Focolari: corresponsabilità e comunità locali

Un movimento ecclesiale di fronte alle sfide attuali. Custodire un’eredità e la ricerca di risposte concrete. L’impegno di tutti per costruire comunità autentiche.
Nel mese di settembre del 2009, nella nostra sede a Rocca di Papa, si è realizzato il primo incontro di tutto il corpo dirigente del Movimento dei Focolari (Opera di Maria), dopo la morte di Chiara Lubich. È stato un momento speciale nel quale abbiamo vissuto il passaggio dalla fondatrice alla presidente Maria Voce (Emmaus), scelta dall’assemblea generale dell’Opera nel 2008, assieme al co-presidente Giancarlo Falletti e ai consiglieri e alle consigliere centrali.

 

L’eredità più preziosa

 

In questo momento storico tutti noi del Movimento avvertiamo l’esigenza di essere fedeli all’eredità più preziosa che Chiara ci ha lasciato: la presenza di Gesù “in mezzo” a noi (cf. Mt 18, 20), che nei nostri statuti lei stessa ha voluto come premessa di ogni altra regola.

Il cuore del Movimento in un territorio sono i “focolari”, piccole comunità di focolarini o di focolarine, consacrati a Dio. Attorno ai focolari c’è una vasta gamma di persone – membri e aderenti – di ogni vocazione, età e categoria sociale, con diversi tipi d’impegno nel Movimento, che formano le “comunità locali”.

 

Emmaus ha più volte rilevato che gli appartenenti all’Opera sono tutti “corresponsabili”, perché essa sia come Dio la vuole e Chiara l’ha vista.

Oltre ai membri del consiglio generale partecipavano al raduno i rappresentanti di tutte le espressioni del Movimento, insieme alle focolarine e ai focolarini delegati dalla presidente per portare avanti l’Opera in 88 nazioni.

L’esperienza di comunione, vissuta durante l’incontro, e un accurato esame della situazione attuale, ci hanno portato ad un nuovo assestamento, resosi necessario per rispondere alle esigenze dell’Opera in diverse parti del mondo, specie nei Paesi a rischio. Questa ristrutturazione aveva anche lo scopo di dare più consistenza numerica ai focolari, in risposta alla visione della fondatrice che vedeva i focolari composti da un numero di membri non inferiore a quattro.

 

Criticità e prospettive

 

All’inizio del raduno, la presidente ha comunicato le sue considerazioni sull’andamento del Movimento, le sfide e le prospettive, mettendo in rilievo il quadro di fondo sul quale dovevamo collocare ogni argomento, ogni linea d’azione ed ogni eventuale priorità: “l’oggi dell’Opera”, a più di un anno dalla dipartita di Chiara.

Riporto quanto Maria Voce ha detto, a un anno dalla sua elezione, rispondendo a due domande della rivista “Città Nuova” (giugno 2009). La prima: “Quale criticità ti preoccupa di più nel Movimento?”. “Ho l’impressione – risponde Maria Voce – che siamo cresciuti troppo in fretta nelle manifestazioni e nelle realtà esterne del Movimento. Mi spiego. Chiara doveva fondare tutto quello che Dio le suggeriva, ma costatiamo che siamo ancora inadeguati a quanto Chiara ha fatto. La criticità sta nel sentire che le persone del Movimento sono insufficienti, a cominciare da me, di fronte alla grandezza delle finalità di una Opera di Dio. Per questo siamo chiamati a capire bene cosa serva adesso al Movimento, certi che Chiara ha tutto avviato, che tutto è da compiere. Ma, forse, non tutto insieme e non tutto subito”.

 

La seconda: “Intravedi qualche prospettiva?”. “Mi sembra – aggiunge – che adesso bisogna tornare a puntare sulla testimonianza personale, sulla conversione quotidiana alla vita del Vangelo, sulla formazione di comunità autentiche, in cui i rapporti siano veramente vitali e forti. Da questo nasceranno anche le grandi manifestazioni, che servono a mettere in luce la vita; ma ora è il tempo di privilegiare quello che si deve manifestare più che la manifestazione.

