Gesù Abbandonato, il Volto di Dio

Spunti di riflessione teologica su uno dei momenti più misteriosi della vita di Gesù. Una lettura che vede in Gesù Abbandonato un Dio"sfigurato", senza forma né volto, perché “figura” di tutti i volti. L’esperienza di Chiara Lubich.
Crocifisso
Prima di tutto una considerazione linguistica. L’espressione “Gesù Abbandonato”, appare, a prima vista, un’espressione negativa. Abbandono vuol dire allontanamento, distacco, separazione, assenza, ecc. Questo può ingannare, tenendoci a distanza da una vera comprensione della sua realtà, del suo mistero. Da dove cominciare, allora? Dall’identità tra il crocifisso e l’abbandonato. 

 

Gesù Abbandonato: chi è costui?

 

Gesù Abbandonato è innanzitutto “Gesù crocifisso e abbandonato”: è l’uomo crocifisso e il Dio crocifisso. Nominarlo così, ci aiuta a superare una visione “reificata”, cioè impersonale del mistero. Troppo spesso, infatti, parliamo di “croce”, dimenticando il crocifisso. Evidenziamo lo strumento di morte, piuttosto che colui che è morto: in pratica, rischiamo di ignorare la persona di Gesu, che nel suo profondo amore ha dato la sua vita per noi.

 

Gesù Abbandonato è rimasto inchiodato lì, su quella croce, fino alla morte. Non si lamenta. Non condanna. Affida Maria a Giovanni e Giovanni a Maria includendo, in certo modo, tutta l’umanità (cf. Gv 19, 26-27). Conosce e sopporta l’ignoranza degli uomini, chiedendo il loro perdono: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 24). Accetta persino la loro libertà, anche quella di sopprimerlo. E nel suo atto supremo confida in Dio: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46).

 

Ma all’apice della sua esperienza terrena, nell’acme di un percorso che lo ha condotto irreversibilmente al fallimento, all’annichilimento e alla morte, egli dispera e grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46). Perché quel grido? Perché quella percezione di abbandono?

 

Commentando questo passo, san Giovanni della Croce, maestro di vita spirituale, evidenzia l’annichilimento di Gesù come aridità dei sensi, abbandono desolante: “… È evidente come, al momento della morte, egli fosse annichilito anche nell’anima senza alcun sollievo e conforto, essendo stato lasciato dal Padre secondo la parte inferiore in un’intima aridità, così grande che fu costretto a gridare: Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato? Quello fu l’abbandono più desolante che avesse sperimentato nei sensi durante la sua vita”1.

 

Gli fa eco il teologo tedesco Romano Guardini, che sottolinea la totale unicità della fine di Cristo, essendo la morte di colui che era realmente “Figlio di Dio”: “L’annichilimento è tanto più profondo quanto è più grande colui che ne è colpito. Nessuno è morto così come è morto Cristo, perché egli era la stessa Vita. Nessuno ha sperimentato la caduta nel perfido nulla come Lui, fino a quella tremenda realtà che si cela dietro le parole: ‘Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato?’, perché Egli era il Figlio di Dio”2.

 

Abbandonato dagli uomini, abbandonato da Dio

 

Dove sono coloro che lo hanno acclamato sulle strade e osannato a Gerusalemme? Dove sono quelli che hanno visto i suoi miracoli e coloro che ne sono stati beneficiati? Dove si nascondono gli apostoli e i discepoli che per tre anni sono stati assiduamente alla sua scuola di vita e di pensiero?

 

È assai misterioso questo abbandono. Come può la sostanza-amore di un Dio uni-trino dissolversi? Come può l’amore del Padre scindersi, anche per un solo istante dal Figlio prediletto, l’agapetòs (cf. Mt 3,17)? Come può Dio abbandonare Dio? 

