Il 31 marzo 2023 l’Italia ha bloccato temporaneamente l’uso di ChatGPT, il celebre chatbot di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI. Per circa un mese il servizio viene sospeso per violazioni legate alla privacy e per l’assenza di adeguati controlli nella gestione dei dati, in particolare quelli dei minori. All’epoca mi trovavo negli Stati Uniti, per motivi di ricerca, e la notizia si diffuse rapidamente anche nel mio laboratorio. Sulle piattaforme interne il dibattito era acceso e la domanda ricorrente era sempre la stessa: «Perché l’Italia blocca ChatGPT? Non si rende conto del potenziale di questa tecnologia?».
Ricordo ancora il commento della direttrice del mio laboratorio: «Ora che questi strumenti esistono, non possiamo evitarli. Dobbiamo imparare a usarli a nostro vantaggio, perché il mondo si sta muovendo in questa direzione».
Eppure, col tempo quella decisione italiana si è rivelata meno assurda di quanto apparisse all’epoca. L’Italia ha infatti contribuito a ridefinire le politiche sulla privacy di OpenAI, portando attenzione su un tema che negli Stati Uniti è storicamente molto meno sentito. Negli USA, infatti, la condivisione di dati personali con aziende private viene spesso percepita con maggiore naturalezza.
Quella vicenda ha però messo in luce due elementi fondamentali. Da un lato, oggi non è più realistico pensare di poter fermare o evitare l’Intelligenza artificiale, destinata a entrare sempre più profondamente nella vita quotidiana e nel lavoro. Dall’altro, proprio perché queste tecnologie sono ormai inevitabili, diventa essenziale comprenderne i rischi e imparare a utilizzarle in modo consapevole. Il tema della privacy, portato al centro del dibattito dal caso italiano, rappresenta solo uno dei problemi aperti dall’AI.
Il primo nodo riguarda proprio il modo in cui funzionano questi sistemi. L’intelligenza artificiale apprende osservando enormi quantità di dati, proprio come il cervello umano impara dall’esperienza. Ma i dati non sono mai davvero neutrali: riflettono il mondo così com’è, con le sue disuguaglianze, i suoi stereotipi e i suoi pregiudizi. Questo problema è evidente, ad esempio, in ambito clinico: alcuni sistemi di supporto alle decisioni mediche vengono addestrati su database costruiti prevalentemente con dati provenienti da persone con maggiore accesso alle cure. Se determinate popolazioni sono sottorappresentate nei dati, il rischio è che questi modelli funzionino peggio proprio sui gruppi meno rappresentati, aumentando disuguaglianze già esistenti nell’accesso alle cure.
Gli algoritmi, quindi, non correggono automaticamente le distorsioni della società: spesso le replicano e le amplificano.
Esiste poi un rischio ancora più sottile: modelli linguistici come ChatGPT tendono spesso ad adattarsi all’interlocutore fino quasi a compiacerlo, evitando di contraddirlo anche quando sarebbe necessario. Questo fenomeno, chiamato sycophancy, indica una forma di compiacenza del sistema verso l’utente e può rafforzare convinzioni errate.
Proprio alla luce di questi rischi, in un momento storico in cui molti immaginano che l’Intelligenza artificiale finirà per svolgere gran parte del lavoro umano, fino a rendere meno importante perfino lo studio e la formazione, credo invece – da scienziata – che il ruolo umano diventerà semmai ancora più centrale. Nell’immaginario comune si tende infatti a pensare che avanzare nell’istruzione significhi accumulare sempre più certezze. In realtà accade spesso il contrario: più si studia, più si diventa consapevoli della complessità della realtà e dei limiti del proprio sapere. È il «so di non sapere» attribuito a Socrate. Proprio questa consapevolezza è il vero senso della cultura: sviluppare senso critico, mettere in discussione ciò che ci viene presentato e cercare gli strumenti per capire se un’informazione è fondata oppure no.
Forse proprio questa è la competenza più importante da sviluppare nell’epoca dell’Intelligenza artificiale: coltivare gli strumenti culturali necessari per orientarsi in un mondo già profondamente attraversato da queste tecnologie. Perché la vera sfida non sarà sostituire l’uomo con le macchine, ma evitare che l’uomo rinunci alla propria capacità di comprendere, giudicare e plasmare il mondo che lo circonda.