A che servono i giornalisti

Un mestiere che ha tante colpe, ma chi lo vuole morto ne ha di più. Articolo pubblicato sul n. 3/2019 di Città Nuova
Sulla strada per Gori, Georgia (2008).

Nella storia dell’uomo non è mai esistita un’epoca come quella attuale, in quanto a informazione disponibile e accessibile. Oggi tv e radio li portiamo in tasca, il palinsesto ce lo facciamo da soli. Leggiamo, vediamo, ascoltiamo prodotti informativi che arrivano anche dall’altra parte del mondo, in tempo reale.

Sembrerebbe l’era d’oro per i giornalisti, ma purtroppo non è così: solo negli Stati Uniti nell’ultimo decennio si è perso quasi il 50% dei posti di lavoro. In Italia ci sono quotidiani passati da un milione di copie a meno di un quinto di tiratura. La pubblicità corre verso altri lidi: in primis i nuovi media. L’istituto di previdenza dei giornalisti boccheggia, afflitto dal carico di prepensionamenti degli ultimi anni e soffocato dalle mancate assunzioni di giovani. Insomma qualcosa non torna: l’informazione è dappertutto, ma i giornalisti sono in via di estinzione.

È solo colpa dei nuovi media che hanno cambiato lo scenario, trasformando ognuno di noi da “ricevitore” di contenuti a “trasmettitore”?

Bala Morghab, Afghanistan.
Bala Morghab, Afghanistan.

Pensiero unico

Ho cominciato a fare il giornalista nel 1989, dopo il liceo, cercando un modo per servire le persone stando in mezzo alla gente, dove avvenivano i fatti e si potevano toccare con mano le contraddizioni sociali. Trent’anni che ho percorso prima nella stampa locale da “abusivo” (categoria inferiore all’odierno precario), fino a inviato di una delle aziende più grandi d’Europa. Un cammino che ho compiuto interrogandomi, con insoddisfazione perenne, su mezzi di produzione, nuovi linguaggi, strumenti per la narrazione.

Negli ultimi 20 anni il giornalismo è stato incapace di rinnovarsi e fare autocritica. I giornalisti si sono arrogati il diritto di decidere cosa interessasse alla “gente”, senza capacità d’ascolto. Hanno confuso il cabaret con la divulgazione, come se riempire i giornali di pettegolezzi o di articoli realizzati per il “palazzo”, aiutasse ad ampliare il pubblico.

I giornalisti hanno rinunciato a fare da cane da guardia contro il potere, per trasformarsi in cagnolini di compagnia per i potenti. Hanno rinunciato a essere originali, finendo col produrre inutili contenuti “fotocopia” che non sanno interpretare la complessità del mondo e null’altro sono che “pensiero unico”. L’elenco potrebbe continuare, mi fermo pensando alle tante eccezioni che resistono tra i giornalisti.

La democrazia muore nell’oscurità

Può capitare però che arrivi la tempesta “perfetta”. Così, in questi anni, il potere ha perso ogni pudore, dichiarando apertamente la sua voglia di non essere sottoposto al controllo della stampa.

Trump a giorni alterni insulta via twitter l’informazione americana che osa criticarlo. Così, in nome di un rapporto diretto con il “popolo”, senza l’intermediazione dei giornalisti (che poi significa spiegare, approfondire, unire i puntini tra fatti lontani nel tempo), il modello americano si è diffuso.

Poco dopo la vittoria di Trump, il Washington Post ha aggiunto in testata lo slogan “La democrazia muore nell’oscurità”. Il buio aiuta il potere a fare come gli pare, a ignorare le priorità della società reale, per seguire le proprie. Chi vuole il giornalismo morto – non solo i politici, ma anche tanti loro rabbiosi sostenitori –, dovrebbe rifletterci sopra perché nell’oscurità muore anche il diritto a criticare.

Goderich (Freetown), Sierra Leone.
Goderich (Freetown), Sierra Leone.

I pezzi mancanti

Il Washington Post come il New York Times o The Guardian fanno prodotti d’eccellenza, si difendono in primo luogo con la qualità.

Nell’autunno dell’anno scorso, ho trascorso un mese di ferie a Kabul per incontrare le persone che vivono nella città più pericolosa del mondo, con l’obiettivo di raccogliere le loro storie.

Avevo fatto qualcosa del genere nel 2015, documentando l’epidemia di Ebola in Sierra Leone, stanco delle paranoie di un mondo occidentale che, tra le altre favole, parlava di guerra biologica con contagiati nascosti tra i rifugiati in arrivo sulle nostre coste, mentre almeno tre stati in Africa erano messi in ginocchio da un nemico invisibile.

Queste esperienze non le cito per auto-elogiarmi (cosa si dovrebbe dire di quei colleghi che raccontano la mafia o i neo-nazisti e sono “condannati” a vivere sotto scorta?), ma per ribadire che, se vuole riconquistare il suo ruolo sociale e la sua credibilità, il giornalismo deve dare voce a chi non ha voce. Perché è nei pezzi mancanti che si nasconde la chiave per leggere un mondo sempre più complesso, al momento raccontato a una sola dimensione.

È proprio l’assenza dalla scena di quei “pezzi mancanti” (le storie, le persone a cui non diamo voce) che favorisce il moltiplicarsi di “verità” psicotiche, dannose, subdolamente interessate. Anche per questo ora, nell’era dell’abbondanza dell’informazione, è più che mai necessario il giornalismo, sempre che sia capace di rinnovarsi.

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