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Italia > Economia

Economia civile e di comunione, la svolta possibile

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Una grande piazza aperta alla società nell’evento promosso da Aipec, “La fraternità come via per la giustizia e la pace”, dal 7 all’8 febbraio 2026 a Torino. La tentazione riduttiva della filantropia e la prospettiva di un cambiamento strutturale dell’economia. Intenso messaggio di Margaret Karram

Economia di comunione e lavoro Foto unsplash.com/it/

Cosa spinge alcuni appartenenti al mondo dell’imprenditoria ad esporsi pubblicamente per affermare che la fraternità è la via per la giustizia e la pace? È una domanda che in molti si saranno fatti partecipando direttamente o sul web al Forum promosso dal 7 all’ 8 febbraio 2026 a Torino dall’ Aipec (Associazione Italiana Imprenditori per un’Economia di Comunione) che si è dipanato in una serie di incontri e testimonianze che hanno spaziato dalla dimensione aziendale a quella politica e culturale, dal protagonismo sociale fino alla cooperazione internazionale e alla proposta educativa nelle scuole.

Come ha saputo cogliere con attenzione Margaret Karram, presidente del Movimento dei Focolari, nel suo messaggio di saluto al Forum di Aipec, «da tredici anni, con poche risorse e tanta gratuità, siete riusciti a costruire una comunità economica viva, inclusiva, accogliente, animata dalla fraternità. Il vostro presidente, Livio Bertola, scrivendomi, l’ha definita una “piazza” – ed io aggiungerei – “aperta”, dove ciascuno può entrare senza etichette, senza distinzione di credo o appartenenza. Una piazza dove l’unico criterio è il bene comune e dove la diversità non divide ma arricchisce».

Di questa Agorà, piazza aperta, piena di volti e storie è perciò impossibile fare una sintesi adeguata ma rimandare alla ricchezza delle sessioni accessibili sul sito di Tv2000 e del canale Youtube di Aipec. A breve pubblicheremo un articolo sulla proposta educativa dell’economia civile e di comunione che ha visto la partecipazione attiva di molti studenti di un liceo torinese. Alcune tra le esperienze e i contributi offerti nella due giorni sono presenti già sulle pagine di Città Nuova, partner dell’evento, ma la loro successione in video, grazie alla presentazione attenta e partecipe della brava conduttrice Eugenia Scotti, è qualcosa che merita conoscere e far conoscere come conferma la partecipazione all’intero programma della due giorni da parte di Jesus Moran, co-presidente del Movimento dei Focolari.

Guardando le cose in una prospettiva storica è significativo riandare a quando nel 2000, all’inizio della proposta per un’Economia di comunione, andò in onda sulla Rai un confronto tra Cesare Romiti e alcuni imprenditori polacchi impegnati nel portare avanti quel progetto di azienda con al centro l’attenzione alle persone e la condivisione con i poveri. Lo storico manager della Fiat osservò che la funzione sociale dell’impresa era assicurata dalla contribuzione fiscale legata all’attività economica, mentre nell’idea centrale della EdC era già ben chiara l’importanza della modalità nella creazione degli utili dell’impresa e la loro distribuzione.

Dopo tanti anni, basta fare un giro di pochi chilometri dall’elegante centro di Torino al borgo Dora dove si trova l’ex arsenale militare sabaudo, luogo del Forum Aipec, per vedere i frutti di una disuguaglianza sociale sempre più inaccettabile. Il Sermig di Ernesto Olivero ha trasformato parte di quell’immensa costruzione di strumenti di distruzione in un luogo di solidarietà e accoglienza (Arsenale della pace è il suo nome nuovo) ma il contesto economico generale è segnato da forti tensioni e da una forte pressione verso la produzione bellica. A Romiti sono seguiti una serie di nuovi ceo nella Fiat che ha ceduto sempre più pezzi pregiati fino alla fusione nella società Stellantis che è in forte crisi in Italia.

Le certezze fondate sul modello del profitto sono sempre più traballanti, mentre appare sempre più attraente e lungimirante la concezione di impresa e di economia di Adriano Olivetti che è stata interrotta prematuramente con la scomparsa del grande imprenditore di Ivrea. In fondo tutta la rete che cerca di costruire l’Aipec ( con la generosità e gli errori inevitabili in ogni impresa umana) attinge a quel mondo che ha lasciato una traccia profonda in Piemonte e non solo. Esiste una trama di socialità operosa che nel frattempo ha incontrato con la riscoperta del filone mediterraneo dell’Economia civile, a lungo rimossa dal prevalere dell’ideologia liberista di tipo anglosassone, una fondazione scientifica ed accademica. Esiste infatti sempre il pericolo di una riduzione del paradigma della fraternità in economia ad una declinazione di tipo paternalista e filantropico.

Come ha sottolineato durante il forum Stefano Zamagni, decano dell’Economia civile, è il modello stesso di società che incide nelle scelte che contano. Se la società è una somma (dove 0 + 1 milione sono uguale ad 1 milione), il sistema è considerato efficiente anche se qualcuno viene lasciato a zero. Questo modello giustifica tecnicamente l’esclusione mentre nel modello del bene comune, la società è un prodotto (per cui 0×1.000.000 è uguale a 0): basta che un solo elemento sia nullo perché l’intero sistema fallisca.

Nella logica del bene comune, l’inclusione non è un’opzione morale, ma una necessità sistemica: nessuno può essere lasciato a zero, o il risultato per tutti sarà zero.

Per tale ragione, nel suo intervento durante il Forum Aipec, Luigino Bruni, responsabile scientifico di Economy of Francesco, ha indicato come modello di riferimento quello originario del movimento cooperativo che non ha prodotto cambiamenti decorativi ma strutturali nell’economia.

Saremmo fuori strada, ha detto Bruni, «se noi oggi ci limitiamo a convertire i manager e gli imprenditori convincendoli a essere più generosi con un po’ di filantropia, senza  mettere in discussione i diritti di proprietà». Si tratta di ripensare radicalmente l’impresa.

«In fondo – ha chiesto Bruni – che cosa ha fatto Chiara Lubich quando ha proposto l’Economia di Comunione?  Non si è rivolta alle banche per avere soldi, non si è rivolta ai filantropi, si è rivolta all’impresa perché aveva capito che l’impresa era il cuore del capitalismo e per cambiare il capitalismo devi cambiare l’impresa. Ecco, oggi chi vuol cambiare l’impresa deve lavorare sulla governance, sulla struttura, sul patto sociale, perché è lì che si gioca tutto.

Non basta uno spirito così, diciamo, di imprenditori e manager più buoni, perché la bontà, la generosità cambia nella vita e gli imprenditori vanno e vengono, vanno in pensione, ne vengono altri. Occorre agire sul patto sociale, gli statuti, le regole del gioco. Il movimento cooperativo ha fatto questo e c’è riuscito per quasi 100 anni. Oggi magari è un po’ più in crisi ma ci ha provato e per molto tempo».

«Oggi se un giovane, e ne vedo molti in sala, – ha detto l’economista rivolgendosi all’assemblea dell’Aipec –  vuol cambiare l’economia deve concentrarsi sul cambiamento delle regole del gioco, non soltanto sullo spirito personale. Perché ci vuole anche quello, ma è troppo poco».

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