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Ambiente > Transizione energetica

Dopo i combustibili fossili: la strada verso un futuro possibile

di Edison Barbieri

- Fonte: Città Nuova

I Paesi industrializzati si sono arricchiti utilizzando enormi quantità di carbone, petrolio e gas. Molti Paesi poveri, invece, devono ancora affrontare difficoltà nel garantire servizi energetici di base. Sarebbe ingiusto pretendere che tutti realizzino la transizione esattamente allo stesso ritmo e utilizzando le stesse risorse

Turbine eoliche. Foto di Tan Nguyen da Unsplash.

Per decenni, petrolio, carbone e gas sono stati presentati come sinonimi di progresso. Hanno alimentato le fabbriche, fatto muovere i veicoli, illuminato le città e reso possibile una straordinaria trasformazione economica e tecnologica. Ma lo stesso modello che ha portato prosperità a una parte dell’umanità ha prodotto anche un conto ambientale e sociale che non può più essere ignorato. La questione che si pone oggi non è semplicemente come ridurre le emissioni di gas serra. È una domanda molto più profonda: come costruire una società capace di vivere bene senza dipendere dai combustibili fossili?

Questa domanda tornerà al centro dell’agenda internazionale. Dopo la COP30, svoltasi a Belém, il processo climatico delle Nazioni Unite ha iniziato a lavorare esplicitamente a una tabella di marcia per una transizione dai combustibili fossili che sia giusta, ordinata ed equa. La presidenza della COP30 ha assunto il compito di sviluppare questa tabella di marcia, che dovrà raccogliere evidenze, individuare opportunità e sostenere il dialogo internazionale sui percorsi di questa transizione. Non si tratta, dunque, di una discussione lontana. Il mondo sta iniziando ad affrontare una questione che per molto tempo è stata rimandata.

Non basta sapere da dove vogliamo partire

È relativamente facile dire che dobbiamo abbandonare i combustibili fossili. Molto più difficile è rispondere alla domanda: dove vogliamo andare? Milioni di persone dipendono ancora dal carbone, dal petrolio e dal gas per lavorare, cucinare, produrre alimenti, trasportare merci e generare elettricità. Vi sono Paesi la cui economia pubblica dipende fortemente dalle entrate derivanti dall’estrazione di petrolio e gas. Intere comunità sono state costruite intorno a miniere, raffinerie, porti e industrie legate ai combustibili fossili.

Una transizione mal pianificata potrebbe aggravare disuguaglianze già esistenti. Per questo, l’espressione transizione giusta non può essere soltanto un concetto diplomatico. Deve avere un significato concreto per le persone. Un lavoratore di una miniera di carbone non dovrebbe semplicemente ricevere la notizia che il suo posto di lavoro scomparirà. Dovrebbe avere accesso alla formazione professionale, a nuove opportunità e alla protezione sociale. Una città la cui economia dipende da una raffineria dovrebbe ricevere investimenti per sviluppare nuove attività economiche.

Un Paese in via di sviluppo che deve ancora ampliare l’accesso all’elettricità non può essere trattato allo stesso modo di un’economia ricca che ha costruito la propria prosperità utilizzando enormi quantità di combustibili fossili. La giustizia climatica inizia quando riconosciamo queste differenze.

Il futuro è già iniziato

La buona notizia è che la transizione energetica non è soltanto una promessa per il futuro. È già in corso. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che la capacità mondiale di generazione da fonti rinnovabili aumenterà di circa 4.600 GW tra il 2025 e il 2030, con l’energia solare a rappresentare una parte significativa di questa espansione. La questione, dunque, non è se le tecnologie esistano, esistono.

La sfida consiste nell’accelerarne l’implementazione, ampliare le reti elettriche, migliorare l’efficienza energetica, garantire finanziamenti e assicurare che i benefici di questa trasformazione non rimangano concentrati nelle mani di pochi Paesi o di poche imprese. Nel suo scenario verso emissioni nette pari a zero, l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica l’espansione delle energie rinnovabili, l’efficienza energetica, la riduzione delle emissioni di metano e l’elettrificazione come elementi fondamentali per ridurre rapidamente le emissioni nel corso di questo decennio.

