Sono moltissimi i lavori che hanno analizzato in tutta l’ampiezza e profondità la prospettiva della spiritualità, dimensione universale della persona e ben conosciuta nell’approccio al dolore globale, proprio delle cure palliative, che è fisico, psicologico, sociale e -appunto- spirituale.
Ma “la fede”? Intesa come confessionalità è solo uno degli aspetti della spiritualità: lo sanno bene gli stessi “Chaplains” degli hospice (in Italia si preferisce parlare di Assistenti spirituali) che quotidianamente entrano in profondi dialoghi con persone di tutte le fedi e culture, indipendentemente dall’appartenenza religiosa.
“Fede” però è anche e soprattutto una sfida. Richiama al “credere, ancor prima di aver visto”. L’incontro con il malato e con la sua famiglia, fino all’istante prima di varcare la stanza dell’hospice, o di entrare nella loro casa in assistenza domiciliare, o di aprire loro la porta dell’ambulatorio, è un incontro fra sconosciuti.
Il primo “atto di Fede” è credere che sempre si tratta di un’occasione unica e irripetibile, che può diventare misteriosamente dono. Diceva Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, «Nessuno deve passarci accanto invano. Ogni persona che ci passa accanto è un dono di Dio. Ogni incontro con qualcun altro deve cambiare la nostra vita in qualche modo». Parole forti, in un tempo come il nostro in cui lo sconosciuto, “l’altro”, è spesso innanzitutto un estraneo, o persino un nemico, soprattutto se diverso.
La Fede, quotidianamente, ci stupisce. Nel clima dell’hospice la vediamo emergere come esperienza vitale anche in gesti e segni concreti. Usiamo per esempio uno strumento, riconosciuto e validato, che si chiama Go Wish ( gioco di carte inventato per dare applicazione alla legge n.219 del 2017 sul Consenso informato, ndr). Sono 39 carte, ciascuna con una frase, per rispondere alla domanda “Che cosa è importante per me?”. Semplice, ma occasione di profondissimi dialoghi.
In genere lasciamo le carte alla libera elaborazione, poi chiediamo di selezionare le 5-10 carte “più importanti in questo momento”. Nessuno si spaventa o è turbato da frasi che parlano anche di funerale, preparazione alla morte, scelte di fine vita. Ma ci sorprende ogni volta quanto di frequente la carta “scelta”, quasi prioritaria, è una delle poche che contengono una sola parola: “Pregare”.
Tornano alla fine della vita anche le preghiere imparate da bambini e quasi dimenticate. Si tratta di un rapporto intimo con Dio, condiviso talora con timidezza e pudore, ma che diventa fonte di consolazione e speranza.
Lo ritroviamo anche nel prezioso “quaderno dell’hospice”. Come nelle parole recenti, di una giovane donna: «Sto tirando fuori tutto il coraggio che ho perché è una prova durissima questa, senza il mio caro marito. Ricordo ancora i tanti momenti di armonia e serenità che abbiamo vissuto nella nostra ultima casa, l’hospice. Ho iniziato a scrivere la nostra esperienza. La ricerca delle giuste parole per esprimermi è un tempo che voglio prendermi. Torno regolarmente per andare a Messa, salutare tutti e semplicemente star lì dove siamo stati, oso dire, amati con così tanta generosità che le mie lacrime scendono sul sorriso della luce che siete riusciti a trasmetterci.Ringrazio per quella formidabile domenica, con un gruppo di ragazzi: era così contento quel giorno! Ci è stato regalato un bene raro e prezioso: la felicità!».
Nell’hospice del Cottolengo di Chieri riviviamo anche lo stupore della Provvidenza, che arriva puntuale là dove c’è amore nei gesti concreti. Come nel whatsapp di una sera, a conclusione di una intensa giornata in cui nulla è casuale, neanche il numero di una stanza: «Oggi è arrivata una signora in stanza 6…con lesioni da pressione multiple…..L’infermiera mi ha chiesto se avessimo del ‘cotone di Germania’ e un altro tipo di medicazioni avanzate…. purtroppo, in questo momento non disponibili. Questa cosa non mi lasciava sereno. Alle 19 mi chiamano dalla portineria….. sono arrivati la moglie e il figlio del signor G…. ex letto 6, deceduto ieri, con una borsa di medicazioni tra cui proprio il ‘cotone di Germania’.… Mi hanno detto: abbiamo pensato che ne avevate sicuramente bisogno!».
