C’è una parola che da qualche tempo è riemersa nel dibattito pubblico: uguaglianza. Per decenni eclissata dal protagonismo della libertà, viene riscoperta da diversi studiosi, forse per le intollerabili diseguaglianze che stanno affliggendo anche il nostro paese. Prezioso è il contributo di Ernesto Maria Ruffini che nel libro Uguali per Costituzione, torna alla nostra Carta dando voce alle madri e ai padri costituenti e allo stesso tempo ripercorre la strada fatta e le sfide aperte.
Dignità, libertà e uguaglianza sono i principi fondamentali su cui si regge la nostra Repubblica, ma certamente dei tre, l’uguaglianza è forse il più importante, in quanto abilita e potenzia dignità e libertà. Recita l’articolo 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

L’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana. Foto di pubblico dominio proveniente da Wikimedia Commons.
Un articolo che in sé contiene non solo una prima declinazione delle diverse uguaglianze descritte in altri articoli della Costituzione, ma anche l’impegno della Repubblica nel rimuovere gli ostacoli alla sua realizzazione. È in questa azione costante che l’uguaglianza smette di essere un principio e diventa una pratica, con uno sguardo che non è solo critico ma sa riconoscere, accanto alle distanze irrisolte, anche i risultati concreti fin qui raggiunti.
La prima conquista, spesso data per scontata, è l’uguaglianza formale. Oggi discriminare apertamente per nascita, sesso, religione o condizione sociale appare socialmente inaccettabile. Tuttavia questo non è un fatto naturale, ma il prodotto di decenni di attuazione costituzionale. I padri costituenti sapevano che il percorso sarebbe stato lungo. Piero Calamandrei ricordava come la Costituzione «non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé». E il fatto che continui a essere il metro del confronto pubblico è già un risultato: l’uguaglianza giuridica non basta, ma crea un terreno comune da cui partire. L’uguaglianza dell’art.3 si declina in uguaglianze negli altri articoli della Costituzione toccando i diversi ambiti della vita individuale e sociale.
Da direttore generale dell’Agenzia delle entrate, Ruffini entra nel merito dell’uguaglianza fiscale, dove, pur segnalando le forti contraddizioni e denunciando le posizioni incoerenti (il fisco come pizzo di Stato, le mani nelle tasche degli italiani, condoni, sanatorie, flat tax…), registra risultati importanti. La progressività dell’imposizione resta un principio acquisito e vari strumenti di redistribuzione insieme alla fedeltà fiscale di tanti cittadini hanno contribuito a contenere le diseguaglianze più estreme. L’idea che le tasse servano a finanziare diritti comuni — scuola, sanità, welfare — è piuttosto condivisa, anche quando l’evasione ne tradisce lo spirito. L’utopia costituzionale non è fallita: è sotto pressione.
Sul piano sociale, passi avanti significativi sono stati compiuti soprattutto nella tutela della disabilità e della malattia. L’inclusione come diritto, l’idea che assistenza e accessibilità non costituiscano concessioni ma fondamenta condivise del vivere sociale ne sono un esempio. Le norme e le buone prassi in materia di inclusione scolastica, riconoscimento del ruolo del caregiver, la sensibilità crescente all’accessibilità degli spazi pubblici segnano una direzione irreversibile, per quanto disomogenea a livello territoriale. L’uguaglianza, in questo caso, non procede per rivoluzioni, ma per graduali stratificazioni lente e cumulative.
Un altro ambito in cui i progressi sono evidenti è quello del diritto allo studio. L’accesso universale all’istruzione di base, l’obbligo scolastico, il supporto agli studenti capaci ma privi di mezzi, rappresentano conquiste storiche. La scuola italiana resta uno dei pochi luoghi in cui l’uguaglianza non è solo proclamata, ma quotidianamente sperimentata. Le diseguaglianze legate al contesto familiare e territoriale persistono, ma la consapevolezza che il merito non possa prescindere dalle condizioni materiali è entrata stabilmente nel patrimonio civile.
Nella famiglia e nelle relazioni di genere i cambiamenti sono forse i più visibili sul piano culturale. Va ricordato che l’espressione “senza distinzione di sesso” fu inserita nell’art. 3 grazie al fondamentale contributo di Teresa Mattei, che con i suoi 25 anni, era il membro più giovane della Costituente.
L’uguaglianza tra uomini e donne è oggi un valore condiviso, sebbene non ancora realizzato. L’aumento della partecipazione femminile alla vita pubblica, le tutele contro le discriminazioni, il riconoscimento di nuovi diritti civili mostrano che la direzione è tracciata. L’uguaglianza di genere resta incompiuta, ma non è più invisibile né marginale.
Anche per gli stranieri, pur in un contesto segnato da tensioni e paure, il riconoscimento dei diritti fondamentali è un dato acquisito. L’accesso alla scuola e alla sanità testimonia una Costituzione che opera oltre la cittadinanza formale. L’uguaglianza è fragile e spesso contestata, ma non assente: esiste come principio praticato, seppur parzialmente.
Sul piano dell’informazione, la libertà di stampa e il pluralismo restano pilastri decisivi. Nonostante concentrazioni editoriali e disinformazione, la possibilità di criticare il potere, denunciare ingiustizie e portare alla luce diseguaglianze è una conquista fondamentale. Calamandrei definiva la stampa libera «l’ossigeno della democrazia»: finché circola, l’uguaglianza resta una tensione viva, non un ideale spento.
Da qui il tema del voto. Il suffragio universale rimane una delle realizzazioni più radicali dell’uguaglianza politica: un cittadino, un voto. L’astensionismo ne segnala la crisi, ma non ne cancella il valore. La possibilità di incidere, almeno formalmente, sulle scelte collettive resta una conquista storica che distingue una democrazia da qualunque altra forma di potere.
Infine, la libertà religiosa e la laicità dello Stato. La Costituzione garantisce tutte le fedi e anche il diritto di non averne, e questo pluralismo è oggi un dato strutturale della società italiana. Aldo Moro ricordava che lo Stato dovesse essere «di tutti e per tutti»: una laicità intesa come neutralità attiva, capace di includere senza privilegiare. Anche qui i conflitti non mancano, ma il quadro dei diritti è solido.
In Uguali per Costituzione l’uguaglianza è vista come un cantiere aperto, un’utopia incompiuta non perché irraggiungibile, ma perché esigente. I risultati ottenuti dimostrano che il percorso è possibile; le distanze ancora presenti ricordano che nulla è definitivo. La Costituzione continua ad indicare la direzione. Sta alla società e alla politica continuare a camminare, ogni giorno, con pazienza e responsabilità.
