In quel grido esplode la vita

Quanti modi di vivere la notte possiamo trovare nella Bibbia? La novità della notte vissuta da Gesù. Dalla notte in cui tutto ha inizio al giorno che non avrà mai fine.
Croce

Quando pensiamo alla notte probabilmente avvertiamo sensazioni diverse, sensazioni che possono essere piacevoli o dolorose in base al ricordo di esperienze fatte o raccontate.

I Salmi, meraviglioso diamante, le cui mille facce esprimono la varietà dell’esperienza umana, raccontano tanti tipi di notte: è il tempo della meditazione della legge del Signore (Sal 1, 2) o dello sfogo del pianto di chi è stremato dalla sofferenza (Sal 6, 7); tempo in cui il Signore istruisce il suo fedele (Sal 16, 7; Sal 17, 3) o nel quale può verificarne la giustizia, nel senso del corretto agire (Sal 17, 3); tempo del grido dell’abbandonato (Sal 22, 3) o del canto di chi si affida al Signore (Sal 42, 9). 

La notte ha un nome 

Al di là, comunque, della molteplicità dei significati applicabili alla notte una cosa è certa: anche la notte è sotto il controllo sapiente di Colui che tutto ha creato: “Tuo è il giorno e tua è la notte, la luna e il sole tu li hai creati” (Sal 74, 16).

La signoria di Dio sulla notte è messa in evidenza fin dalle prime pagine della Bibbia quando si parla della creazione: “Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno” (Gen 1, 4s).

Dare il nome significa poter esercitare il dominio sulla cosa di cui si tratta: Dio, dando ad essa il nome, è Signore della notte. E il credente sa che quando si trovasse nella situazione di dover attraversare la notte, nel senso di tempo sfavorevole o contrario, non la attraverserebbe come chi si sente allo sbaraglio, perché Dio, il Dio che ha creato ogni cosa, il Dio che ha dato un nome alle tenebre, dall’alto sapientemente controlla ogni cosa: “per te la notte è chiara come il giorno” (Sal 139, 12), per cui anche “se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23, 4). 

La notte della promessa 

In una notte dal cielo stellato, segno della maestà di Colui che tutto ha creato, un uomo si sente dire: “Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle… Tale sarà la tua discendenza” (Gen 15, 5). È la notte di Abramo, la notte in cui, pur non vedendo ancora realizzata la parola del Signore riguardo alla discendenza (Gen 12, 2.7), egli è invitato a mantenere quello sguardo di fede (cf. Eb 11, 11s) che fa intravedere, attraverso i segni (il numero enorme delle stelle del cielo) la fecondità della promessa.

È la luminosa notte della speranza ancorata in Dio: in essa si può vedere lontano e scorgere cose che la luce del giorno, l’evidenza, a volte nasconde.

“Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle…” dovette ricordare Abramo un’altra notte, quella tragica, che precede il giorno nel quale, obbedendo alla parola di Dio, dovrà sacrificare il figlio della promessa (Gen 22, 1-3).

Notte tragica in cui senza più alcun segno Abramo continua a camminare dietro il suo Dio che lo matura attraverso un’oscurità questa volta priva di stelle. Nel cuore di questa notte, per la fedeltà a Dio con cui l’affronta, Abramo riascolta le parole della promessa (Gen 22, 15-17) che, per l’esperienza vissuta, acquista nuovo spessore e nuova luce: il dono dall’alto passa attraverso la libertà accogliente densa di fede di colui che ne è coinvolto.

E vede lontano anche Giacobbe, la notte in cui Dio gli appare in sogno (Gen 28, 10-22), mentre è ormai lontano da casa e più lontano ancora dalla meta. Costretto a fuggire, “non ha più i tre riferimenti che fin dall’inizio della Bibbia sono costitutivi dell’uomo: Dio, la famiglia e le amicizie, la terra e il lavoro. Egli si sente in qualche maniera un maledetto come Caino e non a caso la Scrittura ce lo rappresenta nell’oscurità della notte, solo, sconsolato, e con la domanda che gli brucia nel cuore: dove sono? quale sarà il mio avvenire?”1.

In quella notte Dio si fa presente promettendogli un futuro inatteso e ricco, al di là di ogni umana previsione: recupera centuplicato ciò che ritiene ormai perso (Gen 28, 13-15). È la notte in cui scopre un Dio che è vicino e che si prende cura, un Dio che apre strade nuove e un nuovo futuro.

