Cominciamo a fermare le armi

Rete disarmo preannuncia un nuovo esposto contro l’invio di bombe ai sauditi. A maggio, in Sardegna, un'iniziativa per la riconversione economica con la rete internazionale Net One. L’impegno dei Focolari.
Christophe Gateau AP Images

Il groviglio del conflitto che infligge immani sofferenze alla popolazione siriana da oltre 7 anni riporta alla diretta responsabilità di attori internazionali che portano avanti, senza sosta, una guerra per procura con l’impiego di armi di distruzione di massa. È a partire da tale consapevolezza, che appartiene alla prospettiva delle vittime, che la presidente dei Focolari, Maria Voce, in costante rapporto con le comunità del movimento presenti storicamente in Medio Oriente, ha ripreso il costante appello di papa Francesco per la cessazione delle stragi e l’avvio di trattative di pace.

Tra la sensazione da incubo di un conflitto mondiale che può innescarsi a partire dalla mattanza in Siria al fluire di notizie contraddittorie sulla responsabilità di crimini odiosi, l’opinione pubblica rischia di restare sempre più smarrita e convinta della inutilità di ogni azione che non sia l’accoglienza di chi scappa dalla guerra. È dal 2003, dopo il fallimento delle oceaniche manifestazioni contrarie alla disastrosa guerra in Iraq, che il cosiddetto movimento per la pace ha difficoltà ad esprimersi con forza, attirandosi lo scherno di coloro che sono sempre pronti a giustificare l’uso delle armi con il realismo politico. Eppure non mancano le ragioni per delegittimare e contestare gli interessi che muovono la macchina della guerra. Città Nuova pose in evidenza 10 motivi contrari al conflitto in Libia del 2011 che ora quasi tutti rinnegano e presentano come un errore gravissimo.

Né inerti né complici
Proprio per non restare inerti e quindi complici di quanto di iniquo sta accadendo, il Movimento dei Focolari in Italia sostiene e promuove una forte azione a favore della applicazione della legge 185 del 1990, che vieta il trasferimento di armi ai Paesi in guerra e incentiva la riconversione al civile della produzione bellica. Costituisce un caso semplice ed esemplare quello delle bombe prodotte in Sardegna da una società italiana, controllata dalla tedesca Rheinmetall, ed esportate in Arabia Saudita per essere utilizzate nel conflitto in Yemen. La questione, affrontata in maniera approfondita da Città Nuova, mette in discussione la politica estera, per i noti ed eccellenti rapporti occidentali con il regime saudita, e quella industriale, per la scelta di non prevedere un piano di sviluppo nel Sulcis che lo liberi dal ricatto del lavoro per le armi. Nella legislatura appena terminata, la Camera ha purtroppo rigettato le mozioni di molte associazioni che chiedevano, in conformità a tre risoluzioni del Parlamento europeo, lo stop immediato all’invio di bombe alla coalizione saudita. Cosa farà il Parlamento appena eletto?

Intanto un segnale forte arriva dalla conferenza sulle “Responsabilità italiane nelle violazioni di diritti umani in Yemen” promossa presso la sala stampa estera per mercoledì 18 aprile 2018 da Rete italiana disarmo assieme all’European Center for Constitutional and Human Rights e ad una Ong umanitaria yemenita, la Mwatana Organization for Human Rights, riconosciuta per la sua indipendenza da ogni parte in conflitto.

Legami di fraternità
Tali tre soggetti, con l’assistenza dello studio legale Gamberini, specializzato in questioni di diritto internazionale, hanno intenzione di procedere ad un nuovo esposto alla magistratura per far emergere la responsabilità di gravi violazioni di diritto umanitario internazionale in corso nello Yemen come accertato dalle Nazioni Unite.  La domanda che emerge è molto semplice e netta: perché «l’Italia continua ad esportare armi verso i membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, in pieno contrasto con quanto previsto dalla Legge italiana n. 185/1990 e anche contro gli obblighi derivanti dalle norme Ue sul controllo delle esportazioni di e contro le prescrizioni contenute nel Trattato internazionale sul Commercio di Armi ratificato all’unanimità dall’Italia?». Come osserva Alberto Negri, grande esperto dell’area, «nello Yemen muoiono i bambini sotto le bombe di Riad e 9 milioni sono a rischio carestia. Ma qui l’Occidente dal volto umano gira la testa dall’altra parte».

Con un comunicato, il Movimento dei Focolari in Italia dichiara di «sostenere questa rinnovata scelta di denuncia riprendendo l’impegno a non restare inerti di fronte all’esortazione di papa Francesco a riconoscere l’esistenza dei «sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra».  Allo stesso tempo i Focolari comunicano l’impegno a sostenere il percorso di una reale riconversione dell’economia di quei territori, come il Sulcis Iglesiente, dove si scaricano le storiche contraddizioni di scelte politiche e industriali che calano dall’alto. Per questi motivi il 5 e 6 maggio saranno i giorni di un evento nazionale che si terrà a Iglesias per dare spazio ad un seminario di giornalismo di pace, promosso dalla rete internazionale Net One,  e far scoprire le tante risorse di un territorio capace di generare ricchezza da redistribuire, a partire da legami di fraternità tra la popolazione sarda e quella yemenita.  Il realismo politico adottato come criterio di azione resta quello tracciato da Igino Giordani: «Non si fa male per avere bene. “Se vuoi la pace, prepara la pace”».

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