Il teologo luterano Moltmann scrive: “La croce del Figlio separa Dio da Dio, fino alla più totale ostilità e differenza. Il risuscitamento del Figlio abbandonato da Dio unisce Dio con Dio fin nella più intima comunione. Come dovremo pensare questa comunione di Dio con Dio nella croce del venerdì santo? Concepire Dio nel Crocifisso, da Dio abbandonato, comporta una ‘rivoluzione nel concetto di Dio’: ‘Nemo contra Deum nisi Deus ipse’”3.

 

Ecco la novità che Gesù Abbandonato porta con sé: rivoluzionare il nostro concetto di Dio. Dio stesso ci sorprende dandoci un’immagine di Lui inaspettata: egli è l’impotente, l’annichilito, l’annientato. Il volto di Dio è… senza volto. È solo un volto sfigurato, che assume tutti i volti, e nel quale si potranno identificare tutti gli “sfigurati” della terra. 

 

Nell’istante del “grido” tutto ciò sembra accadere in maniera sconvolgente e reale. E proprio in quell’attimo, ovvero nella temporalità, c’è forse una risposta. L’eterno entra nel tempo e temporalizzandosi lo eternizza. L’infinito si fa finito e lo infinitizza. Dio si fa uomo e divinizza l’umanità. 

 

Le nostre povere espressioni umane non riescono ad esprimere il mistero e l’incanto di un Dio che si fa bambino, di un Gesù che diventa uno di noi, Emmanuel, “Dio con noi”, Dio per noi e in mezzo a noi. Egli vive e soffre come noi e dà la vita per noi: Unus de Trinitate passus est. Uno della Trinità ha sofferto.

 

Gesù è il rivelatore del Padre, il rivelatore del regno, il rivelatore dell’amore. Se questa rivelazione ha un culmine, questa avviene nei giorni della Pasqua. L’avvento di un Dio bambino nell’incarnazione (Natale) trova compimento nel mistero pasquale (Pasqua), che è mistero di morte e di resurrezione, di disperazione e di speranza. Sì, anche di disperazione, perché la “notte del Golgotha” è vera notte, senza alcuna consolazione per Gesù.

 

Nel suo libro L’uomo in rivolta Camus scrive: “La notte del Golgotha assume quindi un così grande significato solo perché la divinità, che manifesta rinuncia a tutti gli antichi privilegi, vive fino alla fine la paura di morte, inclusa ogni disperazione. Così si spiegano il lama asabathani e il terribile dubbio di Cristo durante l’agonia. Un’agonia che sarebbe stata facile, se sopportata dall’eterna speranza. Perché Dio sia uomo deve disperare”4.

 

Dio ha vinto anche il peccato e la morte. Al centro del mistero di Dio c’è, dunque, Gesù Abbandonato. Egli è colui che ha saputo riconoscere che Dio è TUTTO per Lui. È poiché quel DIO-TUTTO, nell’atto dell’abbandono è, paradossalmente, come sparito dalla sua vista, dal suo orizzonte sensibile e spirituale, Gesù Abbandonato vive, lì sulla croce, la sofferenza più grande di tutta la sua esistenza terrena: sofferenza di Dio che è anche da Dio.

 

Egli la vive in prima persona come Verbo incarnato5, come qualcosa di più di un semplice crollo o fallimento, ma come una permissione da parte del Padre: “Quel Gesù, – scrive Moltmann – la cui vita e annuncio erano contrassegnati da una comunione così intima e tutta sua propria con Dio, morì nell’abbandono radicale e tutto suo proprio di Dio. Ed è qualcosa di più e di diverso da un ‘crollo’ o ‘fallimento’. Di che ‘male’ è morto Gesù? Non solo della concezione della sua gente a proposito della legge, e nemmeno della politica di potenza dei romani, ma in ultima analisi del suo stesso Dio e Padre. Il tormento dei suoi tormenti fu l’abbandono da Dio. E questo ci costringe a vedere già nel contesto della sua vita l’avvenimento della croce come un avvenimento che ha per protagonisti Gesù e il suo Dio, ed anche: suo Padre e Gesù”6.

