Gli occhi di Gaetano

Le domande insistenti che affollano la mente riguardo la sofferenza. La fede e il mistero della vita

Si chiama Gaetano. Lo conobbi qualche anno fa a San Foca, il paese, in provincia di Lecce, dove, con l’aiuto degli amici e dell’amministrazione locale, aveva potuto coronare il suo sogno. La terrazza tutti al mare avrebbe permesso a lui e a tante altre persone disabili di poter scendere a riva e fare il bagno come tutti gli altri.

Mi colpì il nome che aveva voluto dare alla sua associazione: Io posso. Aveva 38 anni, era un poliziotto alto, forte, bello, Gaetano, quando fu colpito da quella terribile malattia che è la SLA. Pian piano perse ogni movimento. Gli rimaneva l’intelligenza acuta, l’udito, lo sguardo profondo col quale comunicava attraverso un computer.

«Gaetano, sei più arrabbiato con Dio o con gli uomini?» gli chiesi. «Con gli uomini» rispose, fissando la tastiera. «Ti prego, Signore, non permettere che, col tempo, perda anche la vista», iniziai a pregare da quel giorno. La vita è un dono immenso, ma rimane per tutti, credenti, atei, agnostici, un mistero altrettanto grande. Ci attraversa, ci accarezza, ci invecchia, ci sfugge. Chi crede, gode della consolazione della fede, dell’abbraccio caldo di Dio, della compagnia dei santi, ma non possiede le chiavi per comprendere tutto. Alla fine di ogni riflessione c’è sempre qualcosa che non torna e che ci lascia nella condizione del povero che continua a mendicare. È proprio vero “Dio ha lasciato nel mondo tanta luce per chi vuol vedere e tante tenebre per chi non vuol vedere”.

Il Signore non ha ritenuto di esaudire la preghiera mia e di tanti amici che vogliono bene a Gaetano. Negli ultimi tempi, infatti, i suoi occhi hanno ceduto, lo sguardo non ha più la forza per fissare il computer. Sabato sono stato a trovarlo al suo paese, nel Salento. In casa tutto gira intorno a lui, alla sua disabilità, ai suoi bisogni, alla sua vita.

Le domande che da sempre affollano la mia mente riguardo la sofferenza si sono fatte più insistenti. Sono ritornate domenica, durante la celebrazione delle Messe, sono diventate pietre appuntite con le quali abbiamo bussato al cuore di Dio fino a scorticarlo: «Quale padre lascerebbe il suo bambino chiuso in una corazza senza poter comunicare con l’esterno? E tu, Padre buono e misericordioso, come hai potuto permettere che Gaetano perdesse anche la forza dello sguardo?».

La mente vaga, la fede bussa, la preghiera chiede. Leggo e rileggo la mia Bibbia, la storia della Chiesa, la vita dei santi. Quante verità, passate un tempo inosservate, vengono meglio comprese oggi; quante oscurità si vanno lentamente illuminando pur rimanendo nella penombra della ragione. Potessimo vivere mille anni, non sapremo mai le ragioni per cui gli innocenti soffrono. Non sapremo mai dire con chiarezza in che modo, e perché, la sofferenza di noi poveri mortali, accettata e offerta a Dio, si trasformi in concime di salvezza del mondo.

La fede si rifiuta di rispondere a ogni mia domanda, la nostra preghiera non sempre viene accolta come avremmo voluto, ci basti la certezza che non andrà perduta. Dio non ci toglie la croce dalle spalle, si mette accanto a noi e ci aiuta a trascinarla. Da sabato non faccio che ringraziare Dio per ogni parola che posso pronunciare, ogni gesto, ogni azione, anche la più banale, che posso fare. Sono, siamo ricchi oltre ogni immaginazione. Da sabato, però, anche provo un senso di profonda vergogna per avere avuto bisogno della sofferenza di Gaetano per toccar con mano la bellezza della vita in cui sono e siamo immersi.

Perché scrivo di Gaetano Fuso se non ho risposte da dare? Per farvelo conoscere. Per essere solidali con lui, con Giorgia, la sua coraggiosa moglie, le sue bambine, i suoi amici. Perché, se è vero che non possiamo risolvere i suoi problemi, possiamo, almeno in parte, assumerli, farli nostri, portarli nella preghiera, nella riflessione, nella meditazione. Perché ci rendiamo conto che ognuno può far qualcosa per alleviare il peso immenso che tanta gente trascina sotto i nostri occhi. Perché continuiamo a chiedere al Signore che abbia pietà della nostra poca fede. Oggi capisco perché tanti santi, verso la fine della loro vita, sono arrivati a dire che di Dio si può solo tacere.

Tante cose che non so capire con la mia ragione, infatti, si fanno più chiare dentro, nel profondo, nel silenzio, nella preghiera. Riposiamo tra le braccia di Dio, accettando di essere immensi nella nostra pochezza e di essere immersi in un Mistero che non vuol dire assurdo. Mi piace pensare che, incapace di esprimere a voce il suo pensiero, Gaetano continui a comunicare col buon Dio nel segreto del suo cuore. A dirgli le sue pene, a pregare per le sue bambine, a intercedere per gli uomini che non sempre sanno dire grazie per tutto ciò che hanno ricevuto in dono. Ciao, Gaetano. Accogli l’abbraccio di tanti amici sparsi per l’Italia, che oggi vola fino a Calimera.

 

 

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