K2, la montagna degli italiani

Ghiacciaio Savoia, sella Negretto, ghiacciaio De Filippi, e, soprattutto, sperone degli Abruzzi la via di salita per eccellenza. C’è tanta Italia nella mappa del K2, a testimoniare un legame alpinistico che dura da oltre un secolo. Se fu infatti il colonnello inglese Montgomerie nel 1856, da un’altra vetta del Kashmir, allora in terra d’India, a battezzare con le semplici sigle K1, K2 e via dicendo, le vette del Karakorum che riuscì ad individuare, fu l’esploratore-alpinista valdostano Roberto Lerco nel 1890 a raggiungere per primo le pendici del K2. Ma fu soprattutto la mastodontica spedizione, ben 360 portatori, diretta da Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi, nel 1909, a segnare l’inizio ufficiale dell’avventura alpinistica verso gli 8611 metri del K2: ricognizioni, fotografie, mappe, perfino l’individuazione della via di salita più favorevole, con il primo tentativo di ascensione arrestatosi a 6.000 metri, sullo sperone sud-est che prenderà per sempre il nome del pioniere del Karakorum. Nei decenni che seguirono furono gli americani a dedicare le loro forze al K2. Solo la misteriosa trama della storia ha voluto che nel ’38 e nel ’39 essi non raggiungessero la cima per incredibili coincidenze. Nel ’38 Bill House superò lo stretto e pericoloso passaggio cruciale oggi noto come Camino Bill, ma l’aver dimenticato i fiammiferi per il fornello lo fece fermare al bivacco a 7750 metri. Un anno più tardi un altro americano, Fritz Wiessner toccò senza ossigeno, con lo sherpa nepalese Pasang Dawa Lama, la straordinaria quota di 8370 metri: ma la notte incombeva e lo sherpa, temendo gli dei ed i demoni della notte, non sentì ragioni, obbligandolo a rinunciare al bivacco notturno per scendere al campo sottostante. Ma nella discesa persero i ramponi e la cima rimase loro interdetta per sempre. La successiva morte di quattro colleghi di spedizione e la grande guerra tennero gli alpinisti lontani dalle pendici del K2 fino al ’53. L’anno successivo la spedizione italiana, guidata dal geologo Ardito Desio, sostenuta da De Gasperi in pieno clima di ricostruzione, raggiunse lo straordinario obiettivo di portare due alpinisti sulla vetta del K2, dal ’47 in territorio pakistano grazie alla conquistata indipendenza dall’India. La notizia della conquista della cima rimbalzò in Italia suscitando un enorme entusiasmo. Eppure c’è voluto mezzo secolo per placare le polemiche che seguirono al resoconto di Compagnoni e Lacedelli, divenuto poi quello ufficiale, d’aver raggiunto la vetta senza ossigeno. Solo in questi mesi una apposita commissione del Club Alpino Italiano ha riabilitato Walter Bonatti, tributando anche a lui, ed al portatore Mahdi, i meriti del successo, riconoscendo il suo ruolo fondamentale e decisivo nell’impresa per essere sceso fino al campo VII e risalito fin sopra il campo VIII, con una terribile notte all’addiaccio ad 8100 metri rischiando la propria vita, per portare ai due compagni le bombole senza le quali essi non avrebbero mai raggiunto la vetta. Dettagli non marginali sui tempi di salita dei due alla cima e le immagini con la maschera dell’ossigeno al volto mostrate al mondo e poi sparite hanno alimentato la polemica e le insinuazioni sul fatto che Bonatti non avesse portato le bombole per tentare lui stesso la conquista della vetta (1). Polemiche a parte la spedizione di Desio aprì la strada per il K2: da allora 196 alpinisti hanno raggiunto la vetta (contro i quasi 1.300 dell’Everest), ma ben 53 vi hanno perso la vita a testimoniare le inimmaginabili difficoltà alpinistiche del K2. In queste settimane il campo base a 5000 metri è affollato, per il cinquantesimo, in modo spaventoso: oltre al passaggio di 5 mila trekker al Circo Concordia, l’incrocio dei ghiacciai situato poco sotto, sono più di cento gli alpinisti, di 12 spedizioni di nazionalità diverse, che mirano alla vetta. Accanto a figure bizzarre come i quattro catalani, piazzati sotto la bandiera dei pirati, che intendono salire lungo l’inviolata via denominata Magic Line e scendere con gli snowboard, o al disincantato hawaiano Guy Sibilla, in spedizione solitaria, ma che ama farsi ospitare a turno da tutti gli altri col suo sorriso irresistibile, c’è la spedizione italiana K2 2004 – 50 anni dopo che intende riproporre in chiave moderna i valori e le sfide della grande avventura del ’54 portando a compimento un ambizioso programma di ricerca scientifica nei settori delle scienze della terra e della medicina, mirando altresì ad un risultato alpinistico e sportivo di alto livello: la scalata del K2 per lo Sperone Abruzzi sul versante sud, quello pakistano, e, contemporaneamente, per lo Spigolo Nord, sul versante cinese, preceduta nella stessa stagione, dalla salita dell’Everest dal versante tibetano, lungo la Cresta Nord-est, realizzata con successo a fine maggio. Se la spedizione italiana del ’54, che impiegò ben 500 portatori nei 95 giorni necessari, costò 110 milioni di lire, quella attuale costerà 2 milioni e 310 mila euro. IL K2 DA VICINO Ottomilaseicentoundici metri. Una piramide gigantesca, fatta di neve, roccia e ghiaccio. Questi sono monti ai quali non si può guardare senza turbamento, che sembrano racchiudere misteri paurosi scrisse un secolo fa Filippo De Filippi cronista della spedizione del Duca degli Abruzzi. La grande piramide non ha la dolcezza delle montagne nepalesi, non è il regno di una dea, non è una montagna madre, ma una presenza dura, graffiante, ed il suo fascino sprigiona un’angoscia sottile. Non si affaccia su foreste e pianure che scendono al mare, ma su una selva di cime in parte ancora senza nome, e sui 57 chilometri del Baltoro, un impressionante fiume di ghiaccio. Qui il barometro fa le bizze e le previsioni vengono smentite in poche ore come testimoniano le morti avvenute in gran parte sulla via del ritorno. Qui, a 1500 chilometri dal mare, a differenza dei 640 dell’Everest, i monsoni arrivano attenuati ed un immenso deserto di pietre domina l’orizzonte. Ed a rendere ancora più aspro l’ambiente contribuisce il carattere rude dei baltì, l’etnia del Karakorum, che spicca di fronte al sorriso gioviale degli sherpa nepalesi. Solo due di loro hanno raggiunto la vetta ed il loro interesse si limita a quello di portatori fino al campo base. Se la somiglianza al Cervino rende il K2 in apparenza vicino all’alpinista occidentale, le cento facce, le cento creste, le decine di versanti, ognuno diverso dall’altro, ne celano il mistero. All’Everest sono saliti grazie alle spedizioni commerciali disabili e gente senza competenza alpinistica: il K2 rimarrà sempre una montagna di estreme difficoltà tecniche, aggravate dal peso dell’alta quota e dagli improvvisi mutamenti meteorologici. P.C.

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