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Persona e famiglia > Sport

Una poltrona per tre

di Marco Catapano

- Fonte: Città Nuova

A Messi il pallone d’oro 2010. Il giocatore argentino ha preceduto i compagni di club Iniesta e Xavi. Un vero trionfo per tutto il Barcellona 

Lionel Messi

And the winner is … Lionel Messi. Si, alla fine ha vinto il talento. Ha vinto, anche se un po’ a sorpresa, il talento puro del fuoriclasse argentino che si è aggiudicato per la seconda volta consecutiva il premio attribuito al miglior giocatore del pianeta. Si tratta del Pallone d’oro, il riconoscimento personale più ambito per un calciatore. Rispetto al 2009 è cambiata la formula (in giuria quest’anno oltre ai giornalisti anche capitani e commissari tecnici delle nazionali di tutto il mondo), non il vincitore finale.

 

Al termine di un 2010 vissuto da assoluto protagonista (tra le sue imprese anche un poker di gol in Champions contro il malcapitato Arsenal), ha vinto nuovamente Lionel Messi, un ragazzo ammirato da tutti per il suo comportamento, ma potevano benissimo vincere i suoi compagni di squadra che con lui componevano il terzetto dei candidati alla vittoria finale. <<Sono sorpreso, Iniesta e Xavi hanno disputato un anno straordinario e meritavano questo riconoscimento>>, ha affermato Messi ritirando il premio. <<Il mio, il nostro ringraziamento va soprattutto ai nostri compagni: se siamo tutti e tre qui è perché abbiamo la fortuna di giocare con alcuni dei migliori calciatori del mondo>>.

 

Tre candidati tutti della stessa squadra, come accaduto in passato solo una volta quando nel 1989 furono “nominati” i milanisti Van Basten, Baresi e Rijkaard. Tre candidati provenienti tutti dal settore giovanile della formazione nella quale sono oggi protagonisti, un fatto probabilmente irripetibile. Ed erano proprio i due giocatori spagnoli ad essere indicati alla vigilia come i grandi favoriti, non fosse altro perché nell’anno dei Mondiali questo prestigioso premio lo ha quasi sempre vinto un componente della nazionale che ha alzato il trofeo iridato (come il francese Zidane nel 1998, il brasiliano Ronaldo nel 2002 ed il nostro Cannavaro nel 2006, tanto per citare i casi più recenti).

 

In prima battuta tutto faceva quindi pensare ad un successo personale di Andreas Iniesta, autore del gol decisivo nella finale dei mondiali di Sudafrica 2010 tra Spagna e Olanda, un giocatore che per la sua umanità è ammirato e rispettato anche dai tifosi avversari; al limite, in alternativa, si poteva ipotizzare un’affermazione di Xavier Hernandez, detto Xavi, l’uomo dei record (milita nel club catalano dall’età di 11 anni!) che in campo con la maglia delle Furie Rosse e con quella blaugrana ha vinto proprio tutto quello che si poteva vincere.

 

Giocatori straordinari come lo è anche l’interista Wesley Sneijder, rimasto fuori per pochissimo dal lotto dei tre migliori, tutti sicuramente degni di potersi fregiare del titolo di miglior giocatore del 2010, anche se a onor del vero va detto che “la pulce”, come viene affettuosamente ribattezzato Messi, è probabilmente nell’attualità davvero il miglior giocatore del mondo, quello per cui vale sempre pagare “il prezzo del biglietto”. Certo, non bisogna dimenticare che le sue grandi qualità sono esaltate dalla fantastica squadra in cui gioca attualmente, quel Barcellona che per la qualità del gioco espresso sta entrando di diritto nella storia del calcio mondiale. Come il Milan di Sacchi. Come l’Ajax di Cruijff. Questo invece è il Barcellona di Pep Guardiola, l’allenatore che solo due anni fa guidava la formazione giovanile del club catalano e che ora fa giocare (e vincere) i suoi ragazzi in un modo fantastico, provocando spesso in chi assiste ad una partita del Barca una sorta di sindrome di Stendhal, quella sensazione di vertigine che fa vacillare i sensi come davanti ad un’opera d’arte di straordinaria bellezza.

 

Alla fine, nella serata in cui Josè Mourinho è stato premiato come miglior allenatore del 2010, il Pallone d’oro se lo è aggiudicato Messi. Ma per la gente catalana, per la gente di Barcellona, che abbia vinto lui o Iniesta o Xavi in fondo fa lo stesso. Perché il premio alzato dal giocatore argentino, almeno in questa circostanza, sembra proprio uno di quei trofei che non alza un solo atleta ma tutta una squadra.

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