Questo cambia la natura del dibattito. Non siamo di fronte a una scelta tra sviluppo e protezione ambientale. La vera scelta è tra continuare a investire in un’infrastruttura energetica appartenente al passato oppure accelerare la costruzione dell’economia di cui avremo bisogno nel futuro.

Una mappa per non perderci

Forse questo è il principale contributo che ci si aspetta dalla prossima fase dei negoziati sul clima: non soltanto nuove dichiarazioni, ma una vera mappa del percorso oltre i combustibili fossili. Questa mappa dovrebbe rispondere a domande molto concrete:

  • Quanto consumo di carbone, petrolio e gas intende ridurre ciascun Paese?
  • Entro quali scadenze?
  • Quali settori saranno elettrificati per primi?
  • Come saranno finanziati gli investimenti?
  • Come saranno protetti i lavoratori?
  • Come saranno sostenuti i Paesi più poveri?
  • Come sarà misurata la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili?

Senza risposte a queste domande, la promessa della transizione rischia di rimanere soltanto una dichiarazione di buone intenzioni. La COP30 ha già avviato questo processo. La presidenza della conferenza ha creato una tabella di marcia specifica per la transizione verso un progressivo allontanamento dai combustibili fossili e, nel corso del 2026, diversi Paesi e organizzazioni hanno presentato contributi alla sua elaborazione. La COP31 potrà rappresentare un’opportunità per trasformare questo processo in attuazione concreta.

Non lasciare indietro nessuno

C’è una parola che dovrebbe accompagnare ogni discussione sulla transizione energetica: dignità. Non possiamo affrontare la crisi climatica producendo una nuova forma di esclusione sociale. Una famiglia povera non dovrebbe essere costretta a scegliere tra pagare una bolletta energetica elevata e acquistare cibo. Un agricoltore non dovrebbe rimanere senza alternative tecnologiche perché non è in grado di finanziare attrezzature più efficienti. Un lavoratore non dovrebbe perdere la propria professione senza che esista una strategia di transizione.

Per questo, una vera politica climatica deve essere collegata alle politiche sia di contrasto alla povertà, sia di sostegno alla salute, all’istruzione, all’edilizia abitativa e all’occupazione. Il clima non è una questione isolata. Quando una città riduce l’inquinamento atmosferico provocato dai combustibili fossili, aumenta anche la salute dei suoi abitanti. Quando il trasporto pubblico viene ampliato ed elettrificato, diminuiscono le emissioni di gas serra, ma migliora anche la mobilità delle persone. Quando una casa è più efficiente dal punto di vista energetico, la famiglia risparmia denaro e consuma meno energia. La transizione energetica può quindi essere anche una politica per la qualità della vita.

La ricchezza del passato per finanziare il futuro

Esiste inoltre una questione di giustizia internazionale che non può essere ignorata. I Paesi industrializzati si sono arricchiti utilizzando enormi quantità di carbone, petrolio e gas. Molti Paesi poveri, invece, devono ancora affrontare difficoltà nel garantire servizi energetici di base. Sarebbe ingiusto pretendere che tutti realizzino la transizione esattamente allo stesso ritmo e utilizzando le stesse risorse. I Paesi più ricchi devono contribuire in misura proporzionalmente maggiore al finanziamento della trasformazione energetica nei Paesi in via di sviluppo.

Ciò significa finanziamenti accessibili, trasferimento di tecnologie, formazione scientifica e sostegno alle infrastrutture. La discussione sul clima deve smettere di essere soltanto una negoziazione sugli obiettivi di riduzione delle emissioni e diventare anche una negoziazione sulla solidarietà internazionale. La stessa agenda per l’attuazione degli impegni climatici emersa da Belém riconosce la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale e gli investimenti per accelerare le azioni nazionali.

E il petrolio che rimane?

Un’altra questione importante deve essere affrontata con onestà: non tutti gli usi dei combustibili fossili possono essere eliminati alla stessa velocità. Alcuni settori industriali e determinati processi tecnologici presentano infatti maggiori difficoltà di elettrificazione. Per questo, la transizione deve seguire un ordine di priorità: innanzitutto ridurre gli sprechi e aumentare l’efficienza energetica, quindi elettrificare dove possibile e accelerare lo sviluppo delle fonti rinnovabili e delle altre tecnologie a basse emissioni.

