La partecipazione attiva della popolazione francese, a Parigi in particolare, è immediata e compatta. Hanno dato l’inizio qualche giorno fa, il 15 settembre, i pescatori nel porto di Sète, nel sud della Francia, impedendo la partenza di un traghetto di Corsica Ferries, per protestare contro il governo a causa dell’aumento inarrestabile del prezzo del gasolio. Sugli striscioni i motti erano: “L’Europa ci uccide” e “L’Ue affonda le nostre barche e Parigi sta a guardare”. Lo stesso giorno è stato bloccato per alcune ore un deposito petrolifero a Fos-sur-Mer, vicino Marsiglia. Il giorno dopo, il 16 settembre, è toccato al deposito petrolifero di Frontingnan, sempre a sud, sia il 16 che il 17 settembre. E il 17 i pescatori di Nizza, nel sud-est della Francia, hanno bloccato il porto sbarrando la strada a un traghetto che ha dovuto deviare fino a Savona.
E sarebbero andati a oltranza se non avessero ottenuto un vertice col governo di Sébastien Lecornu. La richiesta prevedeva un aiuto di 50 centesimi al litro. Il governo ne ha concessi 35, validi fino al 31 dicembre, più un prestito a tasso zero e la promessa di un meccanismo che segua l’andamento dei prezzi. Dei risultati sono stati ottenuti. Anche da noi la situazione non è rosea, il gasolio per i pescatori costa il doppio del normale e anche se il governo ha stanziato 70 milioni per tutto il settore e un credito d’imposta del 20%, sono misure considerate insufficienti, anche perché non si tratta di uno stanziamento aggiuntivo, ma una redistribuzione dei fondi già compresi nel Programma nazionale di risorse FEAMPA 2021-2027.
Contro il caro-benzina era iniziata in Francia anche la protesta dei Gilet gialli nell’autunno del 2018 e dopo le notizie di blocco di questi giorni si ipotizza un loro ritorno, dato che sui social gira la data del 17 ottobre per una mobilitazione nazionale contro il carovita; non sono infatti solo i pescatori a lamentare gli aumenti, ma possono essere coinvolti progressivamente altri settori del Paese, dalle forze dell’ordine, che hanno manifestato in migliaia già il 15 settembre a Parigi per chiedere salari più alti, ai comparti dell’energia.
Proprio i poliziotti e i gendarmi riguarda la manifestazione che si è tenuta il 20 settembre a Parigi contro una legge votata in Parlamento lo scorso 7 luglio che consentirebbe alle forze dell’ordine una sorta di “licenza di uccidere”. Secondo i dati della Prefettura 21 mila persone sono scese in strada, comprese associazioni per i diritti umani, Amnesty International, i sindacati e i partiti della sinistra, contro la proposta di legge, che dovrà essere esaminata dal Senato, secondo cui si presume la legittimità dell’utilizzo della propria arma da fuoco da parte degli agenti delle forze dell’ordine. Sono state già raccolte più di 500 mila firme per abrogarla.
Ma la partecipazione non finisce qui. Il giorno prima, il 19 settembre, 350 mila persone hanno chiesto l’abrogazione di un’altra norma, la legge Ripost, che tra le altre cose criminalizza i free party. Una manifestazione che ha vestito i panni di una Techno Parade, una festa elettronica, utilizzando la musica ad alto volume, da Bastille a Nation, sparata dalle casse su vari carri, per esprimere il proprio dissenso contro una legge che prevede su imitazione della legge anti-rave di Meloni del 2022, come reato punibile fino a due anni di carcere e 30 mila euro l’organizzazione di un free party, festa di oltre 250 persone per cui non si richiede una autorizzazione specifica.
Probabilmente le mobilitazioni popolari di questi giorni in Francia non hanno trovato il giusto riscontro nei nostri media e nel dibattito pubblico, eppure sono indicative di un malessere per il costo della vita che serpeggia anche nelle nostre città.