 

Custodire una presenza

 

Queste parole di Emmaus mettevano in evidenza l’essenziale che ci ha indicato Chiara, ossia, l’avere sempre in mente che quello che conta è la vita, è custodire tra noi la presenza di Gesù, perché è Lui – poi – che porta avanti il Movimento.

Sicuramente era poi fondamentale una profonda riflessione sulla situazione dei focolari e delle comunità locali, per capire nella luce giusta tutte le realtà che tanto ci stavano a cuore: i focolarini e le focolarine, le nuove generazioni, la formazione dei membri e un adeguato decentramento.

 

Nei mesi precedenti, in diversi incontri del consiglio generale avevamo cercato di interrogarci su questi argomenti, di essere uniti tra noi e ci dicevamo che la cosa più importante era vivere una esperienza profonda di comunione anche con i delegati dell’Opera nelle zone quando sarebbero venuti al centro.

Eravamo convinti che durante il raduno con l’ascolto, il dialogo profondo e lo scambio di esperienze nei diversi gruppi di lavoro, avremmo trovato le risposte e il ritmo giusto per portare avanti il Movimento, rimanendo nel solco dell’eredità di Chiara e costruendo momento per momento quello che le nostre forze ci avrebbero consentito con l’aiuto di Dio.

 

Le sfide

 

Su questa base di comunione, senza timori, guardando con oggettività le situazioni, dopo un dialogo aperto dove tutti hanno potuto esprimersi, e considerando anche i 66 anni trascorsi dall’inizio del Movimento abbiamo individuato alcune delle sfide più significative da affrontare, delle situazioni davanti alle quali dovevamo prendere dei provvedimenti.

I membri del Movimento sono cresciuti, l’età è andata avanti, c’è un numero più grande di persone con meno forze fisiche e più ammalati da assistere, in particolare, focolarini e focolarine.

 

Nello stesso tempo, c’è tutto il mondo giovanile, composto da bambini, ragazzi e giovani, i nostri gen, che hanno bisogno di persone che stiano con loro, siano testimoni, li seguano e curino la loro formazione. Per questo compito così importante è necessario un maggior numero di focolarini e focolarine preparati.

I focolari si trovano anche in paesi difficili, in zone di dialogo con altre religioni, dove i cristiani sono una minoranza e la Chiesa è in difficoltà, dove magari c’è solo un piccolo gruppo del Movimento. Lo scopo dell’Opera è l’unità, il “che tutti siano uno” (cf. Gv 17, 21), perciò è prioritario il dialogo con le altre religioni ed è necessario sostenere questi posti di frontiera magari con vocazioni che nascono da altre parti.

 

Tutti per tutti

 

Nel corso dell’incontro, aiutati dalle riflessioni di Emmaus, siamo arrivati alla conclusione che Dio si aspettava un grande coinvolgimento di tutte le componenti dell’Opera, non solo delle focolarine e dei focolarini, ma di tutti, fino al più giovane aderente delle nostre comunità locali. Ormai il Movimento è cresciuto; ci sono i volontari, le famiglie, i gen, gli aderenti formati, pieni di slancio e pronti ad assumersi delle responsabilità.

 

Abbiamo capito che c’era bisogno di una grande mobilitazione da parte di tutti, perché l’Opera siamo tutti noi. Questa svolta significava vivere “tutti per tutti” e ci portava ad avere uno sguardo universale che abbracciava tutto il Movimento.

Concretizzare il “tutti per tutti” harichiesto ad ognuno dei delegati dell’Opera un grande distacco dal proprio particolare, per arrivare a coprire le necessità più urgenti, per consentire ai focolarini e focolarine una vita più consona alla loro vocazione e perché, dentro la più vasta priorità dei dialoghi, dappertutto si potessero vivere le priorità scelte: formazione, giovani, focolarini.

 

Di conseguenza si è maturata la decisione di unire più territori con la chiusura di diversi focolari, per avere la possibilità di donare un certo numero di focolarine e focolarini ad altre zone, credendo che il “perdere”, il “tagliare” porta frutti di vita nuova. E questa disponibilità al disegno di Dio faceva crescere l’unità fra tutti, liberava da se stessi e dalle proprie cose, donava gioia.

