Baudelaire diceva che essere poeta non è un privilegio, ma un destino gravoso. Nella poesia L’Albatros, scriveva: «Il Poeta è simile al principe delle nubi… Esiliato sulla terra… le sue ali di gigante gli impediscono di camminare».
Guccini è stato un poeta. È vero che la sua poesia non gli ha impedito di camminare: di essere ben radicato nel contesto sociale, di godersi la vita, gli affetti, le amicizie, il cibo e il buon vino dell’osteria.
Ma l’ha relegato in un mondo a parte, perché la poesia non è di destra né di sinistra, non è religiosa né atea, non è anarchica né democristiana.
È qualcosa di più, che trascende tutto questo, che offre allo stesso poeta, che spesso non ne è consapevole, di parlare guardando a «uno spiraglio di vita eterna», come scriveva Dorneus. Spiraglio che spesso tanti non vedono, ma che portano nel fondo dell’anima, e che le canzoni di Guccini risvegliavano.
Per questo Guccini toccava le corde dei cuori. Per questo esprimeva nelle sue canzoni – che sono state la colonna sonora di un’intera generazione – più dubbi che certezze. La poesia, radicata dentro di lui metteva in crisi le sue stesse idee: lo lasciava nel dubbio, ma quello sano, che non lascia in pace, quello che non ti permette di abbassarti al livello delle ideologie. «Vorrei sapere a che cosa è servito / vivere, amare, soffrire / spendere tutti i tuoi giorni passati / se presto hai dovuto partire», canta in Canzone per un’amica.
«E tutto ci sembrava ancora da capire», canta nella Canzone della Bambina Portoghese, suggerendo che la saggezza consiste nell’accettare il mistero più che nel risolverlo. «E un’altra volta è notte e suono / non so nemmeno io per che motivo…» canta in Canzone di Notte n.2, un dialogo con la notte, in cui mai approda a una risposta definitiva. «Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare…» canta in Aushwitz. In un’intervista, Guccini riassumeva questo suo atteggiamento: «Diffido di chi ha sempre ragione». La sua non era solo una posizione intellettuale, ma un’etica della ricerca, della consapevolezza dei propri limiti e dell’apertura al mistero.
C’è però una canzone che oggi risuona più che mai alle nostre orecchie. Una canzone bellissima, per me la sua più bella: L’albero ed io. È il suo testamento, il suo profilo spirituale, la sua orazione funebre, scritta da lui stesso, quando ancora era giovane, nel ‘70. «Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo / non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà…». Una canzone che è meditazione sulla sua stessa morte ma, paradossalmente, attraversata da una profonda fiducia nella vita. L’albero, il protagonista della canzone, è simbolo di continuità della vita, di trasformazione, di unione tra terra e cielo. «Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio...».
Nella canzone Guccini parla dell’albero che tende al cielo le sue dita di rami, e che rimane per sempre lì, in eterno « sotto quel cielo che chiaman di Dio». Non dice “il cielo di Dio”, ma “che chiaman di Dio”.
È una formula tipicamente gucciniana: lascia aperto il dubbio, il mistero. Non è una professione di ateismo, ma neppure una confessione di fede tradizionale. È come se dicesse: «Io non so che cosa ci sia oltre, ma quel cielo resta un mistero verso cui vale la pena tendere». Questa sospensione è una delle caratteristiche più affascinanti della poetica del Maestrone. Buon riposo sotto l’albero!
