La posta del direttore

Quel tragico rogo di Livorno La tragica fine dei bambini rom periti nel rogo di Livorno ripropone drammaticamente il problema degli immigrati. La Commissione europea ha fatto sapere, per quanto concerne la questione dei nomadi, che ci sono regole ben precise e quindi non resta che rispettarle ed attuarle in pieno. Ed è proprio ciò che è venuto e viene a mancare in questa nostra Italia affaccendata in ben altre faccende. Il mio accorato appello è diretto ai quattordici Paesi, Italia compresa, accusati di non aver adeguato la propria legislazione sulle minoranze etniche alle norme comunitarie. Per favore, non facciamo sfociare il problema dell’immigrazione in razzismo e nell’intolleranza nei confronti di tanti poveri extracomunitari . Franco Petraglia Cervinara ( AV ) Certo il problema dell’immigrazione è sempre più grave e complesso, ma non si risolve agendo emotivamente. Purtroppo esso è stato affrontato con criteri politici, non realistici e spesso contraddittori. Dunque, cominciamo pure col rispettare le regole europee, ma serve anche una fattiva collaborazione di tutti i partner europei per ripartire gradualmente ed equamente i pesi di questa emergenza cui dovremo abituarci. In questo quadro, già complesso, il problema dei rom rappresenta una novità che è letteralmente esplosa con l’apertura delle frontiere rumene; ma che era prevedibile. Non lo si risolverà certo scaricandolo fra i diversi livelli amministrativi nazionali, ma affrontandolo seriamente anche a livello europeo. Se non lo si farà, si rinfocolerà davvero il razzismo, come del resto sta già avvenendo. Perché la Chiesa non scaccia i mafiosi dal tempio? Dopo l’ennesima strage mafiosa, stavolta addirittura in Europa, a Duisburg, e le recenti notizie dei media che ci informano, come semplici note di costume, che i boss della ‘ndrangheta calabrese di San Luca sono tutti devoti della Madonna, non riesco ad allontanare dalla mente un pesante interrogativo. Perché la Chiesa non scomunica i mafiosi e permette loro di assistere alle funzioni in chiesa, di prendere i sacramenti, come bravi e timorati cristiani, versare nelle questue il loro obolo insanguinato, frutto di assassini, spaccio di droga, estorsioni, sfruttamento della prostituzione, e dei delitti più abietti ed efferati che si conoscano? Perché non li scaccia dal tempio, anzi permette a costoro di contribuire munificamente alle feste religiose patronali e quindi di essere destinatari della riconoscenza dei credenti che li conoscono bene e proprio per questo li considerano assolti dalla gerarchia ecclesiale e meritevoli perciò anche del loro rispetto? Non è possibile che la Chiesa non si renda conto della religiosità strumentale e volta al male della mafia e della sua nefasta presenza. Questa mia lettera non ha alcun fine polemico, ma esprime soltanto la preoccupazione di un cittadino che non rinuncia a porsi e a porre certi interrogativi nell’unico intento di non cedere alla sfiducia rinunciando ai propri diritti, non più solo civili, ma soprattutto umani. Claudio Perini – Ascoli Piceno Forse un tempo anche uomini di Chiesa hanno taciuto troppo sui delitti di mafia. Ma non tutti certamente. I don Abbondio pavidi e i padri Cristoforo coraggiosi sono sempre esistiti. Da molti anni, però, gli uomini di Chiesa parlano e parlano forte, dal pulpito e nelle piazze, per condannare soprusi e delitti. Anche a rischio della propria vita. Basti ricordare le parole infuocate di Giovanni Paolo II ad Agrigento. E quelle di quasi tutti i presuli siciliani o calabresi, come mons. Bregantini che abbiamo più volte intervistato, mons. Riboldi, e tanti altri. Tra i sacerdoti basterà ricordare don Puglisi, assassinato perché non taceva. Dunque, la condanna della mafia da parte della Chiesa, nei suoi più autorevoli componenti, è chiara e forte. Ciò non impedisce purtroppo ai mafiosi di atteggiarsi a devoti fedeli delle tradizioni cristiane, ma sempre più di rado. 17 ottobre – Giornata mondiale del rifiuto della miseria Insieme alle lettere di commento agli avvenimenti, o agli articoli che pubblichiamo, riceviamo anche segnalazioni di cui merita tenere conto, come questa sul rifiuto della miseria come cammino verso la pace inviataci dall’associazione degli amici di ATO Quarto Mondo. Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella miseria, i diritti dell’uomo sono violati. Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro. Padre Joseph Wresinski Ogni anno il 17 ottobre, queste parole ispirano numerosi incontri e azioni di solidarietà, chiamano le persone in situazione di emarginazione e di miseria a parteciparvi. Questa giornata (ri)dona coraggio a coloro che si oppongono all’intollerabile per continuare a rifiutare la miseria e a non abbassare le braccia. Mobilita persone di ogni origine, e professione per ricostruire le nostre democrazie e il nostro modo di pensare, di agire e di vivere insieme a quelli che, fino ad oggi, ne erano esclusi. – Noi siamo solidali con le persone che nel mondo intero lottano per resistere alla miseria e per eliminarla. – Vogliamo contribuire a far rispettare la dignità e l’accesso effettivo di tutti ai diritti dell’Uomo. – Vogliamo unirci agli sforzi che permettano la partecipazione delle persone in situazione di esclusione e di miseria, alla vita delle nostre società, in particolare al 17 ottobre, Giornata mondiale del rifiuto della miseria. – Ci chiediamo che i cittadini, i poteri locali, le autorità nazionali e le Nazioni Unite: considerino i più poveri come i primi attori della lotta contro la povertà; associno i più poveri alla concezione, all’attuazione e alla valutazione di politiche che li riguardano e abbiano l’ambizione di un mondo senza povertà nel quale siano rispettati i diritti alla vita familiare, ad un lavoro dignitoso, alla partecipazione sociale, culturale e politica; sostengano gli eventi organizzati ogni 17 ottobre affinché la partecipazione delle persone in situazione di povertà resti al centro della Giornata mondiale del rifiuto della miseria; partecipino al dialogo che avrà luogo nel corso dell’anno con le persone che, rifiutando la miseria, creano percorsi di pace. Questa dichiarazione può essere firmata sul sito www.oct17.org fino al 17 ottobre 2007. Sarà poi trasmessa alle Nazioni Unite e resa pubblica. Incontriamoci a Città nuova, la nostra città Genova ci ha chiamato I liguri avevano delle domande. In 350 nel Teatro della Gioventù, a due passi dalla centralissima via XX settembre, domenica 16 settembre hanno voluto dialogare con la redazione. Un merito aggiunto perché la notte, a Genova, era stata bianca, vivace e partecipata dai cittadini fino all’alba. In fila, con pazienza, molti hanno aspettato il loro turno per esprimere un parere o porre una domanda. Che cosa abbiamo scoperto a Genova? Qualcosa che, giusto per citare uno dei suoi cittadini più illustri, sembra l’uovo di Colombo: che Città nuova è anche ligure, anzi, di più, che ha bisogno anche dei liguri per diventare pienamente sé stessa. Nella terra del mugugno libero, emergeva con forza il senso di marcia di Città nuova a fianco di chi vuol prendersi cura della città come titolava la nostra copertina del numero 18/2007. Riportiamo qualche impressione lasciataci dai nostri lettori. Oggi abbiamo sentito il giornale ancora più nostro. Grazie di averci dato questa opportunità. Ci avete portato nel cuore di questo lavoro che ha il solo scopo di diffondere la fraternità universale. Al di là di tutte le domande che toccavano varie problematiche, ciò che mi ha colpito sono state le vostre risposte prive di ogni difesa, aperte al dialogo. Si avverte che lo scopo del vostro lavoro è donare all’uomo e alla donna di oggi, ragioni profonde per vivere e impegnare seriamente la vita. Io non ho cultura, sono molto ignorante. Mi piacerebbe recuperare, leggere tanti libri, ma non ne ho il tempo. Allora leggo Città nuova e, anche se questo non può colmare le mie lacune, mi dà la chiave per leggere la realtà ed avere quel briciolo di sapienza che mi è necessaria. Per questo volevo dirvi un profondo grazie: Città nuova mi è indispensabile. Forse siamo stati un po’ troppo esigenti col nostro giornale, ma è perché lo vorremmo perfetto (anche se ognuno di noi lo vede perfetto a modo suo…). Ci vogliono umiltà e determinazione per portare avanti il nostro comune progetto e questo l’ho visto in voi. Vi ho sentiti molto vicini e sono al vostro fianco. Indirizzare i vari contributi a: rete@cittanuova.it

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