Esperienza artistica e via pulchritudinis

Intervista a Viviana De  Marco autrice di L’eucarestia e la via pulchritudinis, «Nuova Umanità» XXXIII (2011/6) 198
Viviana De Marco

Viviana, potresti anzitutto raccontarci qualcosa della tua esperienza d’artista e spiegarci come, lungo il tuo cammino, ti è venuto in luce il valore della bellezza donata?

 

 Credo che una caratteristica del mio percorso umano, artistico e culturale in questi vent’anni sia il “respirare con due polmoni”, e cioè la profonda compenetrazione di queste due dimensioni: da un lato la ricerca in ambito speculativo, e quindi gli studi classici, la filosofia, la teologia; dall’altro lato la ricerca artistica, e il bisogno di esprimere quello che vibrava nelle corde dell’anima, nell’interpretazione drammatica, e nel trovare nuove forme espressive e interpretative.

Al liceo la tragedia greca, la Divina Commedia, le grandi figure femminili della poesia mi affascinavano e mi emozionavano profondamente. Sentivo in me il bisogno urgente di far rivivere quei drammi, quelle passioni, quelle emozioni attraverso la mia voce e la mia interpretazione: era come se io potessi dar voce e corpo a quel mondo interiore, mentre quelle figure, profondamente interiorizzate nell’interpretazione, potevano esprimere quello che vibrava in me. Ma il teatro di prosa tradizionale e lo sperimentalismo degli anni ’80 non mi davano nulla. Ci sono stati gli anni di formazione al teatro stabile e nelle scuole di teatro tragico antico, di dramma contemporaneo, di teatro sacro, oltre alla formazione alla musica e al canto. Scoprivo l’arte drammatica come qualcosa di profondamente sacro, qualcosa che appunto passava per le corde dell’anima. Ma al tempo stesso facevo l’amara esperienza che non tutti gli artisti hanno questo senso del sacro, non in tutti i teatri si fa arte ma talvolta si lavora a spettacoli di dubbio gusto e di facile mercato. Mi trovavo davanti a un bivio: o scegliere una possibile carriera con compagnie affermate, oppure lavorare in proprio, fondare una compagnia e ricercare la bellezza. Mi è sembrata naturale la scelta di andare controcorrente, tagliando i ponti con importanti compagnie che mi proponevano spettacoli o ruoli che urtavano contro la mia dignità di artista e di persona, oltre che con le mie convinzioni personali e religiose. Così ho scelto di lavorare da sola, o meglio, di ricominciare da zero la ricerca artistica come ricerca del bello e del sacro. È nato l’incontro con persone che avevano la mia stessa sensibilità artistica pur non partendo da un’esperienza di fede e talvolta dichiarandosi non credenti. È nata la compagnia “Verso l’armonia”, con una nuova esperienza artistica ed espressiva della recitazione teatrale e poetica in sinergia con la musica: più di mille spettacoli in 10 anni! Tra questi, Tensione all’Infinito, dedicato all’opera poetica di Giovanni Paolo II, visto ed apprezzato dallo stesso papa, e poi Il femminile nel mondo classico e contemporaneo, lo spettacolo sulla Divina Commedia, con musiche originali che nascono insieme alla recitazione e a partire da essa, che ha avuto più di 500 repliche. Ho fatto esperienza di una “bellezza donata”, un’esperienza di bellezza che prima di nascere da noi e dal nostro lavoro artistico, nasce in noi e fra noi come dono da accogliere. Una bellezza che è oltre noi come origine, e va oltre noi come meta, pur passando attraverso di noi. E per me l’esperienza di questa bellezza donata da accogliere con gratitudine e di questa reciprocità nel fare arte l’uno a partire dall’altro è l’humus da cui nasce la mia riflessione in ambito estetico sul sublime e sulla via pulchritudinis. Non il tavolino di uno studioso, ma… il campo di battaglia dei giochi di voce, dei suoni, dei testi, degli spartiti…

 

 

Vita e pensiero si completano e si nutrono vicendevolmente. Il tuo “fare” arte, infatti, ha dato frutto ad una riflessione sull’esperienza estetica, molto legata a quanto abbiamo appena detto sulla bellezza donata. Ci puoi dire come vedi tu l’incontro fra l’uomo e il bello?

