La storia della difesa nonviolenta in Italia è un percorso che muove dalla scelta morale del singolo per approdare alla necessità di una proposta politica collettiva. Per analizzare questo tragitto, l’esperienza di Enzo Sanfilippo, sociologo e, fino a dicembre scorso, co- responsabile della Comunità dell’Arca, Nonviolenza e Spiritualità, offre una prospettiva di grande interesse. Sanfilippo è stato chiamato a fine anno 2025 assieme a Maria Albanese, altra co-responsabile della Comunità dell’Arca, ad esporre la loro proposta nel convegno che ha preceduto la marcia della pace promossa dalla Cei.
Come è cominciato il tuo impegno civile nel segno della nonviolenza?
Sono nato e vissuto da giovane in un quartiere di Palermo in cui si trova l’ex manicomio, divenuto poi, con la riforma Basaglia degli anni 70, la sede del Dipartimento Salute Mentale della Asp. È qui che ho poi lavorato come sociologo fino a pochi mesi addietro. Il primo incontro con tale realtà solitamente separata dal resto della società è avvenuto grazie al mio parroco, l’allora don Giovanni Avena.
È una figura nota per aver diretto l’agenzia di stampa Adista, voce del dissenso cattolico. Quale azione intraprese a Palermo?
Negli anni ’70 ero scout nella parrocchia “Cuore Eucaristico di Gesù”, dove padre Avena era parroco. In quegli anni lui fu uno dei più strenui oppositori delle condizioni disumane del manicomio di Palermo, da lui definito “una sorta di lager dimenticato”. Da giovane scout, fui coinvolto direttamente: il mio primo atto di impegno civile consistette nel montare, insieme ad altri scout della parrocchia, una tenda di protesta in Piazza Politeama. Questa prima esperienza di opposizione nonviolenta a un sistema oppressivo fu il terreno fertile, la palestra etica e politica su cui germogliò la scelta, ancora più radicale, dell’obiezione di coscienza al servizio militare.
Quali altri stimoli hanno contribuito a maturare tale scelta?
Mia madre che era docente alle scuole medie, voleva a tutti i costi vincere la mia pigrizia nella lettura. Un giorno mi mise tra le mani un libro di narrativa in cui si parlava di Gandhi e Martin Luther King. Fu una lettura molto fruttuosa che mi portò, ormai da studente universitario di sociologia a Trento, a presentare domanda di obiezione di coscienza al servizio militare. Il mio servizio civile si svolse, significativamente, proprio in un centro sociale nell’area dell’ex ospedale psichiatrico di Palermo.
La riforma dei manicomi è stata una grande conquista di un movimento di coscienza civile. Come ha vissuto, poi da operatore nella struttura sanitaria, il passaggio dal sistema repressivo a quello della cura e dell’integrazione?
Ho vissuto dall’interno il faticoso processo per superare il sistema di violenza fondato sul modello della reclusione a quello imperniato sui servizi territoriali. Ancor prima di entrare nell’istituzione sanitaria come sociologo, durante il mio servizio civile avevo dato vita ad una Cooperativa Sociale che opera ancora oggi nell’ex “colonia agricola dell’Ospedale Psichiatrico. Ho contribuito a far sviluppare altre esperienze innovative di “salute mentale di comunità”, in cui il Terzo Settore ha assunto un ruolo centrale, come dimostra l’esperimento del “budget di salute”, che abbiamo applicato nella nostra regione. Si tratta di un metodo basato su progetti terapeutici personalizzati e che valorizza l’apporto terapeutico delle cooperative sociali e dell’associazionismo. Dopo aver contribuito alla stesura delle linee guida regionali vedo oggi che dopo alcuni anni il modello va prendendo corpo. Ovviamente il cammino da fare è ancora molto lungo ed esiste sempre la possibilità di possibili regressioni.
Come hai incontrato la testimonianza di Lanza del Vasto?
