«Bisogna fare quello di cui c’è bisogno, se c’è un bisogno si deve rispondere». Così era solito dire Lorenzo Cuneo, giovane romano che nel 1998, all’età di 28 anni, mentre prestava soccorso a un automobilista in difficoltà sull’autostrada A1, fu investito da un camion e perse la vita. Un ragazzo sicuramente più maturo della sua età, che sapeva intercettare i bisogni degli altri e agire di conseguenza. Ora la Diocesi di Roma apre la fase diocesana della causa di beatificazione.
«Quando era adolescente Lorenzo era un ragazzo molto attento ai suoi amici, sempre disponibile. Veramente lui – il nostro motto Estote parati (Siate pronti, ndr) – lo aveva dentro». A descriverlo è Carla Degli Esposti, che ha seguito il suo percorso di crescita nel gruppo scout Agesci di cui è stata responsabile per tanti anni. «Era un ragazzo normalissimo, scherzava, giocava, non era un “santino dipinto”, però era un ragazzo sempre attento agli altri, disponibile a dare una mano sempre. Lo faceva anche a casa, nella sua vita privata. Era un ragazzo così: aperto agli altri».
Dell’insegnamento di Baden Powel, fondatore dello scoutismo, incarnava in particolare la parola «servizio». «Nel clan c’è questa parola, servizio – spiega Carla -. Per lui il servizio non era solo andare due ore dagli anziani perché i capi gli avevano detto di andare tutte le settimane. Era certamente un’esperienza bella per tutti i giovani scout perché li metteva a contatto con persone di realtà diverse, però per lui era qualcosa che lo prendeva e che poi rimaneva costante nel tempo, non l’abbandonava. Quindi, per lui la parola “servizio” significava servizio agli altri, al più povero, al più bisognoso. Non ha mai avuto nessun tipo di pregiudizio».
Lorenzo era un ragazzo affidabile. «Sapevo che tutto quello che gli era stato assegnato lui lo faceva», ricorda Carla. «Era un uomo d’azione, veramente un Servo di Dio! Proprio così, servo, servitore. Aveva l’urgenza di fare qualcosa di buono, qualcosa di bene, ma sempre con semplicità, una semplicità francescana, mai ostentata, mai. Una volta gli avevo detto che c’era un tavolo pesante da portare in casa. Lui si è organizzato con alcuni amici e hanno fatto otto piani di scale a piedi per portarlo perché non entrava in ascensore!».
Nella passione di Lorenzo per gli altri è entrato anche l’impegno per la Casa comune, in particolare per il parco della Caffarella a Roma. «Come gruppo scout avevamo l’abitudine di mandare sempre un ragazzo a turno per qualche mese per seguire i lavori del Comitato del parco della Caffarella, che per noi era un bene da proteggere. Era un servizio extra-associativo. Gli altri ragazzi andavano e poi, finiti quei sei mesi nei quali partecipavano ai lavori, tornavano – racconta Carla -. Lorenzo ha iniziato così, entrando a far parte del Comitato inizialmente per alcuni mesi. Poi da lì è nato anche il suo impegno politico nel municipio: piano piano c’è stata una continua crescita, un continuo appropriarsi di tutto ciò che vedeva e di cui c’era bisogno. Non smetteva di andare dove c’era bisogno, faceva tutte queste cose contemporaneamente e, naturalmente, studiava all’università».
Nel 2024 il Comune di Roma ha voluto dedicargli una statua proprio nel parco della Caffarella. «Oltre ad essere un ragazzo, un figlio, un amico, era anche una figura pubblica. Quando è morto, infatti, era ancora consigliere comunale e al funerale c’era anche l’allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli. La Chiesa era stracolma di persone».
Lorenzo ha reso testimonianza al Signore con il suo modo di affrontare la vita. «Non ostentava la fede, non dava mai l’idea di sembrare “bigotto”, aveva una fede un po’ nascosta. Abbiamo saputo solo dopo che andava sempre a messa, ma non lo diceva, un po’ perché gli scout sono un’associazione che avvicina molto anche i lontani, quindi c’era una sorta di ritegno da parte di Lorenzo, non c’era il volersi mettersi in evidenza. Quello che faceva, lo faceva perché per lui era giusto così».
«Penso che Lorenzo oggi potrebbe dire ai giovani di non avere paura – conclude Carla -. Lui è stato un esempio di libertà, di impegno e di servizio. Credo che i giovani si debbano emancipare, avere una capacità di scelta, di discernere tutte le cose buone che ci sono e intraprendere il percorso della bontà, il percorso dell’attenzione agli altri, perché siamo tutti un po’ troppo concentrati su noi stessi. Se invece ci orientassimo un po’ più verso gli altri, forse la società sarebbe migliore, perché incontrare le persone, dedicarsi ad altri è un grande momento di crescita».