 

Nella mia esperienza artistica la scoperta della bellezza è stata ed è tuttora l’incontro con il Mistero che si dona. A livello di formazione culturale, cioè negli studi classici, avevo colto la bellezza come qualcosa che nasce dalla perfezione della forma e che in un certo senso si impone oggettivamente come sintesi di materia e forma o di finito e infinito, ed è universalmente percepita come tale. Ma come artista è stata un’esperienza totalmente diversa: è un mondo che si disvela, è una dimensione molto più alta e più profonda… È qualcosa che non si impone, ma che si offre, uscendo dal nascondimento, come l’essere nella prospettiva di Heidegger. Non si coglie con la ragione o con la formazione culturale o tecnica, ma con l’anima. È appunto una realtà che va accolta con gratitudine. Alla luce della fede posso dire che è grazia. Ed è grazia il fatto che in ogni spettacolo questa scintilla possa accendersi nel pubblico. Ed è dono per tutti, non solo per chi crede Non è mai ovvio o scontato, non è mai solo frutto di tecnica o di bravura! Non ha la ripetibilità di un esperimento scientifico, ma la gratuità, la non prevedibilità e la non ovvietà del dono. Ed è qualcosa che passa attraverso di te come artista, ma è “oltre”  te, nel senso che nasce “oltre” e tocca l’anima in un modo inspiegabile, e direi, ineffabile. Ti racconto una breve esperienza: in una serata dell’aprile 2003, Silvia, una mia allieva, viene ad un mio spettacolo in cui interpreto personaggi femminili a “colori forti”, tratti dalla tragedia greca, da Brecht, dall’Inferno di Dante o da Jacopone. Silvia mi racconta di aver provato una profonda emozione nell’anima, e di aver sperimentato la presenza di Dio in un modo mai avvertito prima. E non erano personaggi “sacri”, ma altamente drammatici! Due giorni dopo, il sabato sera, Silvia muore a 16 anni in un incidente stradale. Questa per me è la “bellezza donata”, un incontro col divino attraverso l’esperienza artistica, un incontro che un cuore puro e libero può accogliere con gratitudine.

 

 

Cosa si intende per via pulchritudinis, la via della bellezza?

 

Solitamente in filosofia per via pulchritudinis si intende una via che dalla bellezza delle cose create permette di risalire a Dio come somma bellezza: una via “a posteriori”, dunque. Oppure come in Platone, la bellezza è qualcosa che “mette le ali all’anima”, elevandola fino all’Idea del Bene e del Bello. O ancora, in Schelling, si coglie nell’opera d’arte la sintesi dialettica di finito e infinto, di reale e ideale.

Nel mio articolo la via pulchritudinis non è tanto un percorso di tipo ascensivo o dialettico, ma proporrei piuttosto di entrare in un orizzonte fenomenologico in cui mettendo tra parentesi pregiudizi e precomprensioni ci si può aprire al manifestarsi delle cose nella loro bellezza profonda che ha radice nel mistero. E in questo orizzonte di libertà e attenzione, cercherei di suggerire una dimensione in cui il bello e il mistero divino si compenetrano profondamente e si manifestano nella loro reciprocità, l’uno nell’altro: il divino si manifesta nel bello, grazie al bello e a partire dal bello, e viceversa. Ed è in questo senso che osiamo accostarci al mistero eucaristico: non come un principio analogico o un termine di paragone, ma come esperienza simultanea di contemplazione e di incarnazione che è mistero profondo ed altissima bellezza.

 

 

É un’esperienza che si dà a pochi – ad esempio, ai soli artisti – o è offerta a tutte le persone?

 

Un aforisma comunemente noto afferma: «Quando l’arte è per tutti, è tutto meno che arte!». Se in questa affermazione c’è un fondo di verità perché è chiaro che l’arte non può essere un oggetto di mercato commerciabile e usufruibile superficialmente da tutti, né può essere qualcosa che può essere veicolata con la comunicazione immediata dei mass media perché è innanzitutto un’esperienza di bellezza che viene colta con i sensi dell’anima e del corpo, io direi però che questa esperienza non è elitaria, non è riservata ad una sorta di aristocrazia di artisti o di cultori di estetica. È bellezza donata, e questo significa che è un dono gratuito, e non è mai un possesso acquisito o un privilegio riservato. È bellezza che si dona a tutti, ma proprio perché si dona, non può imporsi in modo cogente, ma passa per la libertà dell’anima e del cuore. E un dono deve essere accolto con gratitudine e libertà. A mio avviso la discriminante non passa per l’essere artisti o meno, ma nell’avere quello sguardo profondo, quella fine sensibilità che percepisce la reciprocità del bello e del sacro nel loro manifestarsi, quella capacità di distaccarsi da razionalismi e interpretazioni preconcette per lasciarsi coinvolgere in questa esperienza di bellezza che si dona e ti avvolge. In questo senso una persona che non ha mai fatto arte e che si impegna in settori completamente diversi può coglierla: mentre d’altra parte, un critico che abbia speso la vita dietro ai trattati di estetica o un professionista dei diversi settori dell’arte che sia solo un perfetto esecutore o un brillante performer di mercato, potrebbe passare davanti alla bellezza senza nemmeno accorgersene.