Alcuni capi scout di Palermo erano andati a visitare la Comunità dell’Arca a Massafra, in Puglia e me ne avevano parlato. Ma è stato un mio compagno di università, Giampiero Girardi, a introdurmi alla nonviolenza gandhiana che mi ha condotto presto a farmi avvicinare a Lanza del Vasto e alla Comunità dell’Arca come espressione di una nonviolenza che deve partire da una “profonda interrogazione interiore” e da un costante lavoro su di sé. Un cambiamento esterno duraturo non può prescindere da una trasformazione interna. Non è un caso che le comunità dell’Arca intrapresero le loro prime azioni civili in Francia solo dopo sette anni di sperimentazione di vita comunitaria. Questo approccio è diverso da un certo tipo di attivismo pacifista. Suggerisce che la vera forza di un movimento non risiede solo nella capacità di mobilitare le piazze, ma nella qualità delle relazioni umane che lo sostengono e nella solidità morale di chi ne fa parte.
Fare obiezione di coscienza al servizio militare era un reato punito con la reclusione. Cosa ha significato il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza e la sostituzione con il servizio civile?
Un cambiamento culturale radicale culminato con le sentenze della Corte costituzionale (n. 164/1985 e n. 470/1989) che hanno sancito la parità di dignità tra servizio militare e servizio civile, riconoscendo quest’ultimo come modo di adempimento del dovere di difesa della Patria (art. 52 Cost.). La Legge 8 luglio 1998, n. 230 ha riconosciuto il diritto all’obiezione non più come beneficio, ma come diritto soggettivo derivante da profondi convincimenti etici o religiosi, sostituendo il servizio militare obbligatorio con un servizio civile nazionale autonomo. È la prima legge al mondo ad usare il termine nonviolenza.
Poi è arrivata nel 2004 la sospensione della leva obbligatoria. È stata una vittoria dei pacifisti?
È stata una “vittoria di Pirro”. Sembra un’assurdità, ma la fine di un obbligo militare ha rischiato di disarmare culturalmente il paese. In passato, l’arrivo della “famosa cartolina-precetto” costringeva i giovani a confrontarsi con una domanda fondamentale sulla violenza e sulla guerra.
Quella chiamata obbligatoria era un momento di rottura che innescava una riflessione personale. Per alcuni, questa portava alla scelta consapevole dell’obiezione di coscienza, un atto di disobbedienza civile che ha contribuito a cambiare la cultura del paese. Con la fine della leva, questa “interrogazione da cui tutto parte” è venuta a mancare per intere generazioni, non più costrette a prendere una posizione etica su una questione così decisiva: “Ma io sono disposto a uccidere un’altra persona? Sono disposto a sganciare una bomba su dei civili, come potrebbe pure accadere che mi venga comandato di fare?”
Il dettaglio più sorprendente è che questo meccanismo non è del tutto scomparso. Ancora oggi i sindaci compilano annualmente, nel mese di gennaio, le liste dei diciassettenni nel caso in cui la leva venisse reintrodotta. Un residuo burocratico che ci rammenta come la fine di una coercizione abbia eliminato uno spazio cruciale per la crescita morale e la scelta civile, lasciando un vuoto che non abbiamo ancora imparato a colmare.
Non è necessario ora rendere obbligatorio il servizio civile?
È quello che hanno proposto i vescovi nella nota pastorale di novembre 2025 sull’educazione alla pace. È un documento di alto valore che sposa e la nonviolenza e ci invita a proporre forme alternative alla difesa militare. Quando ero obiettore cercavamo di convincere i vescovi sulla nonviolenza. Oggi sono loro a ricordarcela! Sul punto su cui mi chiedi un parere, io penso tuttavia che rendere obbligatorio un servizio, anche se finalizzato al bene comune, annulla il momento più importante del percorso: l’interrogazione personale, la domanda concreta e quasi fisica che una persona è costretta a porsi. Imporre il bene lo svuota della sua essenza etica.
Preservare lo spazio della scelta individuale non è un vezzo individualista, ma la condizione necessaria per un impegno autentico e una cittadinanza matura. Un bene imposto rischia di diventare un obbligo da subire, anziché un valore da incarnare.
Fine prima parte
(Continua)