Di fronte all’aumento del prezzo internazionale del petrolio, un governo considera prioritario impegnare delle risorse finanziarie per schermare gli utenti più vulnerabili dagli shock che arrivano dall’esterno? Se la risposta è sì, la decisione di tagliare il “bollo” alle auto con minore potenza (non mi soffermo sui dettagli del provvedimento) presenta alcuni vantaggi rispetto alla riduzione delle accise.
In primo luogo, alleggerisce il bilancio familiare senza togliere agli automobilisti lo stimolo a modificare i propri comportamenti: se il prezzo resta alto, saremo tutti incoraggiati a modificare le nostre abitudini in modo da consumare meno carburante. E molti di noi hanno margini per poterlo fare. In qualche caso potremo metterci d’accordo con altri per fare almeno parte del percorso insieme; in qualche altro caso potremo andare a piedi o in bicicletta o con un mezzo pubblico; in altri casi ancora potremo concludere che quel motivo per spostarsi non è così importante o urgente e magari aspettare un altro momento per fare due cose insieme.
In secondo luogo, eliminare uno dei numerosi adempimenti fiscali ci alleggerisce dei relativi “costi di transazione”: tenere a mente la scadenza, raccogliere le informazioni necessarie, effettuare il pagamento, conservare la ricevuta; cose relativamente piccole ma sempre fastidiose.
C’è poi la questione distributiva, ossia se il beneficio vada a chi ne ha più bisogno. La cosa non è chiarissima e non ci sono ancora stime al riguardo. Da un lato, le famiglie a reddito medio-basso con una sola automobile molto probabilmente avranno il beneficio perché quasi sempre si tratta un’utilitaria. Dall’altro, la gran parte delle famiglie con due auto ne ha una più piccola, e anche questa otterrebbe il beneficio.
Va detto, però, che la misura alternativa, la riduzione delle accise, favoriva decisamente le famiglie più benestanti (più auto, auto più grandi e maggiore chilometraggio, con la compensazione solo parziale che alcune di queste hanno auto elettriche). Va detto anche che era necessario trovare un criterio semplice, e il numero di chilowatt lo è.
Tornerei ora alla domanda iniziale, pensando che il nostro pianeta si stia riscaldando in maniera più rapida rispetto alle pur preoccupanti stime di un decennio fa. È davvero prioritario impegnare risorse finanziarie per sostenere l’utilizzo dell’auto, così da proteggere gli automobilisti dalle conseguenze degli avvenimenti internazionali? Penso di no.
E non lo dico solo a questo governo, che certo non si è mostrato molto sensibile alle questioni ambientali, e in particolare in materia di riduzioni di emissioni di gas serra (l’Italia è tra i Paesi europei in cui nel primo semestre del 2026 – ultimo dato disponibile – le emissioni sono cresciute, seppur di poco, facendo peggio di Germania, Francia e, ancora di più, Spagna).
Lo dico anche alle opposizioni, che più volte in questi mesi hanno approfittato della guerra USA-Iran per criticare il governo, colpevole di far pagare troppo la benzina. Non è questa la sua colpa, ma semmai la mancanza di una visione strategica che sappia guardare al di là degli stati d’animo immediati dei cittadini.
In fatto di mobilità mi sembrerebbe più lungimirante spendere quei miliardi in trasporto pubblico (vivo in una regione, il Veneto, che si è riempita di debiti per costruire un’autostrada, peraltro poco usata, e ha trascurato il trasporto ferroviario che pure potrebbe alleggerire il traffico, ma con meno smog, incidenti ed emissioni di CO2).
E poi c’è la Sanità da salvare! Anche qui è una questione di strategia, perché se continuiamo a lesinarle i soldi e a lasciarla degradare ci ritroveremo con un sistema in gran parte privato, costoso ed escludente come quello americano.