 

 

Siamo abituati a pensare all’arte come un atto creativo dell’artista, geniale e (spesso disperatamente) solo di fronte al suo genio. Esiste invece una dimensione relazionale dell’arte e, più in generale, dell’esperienza della bellezza. Potresti chiarirci che cos’è l’aspetto comunionale della via pulchritudinis e qual è il suo valore?

 

La dimensione comunionale dell’esperienza artistica non è un semplice stare insieme, non è una semplice dimensione corale o collettiva. Ad esempio nella tragedia greca il coro è fondamentale ed esprime appunto una dimensione corale del fare arte recitando collettivamente all’unisono; anche un orchestra sinfonica o una corale polifonica esprimono un’esperienza collettiva. Ma la dimensione comunionale è ben altro: è arte che nasce dalla reciprocità non come semplice interazione di competenze o performances, ma come condivisione profonda, come capacità di svuotarsi per accogliere l’altro e la sua arte, come fare arte l’uno a partire dall’altro e grazie all’altro. E questo non cancella l’individualità creativa o interpretativa dell’artista, non cancella la sua esperienza di profonda solitudine, ma la eleva su un piano diverso. Ed è verissimo che l’artista è solo: sei solo con la tua ispirazione, sei solo con la tua tecnica, sei in gioco da solo lì quando offri la tua opera o la tua interpretazione mettendoci dentro tutto te stesso. Sei solo perché talvolta non si è capiti da quella parte di pubblico o di critica più abituata ai prodotti commerciali che offre il mercato. Sei solo perché talvolta non si è capiti nemmeno da altri artisti. Ora, se questo diventa un essere “ isperatamente soli”, porta l’artista a rinchiudersi in se stesso e nella sua “torre d’avorio”. Ma se invece questa esperienza di solitudine diventa una dimensione esistenziale a cui attingere per condividere e creare, e creare condividendo, allora diventa solitudine condivisa: con un paradosso, direi “solitudine comunionale”. Ti dico un’esperienza di qualche giorno fa. Una poetessa di fine sensibilità le cui opere sono state tradotte e diffuse nelle diverse lingue europee, mi dice di essere entrata in crisi per un’osservazione piuttosto inopportuna, fatta da una persona. Questa persona la invitava a scrivere contenuti più semplici e immediati con un linguaggio più facile e comprensibile! È chiaro che questo per un poeta è offensivo, e soprattutto una persona molto sensibile soffre con maggiore intensità il fatto che il suo messaggio non arrivi. Così questa artista si chiedeva se dovesse cestinare la sua opera e magari pubblicare quelle poesie facilmente usufruibili dal pubblico ma in cui lei non si sentiva espressa pienamente. Lei condivideva questa sua solitudine con me perché avevo recitato in diverse serate le sue poesie: si sentiva espressa nella mia recitazione, profondamente capita e in piena sintonia. Abbiamo parlato di questa esperienza di profonda solitudine dell’artista, ma anche della condivisione reciproca: così il suo cuore si è aperto a una “solitudine condivisa”, riscoprendo in una nuova luce la sua stessa produzione poetica.

 

 

L’arte è solo la forma bella o anche la bruttezza, la decadenza, il non-bello possono diventare oggetto di un’esperienza estetica?

 

Nella visione classica l’arte è data dalla forma bella, dalla perfezione formale. Tuttavia anche nella classicità fa capolino la dimensione del sublime, che sembra indicare un livello più alto e profondo della bellezza, una bellezza che va “oltre” la forma. In questo senso sono elementi preziosi anche il “silenzio” o la forma franta. In un mio articolo per Nuova Umanità[1] ho indicato la capacità del sublime di andare “oltre” il dramma e il dolore, “oltre” la “notte”. In generale posso dire che l’esperienza dell’artista, ma anche l’esperienza estetica più autentica da parte del pubblico, ha un profondo rapporto con l’esperienza del dolore, è qualcosa che entra nel dramma, nell’informe, nel brutto, ma non per restare lì dentro, ma piuttosto per trasformarli. L’artista con la sua profonda sensibilità si immerge anche più profondamente di altri nel dramma, nel dolore, nell’assurdo: ma è lì che avviene il “miracolo” dell’arte , nella possibilità di far filtrare dentro la “notte” una luce di speranza. Proprio dove non c’è bellezza si può scoprire la “ bellezza donata”, come un dono da accogliere e custodire con gratitudine.




[1] V. De Marco, La forza del sublime, «Nuova Umanità» XXXI (2009/4-5) 184-185, pp. 567-589.

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