Esercizi di… radicamento

Dove guardiamo nella nostra vita? Al successo e alla prestazione o alle nostre radici?

All’inizio dell’anno ho scritto un elenco di cose da realizzare (le chiamo “cose”, perché alcune erano progetti, altri doveri, altre ancora idee, talune finanche sogni). Superate le dieci cose mi sono fermato (già ne venivano in mente altre…).

Le ho rilette, soppesate. Si prospetta un anno intenso e bello, ho pensato. Sulla lista c’erano cose tipo: concludere il progetto di ricerca e pubblicare l’ultimo saggio (questo per lo più un dovere, anzi una scadenza), iniziare il nuovo romanzo (un progetto), coinvolgere altri scrittori in una narrazione corale (un sogno), prendersi cura del fisico con un’attività sportiva continuativa (dopo i cinquanta la manutenzione del corpo non è un hobby).

Cose rispettabilissime e tutto sommato sagge; alcune addirittura urgenti. Mentre le leggevo, insieme all’entusiasmo sentivo crescere una certa inquietudine. C’era qualcosa che non andava in quella lista di buoni propositi.

Ho lasciato decantare cose ed emozioni per un paio di giorni. Poi ho ripreso la lista e ho cercato di scomporre l’inquietudine nelle sue frequenze fondamentali.

La prima era ansia da prestazione. Riuscire a fare tutto bene (perché è a questo che punto: alla qualità) non sarà facile.

La seconda era un senso di fatica; certo, un anno ricco, bello, ma soprattutto: stancante.

La terza era una serie di domande: queste cose sono i miei desideri o i miei bisogni? Di cosa ho bisogno veramente? E ancora: sono davvero desideri miei, o sono desideri indotti dall’ambiente (accademico, culturale, letterario) che frequento e, più in generale, da una diffusa mentalità performativa, efficentista, entusiasticamente proiettata al progresso, alla carriera, al successo (ad ogni età, senza attenuanti né giustificazioni) in cui sono immerso e alla quale non sono immune (pur pensando di esserlo)?

Rileggendo la lista attraverso il prisma dell’inquietudine, mi è parso chiaro che essa si concentrava esclusivamente sulla chioma, sui frutti attesi dall’anno appena iniziato.

E le radici? Le radici: è di questo che ho bisogno, e in fondo desidero. Ho bisogno di farle scendere più a fondo nel terreno che da sempre alimenta la mia vita.

Chi vive di elenchi lo sa: depennare una cosa quando l’hai realizzata è un gesto rassicurante (gli elenchi li fanno soprattutto i nevrotici per gestire l’ansia), che procura benessere. Ora immaginate di depennarle tutte in un solo gesto, prima ancora di averle fatte. Quello che ho provato non è stata soddisfazione né pace, ma libertà di fronte alla vita.

Ho preso un nuovo foglio di carta. Ecco la mia lista di buoni propositi per l’anno nuovo: una pagina bianca con un solo s-proposito: spingere più a fondo le radici, che per me vuol dire due cose: 1) curare la vita spirituale, 2) stringere (annodare) i legami con le persone che amo. Non l’ho neanche scritto. La pagina bianca era quello s-proposito.

Se lavoro sulle radici, permetto alla chioma di crescere. Se mi concentro sulla chioma, rischio che le radici si inaridiscano, per incuria, stanchezza.

Se l’anno è già pieno di impegni e progetti prima ancora di iniziare, come posso pormi di fronte alla vita in un atteggiamento di ascolto, attenzione, apertura all’inedito? Che spazio c’è per la creatività, per la novità, per la sorpresa?

Chi non ama le sorprese (né quelle belle né quelle brutte), i colpi di scena, gli imprevisti, tende a costruirsi un’armatura di progetti, strategie, liste di cose da fare, per affrontare la vita (considerata più un’antagonista che un’alleata) opportunamente armato. Non importa se non riuscirà a realizzare quello che si è preposto, l’importante è che sia attrezzato per ogni evenienza e colpo.

L’uomo-soldato, il supereroe (penso alla corazza di Iron Man, allo scudo di Captain America) deve sentirsi forte, adeguato alle sfide che là fuori, nel mondo, lo attendono.

Forte e solo: il suo scudo, la sua corazza – di battaglia in battaglia, di colpo in colpo, di sconfitta in sconfitta, di successo in successo – lo isolano dagli altri, soprattutto da se stesso: dalla scaturigine della sua forza e della sua fragilità. Si è capito: alle metafore belliche preferisco quelle naturali.

L’albero, le radici, la chioma, i frutti, non sono cose che ha creato l’uomo. C’erano già. Hanno una sapienza e un mistero arcani, dunque un potere simbolico straordinario. Parlano di vita, danno forma alla vita.

Le armi, le armature, gli scudi, le guerre, quelle le ha inventate l’uomo. E parlano di morte.

Mentre scrivo queste pagine, il mio editore mi prospetta un anno di intensa promozione degli ultimi romanzi, la segretaria all’Università mi ricorda che dobbiamo affrettarci a contabilizzare le spese del progetto che finirà a luglio, il Preside mi chiede quando presenterò le carte per l’avanzamento di carriera. A tutti rispondo (senza dirlo) lo stesso: radici. Scandisco la parola in silenzio nella mia testa.

Ra-di-ci.

Molto probabilmente quest’anno non mancherò di fare presentazioni, consuntivi, concorsi, scriverò un saggio, mi dedicherò (spero) al nuovo romanzo, ma non così come avevo pensato di farlo. Lo farò con gli occhi rivolti alle radici, non alla chioma.

 

C’è una poesia molto bella di Raymond Carver che s’intitola Domenica sera. Recita così:

Metti a frutto le cose che ti circondano

Questa pioggerellina fuori della finestra, per esempio.

La sigaretta che tengo tra le dita,

questi piedi sul divano.

Il suono del rock-and-roll sullo sfondo.

La Ferrari rossa che ho in testa.

La donna che si sbatte

ubriaca in giro per la cucina…

Mettici dentro tutto,

mettilo a frutto.

Quando l’ha scritta, Carver non era ancora Carver: uno scrittore affermato, un maestro. Domenica sera è una delle sue prime poesie, la sua vita (come si evince dai versi) era per lo più impoetica e ostica (una relazione in crisi, problemi economici, problemi di alcolismo).

Eppure, dopo essersi guardato intorno, non la biasima (come Rilke suggeriva al giovane poeta: «se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza»), piuttosto scrive: Metti a frutto. Come? La chiusa è rivelatoria: Mettici dentro tutto/ mettilo a frutto.

I frutti nascono da un movimento verso l’interno: Put it all in (nella versione originale). Per me quel movimento verso l’interno è un movimento verso il basso: una cura delle radici. Il mio s-proposito per l’anno nuovo.

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come? Scopri le nostre rivistei corsi di formazione agile e i nostri progetti. Insieme possiamo fare la differenza! Per informazioni: rete@cittanuova.it

I più letti della settimana

Eichmann

Eichmann e la banalità del male

Esercizi di… radicamento

Beato Livatino

Il giudice ragazzino “vive” ancora

Simple Share Buttons