Alla fine è stato raggiunto sul filo di lana, entro il 15 settembre, l’obiettivo del numero minimo di 50 mila firme necessarie per presentare un progetto di legge di iniziativa popolare di promozione della Difesa civile, popolare e non violenta. Un segnale in controtendenza con la spinta sempre più decisa dei vertici europei a favore dell’arruolamento volontario nelle forze armate in vista dell’annunciato (entro il 2030), e per alcuni inevitabile, scontro bellico contro la Russia di Putin.
Contrariamente all’immaginario di un mondo giovanile ignaro dei pericoli imminenti del consolidamento della guerra mondiale a pezzi, ha destato stupore la presa di posizione di Virginia Libero, segretaria nazionale dei Giovani Democratici, che dal palco della festa nazionale del partito ha affermato con forza, creando scalpore tra i dem, la decisione di invitare alla diserzione verso tutte le guerre.

Alfio Nicotra ANSA/ETTORE FERRARI
Abbiamo perciò intervistato Alfio Nicotra, coordinatore di Rete italiana pace e disarmo a proposito dell’obiettivo della proposta di legge sulla Difesa civile che ora verrà depositata in Senato.
La raccolta di firme in via telematica, con l’uso obbligatorio dello Spid o del Cie, è andata a rilento fino a pochi giorni dal termine. Perché? Esiste un’inflazione di raccolte firme on line che provoca confusione?
In effetti, fino a dieci giorni prima della scadenza c’era un forte sconforto, poiché si erano raggiunte soltanto 22.000 o 23.000 firme. La raccolta cartacea sul territorio ha portato appena 1.500 firme a causa dell’assenza di un’organizzazione capillare. Inoltre, abbiamo riscontrato difficoltà legate all’alfabetizzazione digitale. A questo si aggiunge un vuoto culturale: l’ultimo obiettore di coscienza è stato congedato vent’anni fa, nel 2006, e il tema della difesa popolare nonviolenta non godeva più della familiarità che aveva ai tempi della leva obbligatoria.
Tuttavia, i cinque mesi della campagna non sono andati sprecati: si sono tenute almeno 200 iniziative territoriali, webinar e approfondimenti su riviste come la vostra e quotidiani locali. Grandi organizzazioni come Cgil, Arci e Agesci hanno contribuito a ricreare un forte clima partecipativo dal basso che nell’ultima settimana ha reso virale la firma. Si è strutturata un’alleanza capillare tra parrocchie, case del popolo, centri sociali, feste nazionali, campeggi studenteschi e figure politiche come Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Bersani e Boldrini. Dopo un momento iniziale di delusione, a partire da inizio settembre la risposta delle persone impegnate in tante campagne e delle realtà locali è stata decisiva.
Spesso, però, le proposte di legge d’iniziativa popolare finiscono dimenticate nei cassetti del Parlamento senza essere discusse. Qual è il senso di depositare questa legge proprio in questo momento?
Depositeremo la proposta al Senato perché il regolamento del Senato prevede che il testo non decada a fine legislatura, ma venga riassegnato tra le prime numerazioni nella legislatura successiva. Inoltre, abbiamo accelerato per anticipare il disegno di legge di riforma della difesa nazionale preannunciato dal ministro Crosetto. La riforma proposta dal ministero, in particolare l’istituzione di una riserva di 50.000 militari, comporta costi stimati tra i 7 e i 10 miliardi di euro che incontrano forti ostacoli nelle risorse finanziarie del Paese. Depositando ora la nostra legge, essa verrà abbinata alla discussione sulla riforma militare, permettendoci di inserire la nostra proposta di difesa alternativa nell’agenda politica attuale.
Inoltre, la storia dimostra che iniziative popolari hanno già aperto la strada a norme fondamentali, come avvenne per la legge contro la violenza sessuale sulle donne o per la campagna sulla ripubblicizzazione dell’acqua.

Parata militare 2 giugno 2026 a Roma ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Allo stesso tempo è convinzione di molti in Europa ma anche in Italia che il ricorso alle armi, seppur preso controvoglia, sia una scelta necessaria di fronte a un’aggressione come quella russa contro l’Ucraina. Si cita come esempio la lotta di Liberazione o lo sbarco in Normandia reso necessario per abbattere il nazismo. Da qui lo sconcerto per l’invito alla diserzione. Come rispondete a queste osservazioni?
Riconosciamo il diritto alla legittima difesa di uno Stato aggredito ai sensi dell’articolo 51 della Carta ONU, ma quell’articolo precisa che la difesa è legittima fino a quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non intervenga con iniziative diplomatiche e negoziali per risolvere il conflitto.
Le guerre contemporanee dimostrano che la via militare non porta a vincitori, ma genera soltanto ulteriore insicurezza e il prolungarsi delle crisi. Il militarismo sta mostrando il suo fallimento pratico e storico.
Respingo inoltre fermamente qualsiasi accusa di putinismo: la nostra storia parla chiaro, dato che già 25 anni fa a Genova contestavamo Putin, quando sedeva nella tolda di comando del G8, subendo la repressione violenta. La nostra campagna sostiene concretamente gli obiettori di coscienza e i disertori in Russia, Ucraina e Bielorussia, ritenendo che il riconoscimento e la protezione internazionale dei disertori costituiscano uno dei punti più qualificanti della nostra proposta di difesa civile nonviolenta.
Oltre al caso delle nazioni che hanno reintrodotto la coscrizione obbligatoria, il ricorso alla leva volontaria promossa dal governo Meloni è simile a quella dell’esecutivo Merz che ha progettato di costruire il più forte esercito convenzionale in Europa, scontrandosi con le ambizioni francesi e polacche. Ci sono collegamenti con le reazioni in atto in Germania, dove si registra una bassissima risposta all’invito all’arruolamento?
È in cantiere una mobilitazione a livello continentale per il prossimo 20 novembre. L’analisi dei conflitti degli ultimi decenni (Afghanistan, Iraq) conduce a una conclusione ineludibile: “le guerre contemporanee non le vince più nessuno”. Al contrario, esse alimentano ulteriore insicurezza e generano instabilità cronica (come l’emergere di formazioni radicali quali Daesh). L’investimento nei Corpi Civili di Pace rappresenta l’unica risposta funzionale al fallimento storico del militarismo pratico. In un’epoca di risorse scarse, finanziare la mediazione non è una scelta etica, ma una necessità pragmatica per garantire una stabilità che la sola forza militare non è in grado di produrre. L’Italia necessita di una “Dottrina di Difesa Avanzata” che riconosca l’irrazionalità della corsa al riarmo in un Paese ad alto debito pubblico. La via militare non è solo economicamente insostenibile, ma strategicamente inefficace nel contesto geopolitico multipolare. Invitiamo perciò le organizzazioni sindacali, i partiti di opposizione e le forze sociali a sostenere il modello della Difesa Civile Nonviolenta non come alternativa utopistica, ma come l’unica scelta fiscalmente razionale e socialmente efficiente. Ripristinare il primato della mediazione e del diritto internazionale è l’unica strada percorribile per garantire una sicurezza che sia davvero “per tutti”, svincolando il futuro del Paese da logiche di forza che hanno già dimostrato il proprio fallimento sul campo.
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