A questa notte si collega l’altra, quella della lotta con Dio (Gen 32, 23-33), dalla quale Giacobbe uscirà trasformato: il nome nuovo che in questa occasione riceve, Israele, indica una nuova vocazione e un nuovo destino, quello di capostipite del popolo della promessa divina. In questa notte si apre un’era nuova, incentrata su un uomo nuovo “che non è il ‘soppiantatore’ di suo fratello ma colui che ha lottato con Dio ed è stato benedetto ed eletto per una grandiosa missione”2.

Di notte Dio spiazza anche Davide, ormai re d’Israele: desideroso di costruire per il Signore una dimora più degna, chiama Natan il profeta e gli confida il suo progetto (2 Sam 7, 2s). “Quella stessa notte” il Signore fa riferire a Davide attraverso Natan: “Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile … per sempre il trono del suo regno” (2 Sam 7, 4-11ss).

Giocando sul termine “casa”, che può significare sia “casa” che “casato”, il Signore promette a Davide una discendenza gloriosa. In questo modo comunica implicitamente che, accanto a una sua presenza “geografica” legata a un luogo come può essere il tempio, ce n’è un’altra, quella nel tempo e nella storia, espressa nella linea dinastica davidica.

Più in generale si può dire che il Dio del cielo e della terra, il Signore dell’universo, si china sull’uomo e si fa suo compagno di viaggio: la storia con le sue vicende dolorose o liete è luogo teologico, dove Dio si rende presente e si coinvolge rivelando così se stesso e il suo progetto di salvezza per l’uomo.

Un esempio che resterà fisso nel cuore del popolo come modello permanente di riferimento è l’evento della liberazione, come il Signore stesso aveva ricordato proprio a Davide quella notte (2 Sam 7, 5ss). 

La “notte di veglia” 

Così è definita la notte della liberazione: “Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione” (Es 12, 42).

A vegliare è innanzitutto il Signore, che a ragione può essere definito come “Colui che veglia”3. “Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali” (Dt 32, 11): è un’immagine simbolica che descrive bene l’evento della liberazione; “voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me” (Es 19, 4) aveva precedentemente detto il Signore a Mosè nel deserto.

L’aquila, utilizzata come simbolo che rappresenta Dio e la sua azione salvifica, è un’immagine che esprime da un lato la maestà, la potenza dell’agire di Dio, e dall’altro la dolce, amorevole cura per quel popolo qualificato come suo “primogenito” (Es 4, 22).

A vegliare però deve essere anche tutto il popolo e non solo quella notte: “Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione”.

È una veglia che servirà a tener viva la memoria di quell’evento destinato a diventare modello permanente di liberazione. L’esodo non è solo un fatto del passato che ha visto come beneficiari la gente dell’epoca. È un evento di salvezza che permane come chiave di interpretazione di ogni presente nel quale Dio continuerà a manifestarsi come liberatore.

I Salmi, la preghiera con cui il credente prega, ne sono una testimonianza diretta; nel momento dell’angoscia il credente, facendo memoria delle gesta del Signore rinnova la sua fiducia in Colui che nell’oggi può liberarlo: “Nel giorno dell’angoscia io cerco il Signore, tutta la notte la mia mano è tesa e non si stanca… Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani…Ricordo le gesta del Signore…Tu sei il Dio che opera meraviglie…Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili. Guidasti come gregge il tuo popolo per mano di Mosè e di Aronne…” (Sal 77).

La speranza del futuro poggia sulla memoria del passato che la notte della veglia aiuta a ricordare: se Dio ci ha liberati una volta perché non può farlo anche oggi e domani? Al dono della liberazione corrisponde l’impegno di vivere nell’osservanza della Legge che il Signore aveva data al Sinai.

Colui che si presenta come liberatore (Es 20, 1-2) consegna al popolo la sua legge che non è un peso, ma la strada percorrendo la quale si vive nella libertà e nella prosperità4: il raggiungimento della felicità piena è frutto di una vita sapientemente vissuta, che trova la sua fonte proprio nella Legge che viene dall’alto5. 