 

Con questa “esperienza”, pienamente e terribilmente umana, Gesù completa la sua missione umano-divina: incarnarsi per divinizzare il mondo, l’uomo e le sue relazioni.

 

Gesù Abbandonato, lo Sposo

 

La sofferenza umano-divina, patita dall’uomo-Dio, (veramente uomo e veramente Dio), è il modello di ogni patire umano.

Il cristiano, e quindi ancor di più il consacrato, ha, o almeno, dovrebbe avere un rapporto speciale con Gesù Abbandonato. Sull’esempio dei santi e dei mistici esso è un rapporto sponsale: “Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me” (Ct 6, 3).

 

Scegliere Gesù Abbandonato come modello della propria vita significa porsi con Gesù sull’alto della croce, guardare il mondo coi suoi occhi, abbracciare con lo sguardo tutta l’umanità. Questa è l’esperienza dell’autentica e nuda fede, che pone il credente in una posizione privilegiata, quella del Cristo stesso, della sua stessa visione del mondo (Weltanschuung).

 

Guardini scrive: “Credere significa andare al Cristo, portarsi sulla posizione su cui Egli sta. Vedere con i suoi occhi, misurare con i suoi criteri. Il credente sta, appunto con la sua fede e per mezzo di Lui, fuori dal mondo, in quell’atteggiamento che è simultaneamente distante e penetrante, che lo nega e gli dà l’assenso, e che costituisce la tensione dello sguardo della Weltanschuung”7.

 

Cosa vede Gesù Abbandonato dall’alto della sua croce? L’abbandono di un mondo che ha negato e dimenticato Dio. Cosa accoglie, a braccia aperte, dall’alto della croce? L’abbandono di tutti i reietti della terra, uomini e donne abbandonati da tutti, anche da Dio: “Il ‘Dio crocifisso’ – scrive Moltmann – è il Dio di tutti gli uomini senza Dio e da Dio abbandonati”8.

 

Con l’Incarnazione non solo Dio si è reso visibile (“Chi ha visto me ha visto Il Padre”, Gv 14, 9). Il Verbo stesso di Dio, la seconda persona della Trinità, si è fatto uno di noi: la sua carne è la nostra carne, la sua vita è la nostra vita. Gesù Abbandonato rivela e compie questo mistero. Barth scrive: “Il Gesù crocifisso è l’immagine del Dio invisibile”9.

 

Ora davvero anche il nostro dolore è il suo dolore. Con la Redenzione il Verbo di Dio ha assunto tutto, trasformandolo in sostanza della sua sostanza, cioè amore. L’amore ha vinto il mondo e ha trasformato l’uomo peccatore in uomo redento. L’uomo nuovo della grazia (Cristo) ha sconfitto l’uomo vecchio del peccato (Adamo). I Padri della Chiesa l’hanno riassunto in un’espressione pregnante: “Tutto ciò che è stato assunto è stato redento”.

 

Karl Rahner commenta: “Tutto quello che Egli ha assunto è redento, perché in tal modo esso è diventato vita e destino di Dio stesso. Egli ha assunto la morte; dunque la morte deve essere qualche cosa di più di un tramonto nel vuoto assurdo. Egli ha assunto di essere abbandonato; dunque la tetra solitudine deve racchiudere in sé anche la promessa di una felice vicinanza divina. Egli ha assunto la mancanza di successo. Dunque la sconfitta può essere una vittoria. Egli ha assunto di essere abbandonato da Dio. Dunque Dio è vicino anche quando noi pensiamo di essere da lui abbandonati. Egli ha assunto tutto, dunque tutto è redento”10. 