Solo per quelle emissioni residue che risultano realmente difficili da eliminare sarà necessario ricorrere a tecnologie di rimozione del carbonio. Queste tecnologie, tuttavia, non possono diventare una giustificazione per prolungare indefinitamente l’estrazione di petrolio, gas o carbone. L’obiettivo della transizione non dovrebbe essere semplicemente compensare le conseguenze delle emissioni, ma ridurre progressivamente la dipendenza dai combustibili fossili, affrontandone le cause alla radice e costruendo un sistema energetico più efficiente, pulito e sostenibile.

Non è soltanto una transizione energetica

Forse questo è il punto più importante: siamo abituati a parlare di “transizione energetica”, ma ciò che realmente abbiamo davanti è una transizione della civiltà, che ci chiede di ripensare il modo in cui produciamo, consumiamo, ci spostiamo e abitiamo i territori. Una società alimentata dalle energie rinnovabili, ma ancora fondata sul consumo illimitato delle risorse, sulla disuguaglianza e sullo spreco, non sarebbe sufficiente a risolvere la crisi che abbiamo di fronte, perché cambiare le fonti di energia senza trasformare il modello di sviluppo significherebbe affrontare soltanto una parte del problema.

La questione ambientale è legata alla questione sociale, l’inquinamento è legato alla salute, l’energia è legata alla povertà, lo sfruttamento delle risorse naturali è legato ai conflitti territoriali. La crisi climatica è legata alla sicurezza alimentare e alle migrazioni, non esistono compartimenti isolati. È proprio per questo che la transizione oltre i combustibili fossili deve essere concepita come un’opportunità per ricostruire relazioni più equilibrate tra economia, società e natura.

Un cambiamento di immaginazione

Forse il principale ostacolo non è tecnologico, forse è la nostra difficoltà a immaginare un futuro diverso. Per più di un secolo abbiamo associato lo sviluppo all’aumento permanente del consumo energetico e allo sfruttamento crescente delle risorse naturali. Ora dobbiamo immaginare un’altra forma di prosperità. Una prosperità che non dipenda dalla distruzione di ciò che sostiene la vita, nella quale l’energia pulita sia accessibile a tutti.

Una prosperità che offra un lavoro dignitoso, che consideri la salute dei fiumi, delle foreste e degli oceani come parte della ricchezza di una nazione, nella quale le comunità locali partecipino alle decisioni che trasformano i loro territori. La sfida è enorme, ma non partiamo da zero. Le tecnologie ci sono, la scienza esiste. Molte soluzioni sono già applicate. Ciò che manca è trasformare queste esperienze in una strategia globale sufficientemente rapida, giusta e cooperativa.

Dopo il fossile, cosa viene?

Forse questa è la domanda che dovremmo portare alla COP31: non soltanto quando abbandoneremo il petrolio, il carbone e il gas, ma soprattutto quale società vogliamo costruire dopo. Perché la vera sfida della transizione non consiste semplicemente nel sostituire una fonte di energia con un’altra, ma nel decidere quale futuro vogliamo costruire e quale mondo desideriamo lasciare alle prossime generazioni.

Se la risposta consiste semplicemente nel sostituire i combustibili fossili con fonti rinnovabili, avremo realizzato un’importante trasformazione tecnologica, ma forse non una trasformazione umana. Se, al contrario, utilizzeremo questa transizione per ridurre le disuguaglianze, migliorare la salute, creare posti di lavoro dignitosi, proteggere gli ecosistemi, rafforzare le comunità e garantire energia accessibile a tutti, allora la crisi climatica potrà diventare anche un’opportunità storica.

L’umanità non ha bisogno soltanto di un piano per abbandonare i combustibili fossili, ma di una mappa capace di orientarci verso un futuro diverso, più giusto, sostenibile e rispettoso della dignità delle persone e della natura. La COP30 ha dato avvio alla costruzione di questa mappa. La COP31 potrà contribuire a trasformarla in un cammino concreto, capace di guidare le scelte del presente verso il mondo che vogliamo lasciare alle prossime generazioni.

E forse la domanda più importante non è quanto tempo ci rimane per abbandonare il passato, ma quanto rapidamente siamo capaci di costruire il futuro che vogliamo lasciare alle prossime generazioni.

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