tà pastorale con la realizzazione del bene comune, sostituendo all’ora et labora di san Benedetto il «prega lavorando e lavora pregando».

«Tra gli aspetti più indiscutibilmente originali del francesca­nesimo di fronte ai principi ancora feudali su cui erano fondati in maggioranza gli antichi ordini monastici, c’era certamente la decisa sconfessione e condanna delle divisioni e discriminazioni di classe come “invenzione” del mondo. Del senso di questa gioiosa frater­nitas di quei primi tempi profetici ci dà una preziosa testimonianza la Vita prima di Tommaso da Celano: “E veramente in quel tempo Francesco e i suoi compagni provavano una immensa allegrezza e una gioia inesplicabile quando qualcuno dei fedeli, chiunque e di qualunque condizione fosse, ricco, povero, nobile popolano, spre­gevole, onorato, prudente, semplice, chierico, indotto, laico, gui­dato dallo spirito di Dio veniva a prender l’abito della loro santa religione”». Venivano così meno ostacoli e impedimenti per chi, anche di umile o disprezzata condizione, voleva abbracciare una vita totalitaria. La fraternità si realizzava nell’umiltà, nella quale si dissolvevano le tensioni della possessività e della violenza.

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Il francescanesimo rappresenta nella storia dell’economia e della società un paradosso: un carisma che da un lato ha portato al centro Madonna Povertà, il volontario distacco dai beni materiali come segno di perfezione di vita, dall’altro lato ha elaborato una dottrina che diventa scuola economica.

A partire dall’esposizione della Regola nel 1241, l’analisi della povertà diventò oggetto di ri­flessione e di studio da parte di uomini di cultura che individuarono nella scelta francescana non solo una via di perfezione cristiana, ma «un ordine economico-sociale della comunità nel suo insieme». A Bonaventura da Bagnoregio, Ugo di Digne e John Peckham si ri­conobbe il merito di aver formulato il principio secondo il quale la realtà può essere organizzata secondo un nuovo sistema che veda in­tegrate la sfera economica, quella governativa (della civitas) e quella evangelica (secondo il carisma francescano). La comunione di que­sti tre elementi porterebbe alla graduale scomparsa della povertà poiché ciò che i poveri volontari rinunciano può essere impiegato per i poveri non volontari.

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Molti frati francescani, muovendosi da un capo all’altro dell’Eu­ropa, svilupparono concetti e categorie come bene comune, fraterni­tà, dono come gratuità, «un paradigma lessicale politico, identitario e valoriale, che creò parametri, norme e istituzioni. Il tutto fondandosi su un patrimonio linguistico che richiama direttamente il “codice genetico francescano” costituito da parole-chiave quali paupertas, ca­ritas, libertas, fraternitas, bonitas, humilitas. Nei loro discorsi e nelle loro azioni affrontano nodi centrali del “farsi comunitario”: l’inclu­sività, l’appartenenza, la reciprocità, la gratuità e il dono, a cui segue la legittimità e l’agibilità del mercato, degli scambi e del denaro».

Da Marina Motta, Carismatica Europa, come i santi hanno rivoluzionato la storia dell’Occidente (Città Nuova,2015)

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