 

Il volto di Gesù, oggi

 

Dove troviamo il volto di Gesù Abbandonato oggi? Senza dubbio in noi, nei fratelli, nei peccatori, in tutti dolori dell’umanità. Egli sembra offrire il suo volto a tutto ciò che “non ha volto”, a tutto ciò che è “senza significato”, a tutto ciò che “appare assurdo”. Nelle sue esplorazioni mistiche, Chiara Lubich, discepola fedele di Gesù Abbandonato, che ella ha definito “maestro di unità”, ha intuito la valenza onnicomprensiva di questo mistero, in pratica l’identificazione della sua persona con tutta la realtà, specialmente quella segnata dal dolore.

 

Ella scrive: “Ci affascinava, forse ci innamorava perché, sin dall’inizio, abbiamo incominciato a vederlo dappertutto: si presentava con i volti più diversi in tutti gli aspetti dolorosi della vita: non erano che Lui, erano soltanto Lui; erano, anche se sempre nuovi, unicamente Lui… Ci attirava a sé, lo si scopriva in ogni dolore fisico, morale o spirituale: erano un’ombra del suo grande dolore. Sì, perché Gesù abbandonato è la figura del muto: non sa più parlare, non sa altro che dire: ‘et nescivi’: e non capivo (Sal 73[72], 22). È la figura del cieco: non vede; del sordo: non sente. È lo stanco che si lamenta. Sembra rasenti la disperazione. È l’affamato… d’unione con Dio. È figura dell’illuso, appare fallito, del tradito. È pauroso, disorientato. Gesù abbandonato è la tenebra, la malinconia, il contrasto, figura di tutto ciò che è strano, indefinibile, che sa di mostruoso perché è un Dio che grida aiuto!… È il non senso. È il solo, il derelitto… Appare inutile, scartato, scioccato”11.

 

Gesù si sfigura per dare a noi il suo Volto. È una realtà che siamo chiamati, liberamente, ad accogliere. Una tale scoperta, tuttavia, ci invita a rivoluzionare tutta la nostra vita cristiana. Non può, quindi, lasciarci inoperosi. È necessario anche per noi, allora, andare incontro a quel Gesù Abbandonato, che, sotto apparenze di dolore, ci svela tutto l’amore di Dio. Si tratta di scoprirlo e riscoprirlo ogni istante, in noi e attorno a noi, chiamandolo per nome, con tutti i nomi che il Verbo stesso di Dio ha accettato e accetta ogni momento, per “farsi uno di noi”, in tutte le situazioni della vita.

 

Gesù Abbandonato è la fede. Si tratta, infatti, di imparare a vedere, nascosto dietro ogni volto, soprattutto in coloro che soffrono di più, quel tesoro che ha mutato il mondo e lo cambia ogni giorno, infondendogli ottimismo e speranza. Gesù Abbandonato, infatti, trasforma ogni sofferenza in amore, ogni divisione in unione, ogni morte in resurrezione.

 

NOTE

 

1 Giovanni della Croce,  Salita del Monte Carmelo, II, 7, 11, in Opere, Roma 19916, p. 92.

 

2 R. Guardini, Il Signore, Morcelliana, Milano 19645, p. 493.

 

3 J. Moltmann, Il Dio crocifisso, Queriniana, Brescia 19904, p. 180. Corsivo nostro.

 

4 Cit. in J. Moltmann, op.cit, p. 264.

 

5 Cf. S. Breton, Le Verbe  et la Croix, Paris 1981; Il Verbo e la Croce, Stauròs, Pescara 1983.

 

6 J. Moltmann, op.cit., pp. 176-177. Corsivo nostro.

 

7 R. Guardini, Opera Omnia II/I, Morcelliana, Brescia 2008, p. 77.

 

8 J. Moltmann, op.cit., p. 225.

 

9 K. Barth, Kirchliche Dogmatik, II, 2, p. 132; cit. in J. Moltmann, op. cit., p. 235.

 

10 K. Rahner, Misteri della vita di Cristo. Ecce homo!, in Nuovi Saggi II, Paoline, Roma 1968, pp. 173-174.

 

11 C. Lubich, Il grido, Città Nuova, Roma 20003, pp. 41-43.

 

 

 

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