Il verdetto che esprimerà la Cassazione il prossimo 20 ottobre tiene in allerta i lavoratori e le famiglie dell’intero comparto siderurgico nazionale. La decisione della chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva, emessa a fine luglio dalla Corte di appello di Milano accogliendo le istanze dell’associazione Genitori tarantini, ha innescato il ricorso dei legali di Acciaierie d’Italia spa che, all’inizio di ottobre, ha confermato la sospensione delle attività produttive, mantenendole in modalità di riscaldo, “hot stand-by”. Tesa è l’atmosfera tra lavoratori, cittadini e sindacati.
Nelle ultime 24 ore lo sciopero proclamato da Fim, Fiom, Uilm e Usb in tutti gli stabilimenti siderurgici nazionali, da Genova a Taranto e Novi Ligure, è terminato con la richiesta di una nuova convocazione a Palazzo Chigi. I sindacati e le istituzioni locali, però, mantengono diverse posizioni. Presente allo sciopero generale anche il primo cittadino di Novi Ligure Rocchino Muliere e, da Genova, la sindaca Silvia Salis ha contestato la prospettiva di fermare gli impianti dal 15 novembre, data ultima per la chiusura degli stabilimenti liguri. «Qui ci sono tutte le caratteristiche per andare avanti: lo stabilimento funziona, i lavoratori — afferma la prima cittadina — vogliono solo lavorare e il mercato richiede i prodotti realizzati a Genova». Mantenendo la stessa linea della Salis, il presidente ligure Marco Bucci ha proposto di acquistare coils e bramme sul mercato estero per non fermare gli impianti.
A Taranto la mobilitazione resta molto accesa. I lavoratori e i delegati hanno occupato un tratto della statale 106 verso la raffineria Eni; le proteste continueranno nei prossimi giorni. Per il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, «esiste una strada ed è quella di una fabbrica decarbonizzata. Nel frattempo l’ex Ilva può e deve continuare a lavorare con le attività produttive del processo a freddo, che possono proseguire ed essere ampliate». Certamente la situazione a Taranto è molto più complessa rispetto al resto d’Italia, come ricorda il sindaco Piero Bitetti rilanciando «la richiesta di una legge speciale per Taranto che crei le condizioni utili a generare investimenti e occasioni di sviluppo e di occupazione».

La mobilitazione dei lavoratori di Adi in As, Ilva in As e dell’indotto a Taranto in occasione dello sciopero di 24 ore proclamato da Fim, Fiom, Uilm e Usb in tutti siti del gruppo, Taranto, 12 ottobre 2026. Foto: ANSA / ANGELO INGENITO
Il 30 ottobre il sindacato Usb ha indetto uno sciopero generale chiedendo al Governo un reddito di transizione con piena tutela salariale e contributiva, il riconoscimento del lavoro usurante e dell’esposizione all’amianto, strumenti di pensionamento anticipato e incentivi all’esodo volontario. Una massiccia mobilitazione che prevede 30.000 persone è in programma il 17 ottobre in piazzale Democrate nella città ionica, a pochi giorni d’anticipo dalla sentenza della Cassazione. Famiglie e associazioni chiederanno a gran voce un futuro fondato su quattro pilastri non più negoziabili: salute, bonifiche, lavoro dignitoso e riconversione economica e sociale. Proprio la Corte di appello del capoluogo lombardo aveva accolto l’azione inibitoria collettiva di 11 cittadini di Taranto, dieci adulti e un bambino, chiedendo la sospensione dell’attività produttiva nell’area a caldo, ritenuta la più inquinante, dello stabilimento siderurgico ex Ilva. L’associazione Genitori tarantini è in prima linea invocando la chiusura del polo siderurgico e l’avvio di un percorso di decontaminazione e riconversione delle aree industriali, oltre alla bonifica dell’intero sito.
La consapevolezza dei danni della fabbrica ha segnato nel profondo le storie personali di molte famiglie tarantine. È emblematica la vicenda di un operaio che, dopo essersi ammalato di tumore a causa del lavoro, si è reso conto delle drammatiche conseguenze sulla salute dei bambini della città. E così, una volta ristabilitosi, ha deciso di mettersi completamente a disposizione di chiunque lotti per la tutela dell’ambiente. La stessa scelta etica è stata fatta da un ingegnere ambientale assunto dall’Ilva. Dopo soli pochi mesi di impiego, il professionista aveva rassegnato le dimissioni, subendo dure critiche e incomprensioni da parte di parenti e conoscenti per via del pesante riscontro economico negativo. Non sono pochi i lavoratori che rinunciano al guadagno economico invece di smarrire la propria coscienza e rimanere complici dell’inquinamento.
Attorno al tema lavorativo e della fabbrica, però, convivono realtà controverse. Presupponendo l’esistenza di concrete difficoltà economiche e sociali, alcuni operai hanno la possibilità di accedere a percorsi di prepensionamento, con un trattamento legato all’esposizione all’amianto, oltre che all’accompagnamento e all’invalidità, o si potrebbe insistere in una nuova ricollocazione degli operai tenendo conto delle competenze acquisite.
Tra tutte queste contraddizioni, gran parte della popolazione e dei lavoratori si sente intrappolata tra le decisioni della magistratura e le mosse della politica. Sullo sfondo resta la ferma determinazione di una comunità a chiedere con forza che Taranto non sia più terreno di ricatto, ma il luogo da cui ripartire per dimostrare che la vita, la salute dei bambini e la dignità umana vengono prima di qualsiasi interesse di parte.