La notte della domanda 

Chi presenta la domanda sono il sapiente e il profeta. La domanda è quella di chi nel buio dell’esperienza che vive non capisce più nulla e maledice la propria prima notte: “Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno; prese a dire: Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: è stato concepito un uomo!” (Gb 3, 1-3). A Giobbe, il sapiente, si può accostare Geremia, il profeta6 .

La domanda del sapiente riguarda l’incomprensibile rapporto tra l’uomo giusto, che vive secondo la Legge che promette prosperità, e la sofferenza: come è possibile che il giusto soffra? Quella del profeta, invece, è legata al fallimento della missione affidatagli da Dio di essere portavoce della sua Parola: dov’è Colui che mi ha inviato a profetare? Da che parte sta?

È, per entrambi, la domanda sull’(apparente) assenza di Dio. Per il sapiente, Dio viene meno al suo compito di garante di quell’ordine su cui regge tutta la sapienza classica, rappresentata dagli amici che vanno a trovarlo7, secondo cui ognuno riceve ciò che merita e lascia il giusto nell’impressione di navigare in un mare insidioso e imponderabile, privo di riferimenti.

Per il profeta, Dio è Colui che, in una progressione crescente abbandona il proprio inviato nell’esercizio del suo ministero, dandogli persino l’impressione di essere lui stesso, il profeta, colpevole di qualcosa, pur avendo messo a servizio del popolo il carisma di cui era investito8.

Queste due esperienze hanno già in sé un esito positivo. Giobbe, dopo il lungo dialogo con Dio, arriva a una conclusione illuminante che manifesta il passo fatto (Gb 42, 1-6) e che possiamo così semplificare: “non so perché soffro, ma ho capito. E quello che ho capito è che Dio sa. E questo mi basta”9. Geremia, da parte sua, deve aver superato quel momento forte di crisi se, nonostante tutto, continuerà a esercitare il suo ministero fino alla fine. Le due esperienze restano aperte e decisamente orientate verso Colui che è la risposta piena alle domande che ponevano, Cristo Crocifisso e Risorto. 

Le notti del Figlio di Dio 

Anche Colui che per definizione è la “luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9), Colui che invita i suoi a essere luce (Mt 5, 14) e a camminare nella luce (Gv 8, 12; 11, 9-10; 12, 46)10, ha contatti con la notte nella varietà delle sue espressioni: è di notte che viene dato il lieto messaggio della sua nascita ai pastori (Lc 2, 8-11); di notte l’angelo rivela a Giuseppe, rassicurandolo, che il concepimento è opera dello Spirito Santo (Mt 1, 20); la notte è poi il tempo privilegiato dell’intimità del colloquio col Padre nella preghiera11.

C’è chi di notte va da lui per averne l’ammaestramento (Gv 3, 2) e Lui insegna che bisogna essere sempre pronti perché di notte all’improvviso arriva il momento della verifica della consistenza delle proprie scelte (Lc 12, 16-21); di notte arriverà anche il padrone di casa a cui rendere conto (Lc 12, 35-40) e lo sposo per la festa di nozze (Mt 25, 6ss).

La notte è il momento dello scandalo della passione (Mt 26, 31; Mc 14, 30), l’ora nella quale coloro che operano nelle tenebre (Gv 1, 5; 3, 19) sembrano prendere il sopravvento; “ed era notte” commenta Giovanni (Gv 13, 30) quando Giuda esce per consumare il tradimento.

Tante sono le notti, ma una è speciale per la ricchezza di contenuto che in essa si trova: “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: ‘Elì, Elì, lemà sabactàni?’, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 45s).

Notte feconda quella del Crocifisso, perché, come seme che muore, fa esplodere la vita (Gv 12, 24s) e porta a compimento la promessa del Padre di una discendenza senza numero (Is 53, 10ss) e di un Regno che non ha fine (Lc 1, 22; Gv 18, 33-37 e 19, 19-22; Ap 5, 6).

È notte di speranza, perché nel grido dell’Abbandonato, vertice della vicinanza di Dio con i lontani12, coloro che sono ormai senza più speranza, perché oppressi dal dolore o schiavi del peccato, vedono spalancarsi orizzonti nuovi di vita e di futuro (Rm 1, 16; 3, 23-26).

