Non molto tempo fa, visitando la città dove sono cresciuto, decisi di rifare i passi che facevo da piccolo: rivisitare la scuola elementare, poi quella media, ecc… Un pomeriggio decisi di ripercorrere il “canalone” — così lo chiamavamo noi bambini. Una strada in discesa, larga poco più di una macchina. Ai bordi, una fila di sassi grigi segnava il camminamento laterale: quello che percorrevamo ogni mattina per andare a scuola, scivolando sul lato quando saliva o scendeva un’auto.
Ricordavo ogni sasso. Ho messo il piede sul primo e ho capito subito che qualcosa non tornava. Il mio piede era troppo grande. Il sasso era rimasto identico — la stessa pietra grigia, la stessa inclinazione — ma io no. Mi sono fermato lì, in mezzo alla discesa c’è stato un momento di consapevolezza: ero la stessa persona. Ma non ero più quel bambino. Per la prima volta la domanda si era invertita. Da piccolo mi chiedevo spesso: «Cosa farò da grande?». Quel pomeriggio, sul canalone, mi sono accorto che la domanda era diventata un’altra: «Chi sono diventato?».
È una domanda che arriva di solito dopo una perdita, una malattia, una crisi di fede, una relazione che ci cambia nel profondo; o più semplicemente perché il tempo fa il suo lavoro silenzioso mentre siamo occupati a vivere. Quella domanda mi è venuta addosso con forza dopo che mia madre se n’è andata, pochi inverni fa. Ricordo la casa vuota, le sue stoviglie ancora nel mobile, e la sensazione di dover imparare di nuovo a entrare in stanze che non sentivo più mie.
A volte il cambiamento non fa rumore ma sposta qualcosa dentro; e un giorno ci guardiamo indietro e la persona che eravamo non ci appartiene più del tutto. Non è sparita — resta nei ricordi, in certi gesti, in piccoli riflessi — ma non basta più a spiegare chi siamo adesso. Crescere raramente è lineare. Più spesso somiglia a un attraversamento: confuso, contraddittorio, pieno di ritorni. E i passaggi più decisivi li comprendiamo quasi sempre solo dopo averli percorsi.
Questa sensazione mi è tornata leggendo Demian di Hermann Hesse durante una notte insonne in ospedale, quando avevo bisogno di leggere qualcosa che non fosse istruttivo ma capace di muovere. In apparenza è un romanzo di formazione. In realtà racconta qualcosa di più universale: il difficile mestiere di nascere a sé stessi. Il protagonista, Emil Sinclair, cresce dentro un mondo ordinato e protetto, finché scopre che dentro di noi non esiste un solo mondo. C’è la parte luminosa — quella che vuole essere buona, amata, riconosciuta. E c’è una parte più inquieta, fatta di paure, desideri, dubbi, contraddizioni che nessuno ci ha insegnato ad abitare.
Sinclair si trova sospeso tra ciò che gli è stato trasmesso e ciò che comincia a sentire dentro di sé, tra il bisogno di appartenere e l’urgenza di diventare autentico. Nel romanzo c’è una frase diventata quasi proverbiale: «L’uccello combatte per uscire dall’uovo. L’uovo è il mondo. Chi vuole nascere deve distruggere un mondo». È bellissima e spaventosa insieme — e non ha bisogno di spiegazioni.
Mi è tornato in mente il poeta persiano Rumi. Secoli prima aveva immaginato qualcosa di simile, ma in un’altra lingua dell’anima. Nel suo poema The Guest House (La Locanda), immagina l’essere umano come una casa attraversata continuamente da ospiti inattesi: gioia, dolore, confusione, speranza, smarrimento. Tutto entra ed esce. E Rumi non invita a respingere ciò che destabilizza. Suggerisce qualcosa di molto più difficile: restare aperti. Come se persino il caos potesse portare un messaggio che ancora non sappiamo leggere. Quella poesia mi è tornata in mente sul canalone, quel pomeriggio. Perché forse anche diventare stranieri a sé stessi funziona così: non è un guasto, è un ospite che bussa alla porta. E la domanda non è come cacciarlo, ma chiederci cosa sta cercando di dirci.
Nel Vangelo di Giovanni c’è una scena che non smette di interrogarmi. Nicodemo arriva da Gesù di notte. Non è un uomo superficiale: è colto, credente, rispettato dalla sua comunità. Eppure qualcosa dentro si è incrinato. Arriva di notte — uno dei dettagli che Giovanni non mette mai per caso — come chi ha bisogno di fare una domanda che alla luce del giorno non riesce ancora a formulare. Gesù gli dice: «Bisogna rinascere». Ricominciare, dall’alto. Di nuovo. Nicodemo risponde quasi con smarrimento: «Come è possibile?».
È una domanda profondamente umana. Come si rinasce senza smettere di essere sé stessi? Come si attraversa una trasformazione senza perdersi? Il Vangelo non offre una tecnica. Offre una compagnia e suggerisce che la crescita interiore non è un fallimento della stabilità — è parte della vita. Che persino i tempi di smarrimento possono diventare luoghi di nascita.
Penso spesso a cosa dovrebbe essere una comunità cristiana, alla luce di tutto questo. Non un posto dove bisogna avere già tutte le risposte, ma uno spazio in cui mille Nicodemi possano dire: sto cambiando, non so ancora bene chi sto diventando — e sentirsi comunque accolti. Un luogo in cui la trasformazione non provochi vergogna.
Maturare non significa restare fedeli alla persona che eravamo. Significa imparare ad accompagnare con pazienza quella che stiamo diventando. Sul canalone, quel pomeriggio, non avevo trovato una risposta ma avevo solo capito che era la domanda giusta da farsi. E che il bambino che correva per la stradina non era scomparso: si era solo fatto più grande dei sassi.