Padre Jacques Mourad ha partecipato al Campo Internazionale che ogni estate si svolge al Villaggio La Vela di Opera Gioventù Giorgio La Pira.
Mourad è Vescovo siro-cattolico di Homs, con il gesuita padre Paolo Dall’Oglio fondatore della Comunità di Mar Moussa, non lontano da Damasco; una comunità che pone il dialogo al centro della propria esperienza, composta da membri cristiani e musulmani. Nel 2015 è stato preso e tenuto prigioniero per cinque mesi da un gruppo jihadista.
È poi riuscito a fuggire con l’aiuto di alcuni musulmani che per lui hanno rischiato la vita: avevano capito il messaggio di pace di cui si faceva portatore. Mentre era ancora sotto sequestro sono state prese in ostaggio dallo stesso gruppo anche 250 persone della sua parrocchia.
Durante la prigionia durata oltre 5 mesi, prima della sua liberazione, ha subito torture e minacce di morte per obbligarlo al ripudio della fede cristiana e la conversione forzata all’Islam. Nell’incontro con i giovani il monaco arcivescovo ha offerto la sua testimonianza di una scelta nonviolenta come unica strada di soluzione dei conflitti. Ecco di seguito l’intervista che ci ha concesso
Come ha vissuto il sequestro da parte dell’Isis?
Ricordo che i primi giorni dopo il sequestro, un uomo veniva a portarmi il cibo. Me lo gettava davanti sbattendo il piatto con parole rabbiose e poi se ne andava. Io lo salutavo con gentilezza, lo ringraziavo e gli sorridevo. Continuammo così per giorni, finché improvvisamente cessò di maltrattarmi mostrandosi anche lui gentile: incominciavamo a dialogare.
Che cosa la spingeva a non reagire bruscamente alle offese?
Capivo che, come me, anche lui era una vittima. Eravamo entrambi vittime di un inganno, di un meccanismo perverso che ci sovrasta, il carceriere ed io. La sua ideologia era una risposta folle all’ingiustizia e al male che viviamo in questo mondo.
Come ha fatto a liberarsi assieme agli altri rapiti della sua comunità?
Ci siamo salvati tutti grazie all’aiuto di tanti amici musulami, gente che negli anni precedenti, durante la guerra, abbiamo aiutato e con i quali abbiamo condiviso quello che avevamo, tante sofferenze e tanta speranza.
Come è possibile, oggi, in un Paese come la Siria vivere il dialogo?
La parola essenziale è ospitalità. Abramo è il modello. Ha ricevuto i tre uomini e li ha tenuti a cena sotto la sua tenda. L’ospitalità è occasione per conoscere l’altro con sua dimensione umana, la sua cultura, la spiritualità, per presentare la propria dimensione di fede. Mar Moussa è questo.
Chi frequenta Mar Moussa oggi?
Viene chi ricerca la pace. Il monastero di Mar Moussa è del VI secolo; è la casa di Dio come tutte le chiese, i monasteri, i luoghi sacri cristiani o altri. Ci si sente a casa, si va a fondo nella propria vita, nei rapporti con le persone, si trova un rapporto con Dio. Per questo tanta gente ritorna.
Nel 2013 è accaduto un fatto terribile: é stato rapito il suo confratello padre Paolo dall’Oglio e di lui non abbiamo avuto più notizie. Lei è stato sequestrato nel 2015. Perché?
Sono un semplice monaco, non ho potere, il mio sequestro non ha cambiato le cose, né durante la prigionia, né dopo la mia fuga. Quello che posso dire è che nella cultura, nel pensiero, nella nostra zona, la persona non ha valore in sé. Se la Siria non riuscirà a riconoscere il valore della persona umana con la sua dignità, e a rispettare i diritti che ne conseguono, i siriani continueranno a emigrare, anche se ci saranno accordi per la pace.
Dal 2011 a oggi i cristiani sono scesi dal 10% a 2% della popolazione. Dai due milioni a 300mila, di cui una minoranza è rappresentata dalla chiesa siro-cattolica. Ascolto sempre le voci di tanti musulmani che dicono che se la Siria si svuota dei cristiani, non sarà più la Siria. Ci rimettiamo tutti, perché la Siria è un bene comune del popolo siriano.