Presto l’eco di quest’esperienza si è diffusa ed è arrivata dappertutto nei focolari e contemporaneamente ai membri delle varie comunità locali. Man mano che passavano i giorni tutti hanno aderito con viva partecipazione.

 

Uno scambio di doni

 

Con l’accorpamento o la chiusura di focolari è stato possibile trovare dei focolarini e focolarine disponibili alla cura degli ammalati, a seguire i giovani nelle nostre cittadelle o per rafforzare paesi di frontiera, come il Pakistan, per esempio.

Diverse famiglie, chiamate “famiglie-focolare”, hanno dato la loro disponibilità a trasferirsi anche con i figli là dove l’Opera ritenga sia necessario. In questo momento, sono sette queste famiglie pronte a partire per altri paesi, specie dell’Africa – ma anche in Islanda – per dare il loro contributo alla formazione di altre famiglie. Ce ne sono ancora diverse altre che si preparano.

 

Le comunità locali – specie quelle più mature – gradualmente stanno assumendo la responsabilità del Movimento lì dove sono stati chiusi i focolari. Ma anche nelle altre parti esse prendono coscienza del proprio ruolo nel territorio dove vivono, condividendo gli impegni nell’apostolato o in altre attività del Movimento, lavorando a fianco dei focolarini e delle focolarine. Spesso manifestano la loro disponibilità: “Potete contare sulle nostre forze, siamo pronti a fare qualsiasi cosa”.

Naturalmente tutta questa ristrutturazione, ancora in evoluzione, non è indolore per le comunità locali: in alcuni posti è stato semplice, in altri più sofferto e c’è voluto un grande amore a Gesù crocifisso e abbandonato per “donare” il focolare.

 

È un processo graduale, ci vuole tempo perché la comunità che rimane sul territorio riesca ad esprimersi e fare i passi necessari per assumersi le responsabilità che prima erano dei focolarini. In alcuni casi abbiamo dovuto aspettare il momento di Dio, fino a quando cioè tutti i membri del Movimento, dal più grande al più piccolo, hanno condiviso tutte le loro inquietudini e domande e sono entrati pienamente nella nuova realtà. Il decentrare richiede pazienza e accompagnamento, perché tutti possano sentirsi veramente corresponsabili.

 

In una città del nord Europa, dove appunto si è chiuso il focolare, un vescovo ha espresso la sua valutazione: “Avete fatto bene, questo passo consoliderà le basi (le comunità locali) e richiamerà ognuno a più responsabilità, farà nascere nuova vita”.

Le notizie che ci arrivano dai luoghi dove si è completata la sospensione di un focolare ne sono una conferma.

Abbiamo l’impressione che dopo la chiusura del focolare la comunità si sia tutta risvegliata. Con una nuova coscienza e un rinnovato impegno ciascuno ha preso la responsabilità di quel pezzo d’Opera a lui affidato. Anzi per parecchi è un nuovo inizio nella vita di unità”.

Il dolore della chiusura del focolare ha unito tutti in una famiglia calorosa, con un nuovo impegno nell’aiutarsi e condividere gioie e dolori.

In un momento di comunione i membri della comunità hanno espresso la loro gratitudine e il dolore per la partenza dei focolarini. Però, hanno anche assicurato che si sentono chiamati – adesso più che mai – a portare avanti il Movimento in prima persona”.

La presenza del focolare aveva portato un vento nuovo nella nostra città, ma siamo convinti che nonostante esso non ci sia più, il Movimento andrà avanti perché in questi anni abbiamo imparato cosa vuol dire vivere con Gesù ‘in mezzo’”.

Quante forze abbiamo visto esplodere nei giovani, quanto amore e impegno nel vivere per la comunità”.

 

Ci sembra di poter affermare che l’esperienza di comunione, la reciprocità dei rapporti, il donare e il ricevere, ha beneficato tutti quanti – centro e comunità locali – facendoci acquistare una maggiore coscienza della corresponsabilità che ognuno ha nel portare avanti il messaggio d’unità del Movimento e nell’incarnarlo nel territorio dove vive.

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