Andorra e i ciclisti

Il principato al cuore dei Pirenei ha una sua specificità: la bicicletta. Per i turisti, ma soprattutto per i professionisti. Le detrazioni fiscali non bastano a spiegare il fenomeno. L’ombra del doping.

 

«Andorra, territorio ciclista» è lo slogan col quale il piccolo Paese in mezzo ai Pirenei sta cercando negli ultimi tempi di trovare una maggiore proiezione internazionale. Si presenta come una campagna che mira a un turismo specializzato, con 21 passi di montagna, tutti contrassegnati con cartelli segnaletici a ogni chilometro, e poca densità di traffico, il che fa di questo ridotto territorio (468 km2) un luogo attrattivo a tale scopo. Ma sembra non sia solo turismo quello che c’è dietro.

Fino a non molto fa il Principato di Andorra si trovava tra i Paesi della lista nera dei paradisi fiscali che l’Unione europea pubblica ogni anno, ma alla fine del 2018 è uscito persino della lista grigia. Cioè, i soci dell’Ue possono ormai considerare che Andorra non è un Paese fiscalmente “opaco”, ma nemmeno “dannoso” per altri Paesi. Motivo questo più che sufficiente perché il governo e la popolazione (intorno ai 78 mila abitanti residenti) si sentano fieri davanti al mondo. E ora ha trovato il modo di farsi pubblicità grazie al ciclismo.

Negli ultimi mesi la stampa specializzata internazionale ha messo in rilievo i tanti professionisti del ciclismo che hanno scelto Andorra per stabilire la loro residenza. Si parla di oltre 50 ciclisti e ci si augura che alla fine dell’anno saranno una sessantina. Qualcuno l’ha qualificato di un «nuovo destino dell’élite del ciclismo», superando il record che finora aveva un altro principato, quello di Monaco. Non sono solo le buone condizioni per l’allenamento che cercano i professionisti del ciclismo nei Pirenei, ma «i vantaggi fiscali che sono la principale attrattiva perché tanti ciclisti sollecitino la residenza andorrana», si dice ad Andorra. Difatti, mentre in altri Paesi sono gravati con un 25% di tasse sui guadagni, e anche oltre, Andorra si ferma al 10% delle loro entrate dichiarate. E per conservare la residenza basta rimanere nel territorio del principato tre mesi all’anno. È così che oggi una vera squadra internazionale di ciclisti, di quattordici diverse nazionalità, a fissato la sua residenza ad Andorra.

Qualche ombra, pero, incombe su questo raggrupparsi di ciclisti. Il sito web specializzato ciclismo2005.com, dove molti giornalisti sportivi si danno appuntamento, fa una critica severa al riguardo: «Ufficialmente, nel paese dei Pirenei sono tutti contro il doping, ma la realtà è che quando un ispettore dell’Agenzia mondiale antidoping supera il confine tutti lo vengono a sapere subito, perché il Paese nei Pirenei è un villaggio. Il doping, e non le tasse (i benefici ci sarebbero anche in Svizzera, e con una qualità di vita molto migliore), è la ragione del successo improvviso di Andorra tra i ciclisti professionisti».

Che sia solo un sospetto maligno, quello del doping, basato sul fatto che le farmacie ad Andorra possono offrire dei medicinali senza prescrizione medica, è una possibilità. Resta il fatto, peraltro criticato da tanti, che la decisione sia pure legittima di fissare la propria residenza in un Paese con minore pressione fiscale evidenzia una chiara mancanza di solidarietà riguardo ai concittadini del Paese dove ognuno è nato. Forse, in tempi di globalizzazione, la «componente patriottica», come ha segnalato un detrattore, si trova indebolita ogni volta che un ciclista professionista se ne va ad abitare, e a far altro, in Andorra.

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