È chiaro che abbiamo bisogno di aiuto, perché mancano le scuole, gli ospedali, il lavoro.I nostri giovani scappano perché non vedono un futuro, vedono che la pace è ancora lontana e la democrazia che rimane un sogno. Ma se tutti i cristiani schiacciati da questi pensieri se ne vanno, questa situazione rimarrà per sempre e non ci sarà un cambiamento.
Aiutare, come?
La popolazione è martirizzata. Ci sono tanti modi per aiutare il nostro popolo. Primo, pregare. Secondo, venire, vedere. Terzo, mandare aiuti. Direttamente o attraverso il sostegno a progetti che diano lavoro, per consentire di restare.
La gente è abituata alla convivenza?
Tutto il Medioriente ha profonde radici cristiane. In Siria, in Libano, in Terra Santa, in Turchia, l’Islam percepisce di avere un legame con il cristianesimo.
Ci sono molti segni che ce lo mostrano. Luoghi come i monasteri greco-ortodossi della Madonna a Sednaya, di Santa Tecla, di Mar Elias, oppure Mar Moussa e altri, sono luoghi di preghiera e di rifugio per tutti. Tutto questo viene da questa fede profonda, da una fede popolare vera.
Nella società, viviamo da sempre il “dialogo della vita”. Lo viviamo in modo impegnato, con piacere, con coraggio e anche in pace.
Il Corano stesso ha figure importanti di riferimento. Gesù come profeta e Maria sua madre…
Sì, e c’è anche una storia comune. Coi nostri vicini ci conosciamo da generazioni. Per questo il dialogo della vita non è separato dal dialogo di fede. Le persone comuni vivendo insieme, esprimono anche concetti della propria religione, con rispetto, con immediatezza, senza separazione tra la confessione di ciascuno e la vita. Quando tante famiglie musulmane sono dovute fuggire dalla zona di Al-Qaryatayn, molti hanno lasciato le chiavi della loro casa al proprio vicino cristiano.
Poi 250 cristiani della parrocchia sono stati presi e imprigionati, senza un motivo. Quando sono tornati, i vicini musulmani hanno preparato il pranzo per tutti. Sono rimasto molto toccato, perché questo è l’amore.
In un momento tanto difficile, persone umili han fatto questo gesto gratuitamente. Forse anche facendo debiti. Ma per loro era come se fosse ritornato un fratello.
Se la buona convivenza viene ostacolata si favorisce la fuga e la Siria si svuota della sua componente cristiana.
Aprirsi, rispettarsi, dialogare: non ci sono altre strade per vivere bene insieme. Favorire tutto questo è una grande responsabilità per ciascuno di noi e particolarmente per chi governa.
Nella Chiesa, si promuove con forza il dialogo. Tutti abbiamo davanti l’immagine di Assisi, con papa Giovanni Paolo Secondo insieme agli altri capi religiosi. Ma c’è chi afferma che Gesù non ha proposto come via prioritaria il dialogo, ma l’evangelizzazione. Cosa ne pensa?
L’annuncio del Vangelo senza dialogo non è più un annuncio. Gesù è l’uomo del dialogo. L’evangelizzazione senza la vita evangelica non è più un’evangelizzazione.
Quello che è accaduto a lei, il sequestro, la prigionia, sarebbe ancora possibile?
La strategia del fanatismo è mostrarsi forti e incutere paura, per sottomettere.Ma se c’è da condannare apertamente il male, bisogna prendersi anche questo rischio.
Quali sono i segnali di speranza?
Siamo in un periodo diverso da quello di Assad. I siriani non accettano più di rimanere in silenzio per paura del regime. Voglio ricordare che le nostre armi sono diverse da quelle scelte dal mondo.
Sono il coraggio nel momento difficile, la fiducia in Dio e la preghiera. E la pazienza, che è il segno forte della fede e della fiducia.
Perché in questo mondo, in questo periodo, solo Dio è capace di fare il miracolo di cambiare questa situazione mondiale. Dobbiamo credere alle piccole cose che noi possiamo fare: insegnare ai bambini, aiutare i vecchi, prendere cura dei malati. Con tutto questo esprimiamo l’amore di Dio verso i deboli, verso i poveri.