È nella sua notte che trova senso la sofferenza che come giusto trasforma in amore per la vita degli altri (Gv 10, 11-16; Gal 2, 10); è questa la notte in cui come profeta dice con la vita il “messaggio bello”, la lieta notizia che parte da Dio per ogni uomo: l’amore che tutti invade con la ricchezza del potenziale di vita che porta con sé (Lc 4, 16ss).

Questa notte è legata all’altra, quella in cui la potenza divina si dispiega in tutto il suo splendore, la notte di Pasqua (Mt 28, 1-4), “Notte più chiara del giorno! Notte più luminosa del sole”13.

Due notti che sono come due facce di un’unica medaglia, l’una richiama l’altra ed entrambe sono parte dell’unico mistero della morte che introduce alla vita, perché Colui che muore, muore per amore (Gv 10, 17-18).

Il Crocifisso-Risorto diventa così chiave di interpretazione e modello di riferimento, via da seguire e compagno di viaggio di chi nella fede vuole dare senso alle sue notti, fino al tempo in cui la notte cederà per sempre il passo al giorno che non avrà più fine (Ap 21, 25).

 

NOTE

1 C.M. Martini, Il sogno di Giacobbe, ed. Piemme, Casale Monferrato 20003, p. 16.

2 La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, San Paolo, Cinisello Balsamo, vol. I, p. 128.

3 Cf. Dt 32, 11; 1 Sam 2, 9; Est 5, 1a; Gb 34, 29; Sal 1, 6; 33, 18; Pr 24, 12 ecc.

4 Cf. Dt 30, 19-20; Sal 1; Gv 8, 31-32.

5 Sir 24 paragona la sapienza che viene dall’alto alla Legge e più in generale alla rivelazione, alla Parola che il popolo ha ricevuto dal Signore (Sir 24, 22). Della Sapienza-Parola ogni figlio d’Israele deve nutrirsi (Sir 24, 18-21) per poter vivere e vivere bene (secondo l’invito di Dt 8, 3: “Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”).

6 Ger 20, 14ss: “Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto”.

7 Cf. Gb 4, 7-9.

8 J.L. Sicre-Diaz, in AAVV, La spiritualità dell’AT, Borla, Roma 1988, pp. 358-364. Attraverso lo studio dei testi conosciuti come le “confessioni di Geremia”, l’autore fa un’analisi dell’esperienza personale di Dio del profeta, a partire dall’esperienza del fallimento apostolico. È un’esperienza in quattro tappe corrispondenti alle 4 confessioni: Dio che all’inizio si presenta come Colui che prende le sue difese (11, 18-23), diventa, nella seconda confessione (15, 10-21) suo accusatore e lo invita a convertirsi se vuole rimanere al suo servizio; nella terza (20, 7-9) non gli parla più ma continua a sedurlo e a forzarlo dal di dentro perché la sua parola è come fuoco interiore che non si può contenere; l’ultima confessione (20, 14-18), è la più dura; Geremia vede come unica soluzione quella di maledire e augurarsi la morte fin dal giorno stesso della sua nascita. Tutto si conclude nel silenzio di Dio. Ormai, non gli parla più nemmeno interiormente; non vi è conforto, né rimprovero, né coazione.

9 “Il libro di Giobbe allora, più che una soluzione ‘razionale’ al mistero del male e della sofferenza, è l’invito a distruggere un’immagine falsa di Dio, fatta a nostra misura, e a placare in questa fede rinnovata quello che in sede puramente ‘razionale’ rimane un mistero, che, però, nel progetto di Dio, superiore e totale, ha una sua logica e una sua collocazione. Non è, quindi, una mera risposta negativa e irrazionale quella di Giobbe; è l’appello a un senso superiore da raggiungere attraverso un itinerario arduo ma fecondo, quello della rivelazione divina accolta nella fede” (La Bibbia per la famiglia, cit., vol. V, p. 82).

10 Per il tema “camminare” e “dimorare” nella luce cf. 1 Gv 1 e 2.

11 Lc 6, 12; 21, 37 (Giuda conosceva l’abitudine di Gesù di recarsi spesso con i suoi al Monte degli ulivi di notte: cf. Gv 18, 2); Mc 14, 32-39.

12 Su questo tema si veda G. Rossé, Il grido di Gesù in croce, una panoramica esegetica e teologica, Città Nuova, Roma 1996.

13 Dall’inno pasquale di Asterio di Amasea (+ 410).

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