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Cultura > Anniversari

A Napoli Rainer Maria Rilke incontrò Orfeo

di Oreste Paliotti

Cento anni or sono moriva il poeta austriaco di origine boema autore dei celebri “Sonetti a Orfeo”, una delle vette della poesia del ‘900 insieme alle “Elegie Duinesi”

Bassorilievo in marmo che rappresenta Ermes, Euridice e Orfeo, copia romana di età augustea, da originale greco del V secolo a.C. attribuile all’allievo di Fidia, Alkamenes; conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli.(Foto Di Xinstalker di Wikipedia in italiano, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26972184)

Gemma tra le tante delle ricchissime collezioni del MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è il bassorilievo neoattico di Orfeo, Euridice ed Hermes: copia romana, sembra, di un originale greco di Alcamene (V secolo). Già cantato da Virgilio nel quarto libro delle Georgiche e da Ovidio nel decimo delle Metamorfosi, il mito dell’aedo tracio, che tentò invano di strappare dal regno dei morti l’amatissima sposa Euridice, è tra gli intramontabili per aver ispirato fino ad oggi innumerevoli riletture da parte di letterati, artisti, musicisti e anche registi. Il motivo? Tocca un problema che riguarda l’uomo di sempre: la morte, il distacco dalla vita e dalle persone care.

In questo capolavoro scultoreo si trova riprodotto il commovente addio di Orfeo ed Euridice sul limitare dei due regni, quello dei morti e quello dei vivi. In muto colloquio, i due sposi occupano la parte destra del pannello marmoreo, mentre in quella sinistra, un po’ discosto come per non turbare la loro intimità, appare Hermes, il dio accompagnatore delle anime nell’Ade.

L’intera scena esprime un dolore composto, pudico, rassegnato; parlano, invece delle labbra, gli sguardi, le movenze, le stesse pieghe delle vesti. Euridice poggia la sinistra sulla spalla del marito come a volerlo confortare di avere trasgredito – per dubbio, impazienza, amore – il divieto di volgersi a guardarla: gesto che l’ha condannata ad una seconda morte. Quanto a Hermes, che pur rappresenta l’ineluttabilità della legge, si direbbe che svolga controvoglia il suo compito. E Orfeo? Dopo aver scostato il velo dal viso della sposa per riconoscerla, con la destra carezza la mano che lei gli ha appoggiato sulla spalla, mentre con la sinistra regge il suo strumento ormai inutile. Tace la lira, eppure è tale l’armonia della composizione che se ne sprigiona una musicalità dolce e struggente. Viene spontaneo alla mente il celebre brano dell’Orfeo ed Euridice musicato da Gluck: «Che farò senza Euridice? Dove andò senza il mio ben?».

Da questa esperienza nelle regioni sotterranee il cantore tracio istituì i misteri da lui detti orfici che, collegati a quelli dionisiaci, costituiscono il più importante fenomeno religioso a carattere mistico attestato in Grecia a partire dal VI sec. a. C. Più tardi, in ambito cristiano, Orfeo intento ad ammansire gli animali selvatici col suo canto melodioso diventa figura di Cristo la cui dottrina ammalia le genti. Così non ci stupiamo di ritrovarlo nelle catacombe romane identico a com’è raffigurato negli affreschi e mosaici di età classica: in abito orientale e col berretto frigio, seduto su una roccia in mezzo alle creature dei boschi.

Rainer Maria Rilke visitò Napoli e il Museo Archeologico Nazionale in due momenti cruciali della sua vita: nel 1903-1904 (in pieno “Viaggio in Italia” con Clara Westhoff) e nel 1910-1911, nuovamente affascinato dalle antichità del Museo e in particolare dal bassorilievo di Orfeo ed Euridice, che divenne un’ossessione e un punto di riferimento fondamentale per la sua personale visione poetica e filosofica del mito, secondo cui la discesa negli Inferi non va considerata punizione, ma metafora

Rainer Maria Rilke (foto di pubblico dominio, wikimedia commons)

di una ricerca interiore in cui la poesia (Orfeo) è via per trasformare il dolore in bellezza, la morte in rinascita. Quanto alla figura di Euridice, essa simboleggia l’accettazione dell’aldilà, la scoperta di una nuova libertà col diventare parte di un “Tutto” dove vita e morte sono connesse.

Sono questi i temi centrali dei 55 Sonetti a Orfeo nei quali il poeta volle esprimere l’intensa esperienza vissuta nei suoi soggiorni napoletani. Rilke li compose in un’esplosione creativa soltanto nel febbraio 1922, dedicandoli alla memoria di una giovane danzatrice, Wera Knoop, morta prematuramente. Quattro anni dopo, il 29 dicembre 1926, lui stesso la seguiva nella tomba dal suo eremo svizzero di Muzot. Causa del decesso, una leucemia acuta (probabilmente leucemia mieloide cronica nella sua fase terminale), una malattia del sangue scoperta da pochissimo tempo, causa di atroci dolori.

Dell’autore dei Sonetti a Orfeo ha scritto egregiamente Marilena Garis nel suo Rainer Maria Rilke. Luce sull’invisibile (Ares ed.), biografia che è anche un viaggio nei luoghi che plasmarono l’esistenza e l’opera del poeta. Il testo si conclude con una confidenza dell’autrice al lettore, di cui riporto qualche brano:

«Molti altri autori mi sono profondamente cari. […] Ma con Rilke vi è di più. Quel suo eterno tendersi verso l’alto, insondabile mistero – l’assoluto – che si trasforma in un inchino verso la terra e le cose – le più semplici e umili – ha scalfito il guscio più nascosto della mia anima, divenendo una parte di me […] Non vi sono forse autori che sono diventati per noi dei compagni di vita, che forse conosciamo meglio di alcune persone in carne ed ossa? Autori su cui siamo tornati e torneremo, perché ci hanno accompagnati in momenti apicali, perché ci hanno in qualche modo preceduto, hanno saputo esprimere gli angeli e i demoni delle nostre esistenze. […] Un pomeriggio di agosto, anni or sono, avanzando sul sentiero di Muzot, la prima e ultima dimora terrena di Rilke, ho avuto la sensazione d’inoltrarmi su un sentiero a ritroso e riannodare il filo rosso che mi lega a lui e ai suoi versi. Su quel promontorio verdeggiante della Svizzera di confine, ho compreso chiaramente che la grande letteratura è un messaggio riposto in una bottiglia consegnata al mare: deve affrontare un lungo viaggio per essere raccolto, interiorizzato e “inghiottito”. Quel lungo viaggio non è solo la figurazione, cara all’immaginario collettivo, della fiaba che ha fede nell’impossibile, speranzosa del lieto fine, ma anche il simbolo del complesso e paziente percorso esistenziale che la poesia esige, per restituire i suoi doni e forgiare un destino».

Riproduzione riservata ©

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