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Interviste > Ecumenismo

Mons. Jules Boutros, vescovo fra i giovani per costruire la pace

di Candela Copparoni

- Fonte: Città Nuova

Nel mezzo delle guerre che colpiscono il Libano e il Medio Oriente, la testimonianza dei cristiani mostra che è possibile vivere insieme

Mons. Jules Boutros, vescovo siro-cattolico della Chiesa in Libano. Foto: Candela Copparoni

I delegati del Consiglio dei Giovani del Mediterraneo (CGM) si sono incontrati nel luglio 2026 in Italia per una settimana di lavoro sui temi del dialogo, la pace e l’amicizia fra i popoli. Ad accompagnarli lungo tutta l’assemblea plenaria è stato mons. Jules Boutros, vescovo siro-cattolico del Patriarcato di Antiochia, uno dei più giovani vescovi della Chiesa cattolica.

Nato a Beirut nel 1982, il suo lavoro con i giovani per la risoluzione pacifica dei conflitti e la giustizia è cruciale e delicato in un momento in cui il Libano si vede travolto dalle guerre che colpiscono il Medio Oriente.

Mons. Jules, cosa porta un vescovo a spendere tutta una settimana insieme ai giovani?

Da quando sono diventato sacerdote, nella mia chiesa siriaca, ma anche nella Chiesa cattolica del Libano, mi impegno nella pastorale giovanile. Questo è il servizio particolare che dedico alla Chiesa. E lo faccio anche a livello patriarcale, mondiale, ecco perché cerco anche di trovare i nostri giovani, dovunque sono: in America, in Australia, in Europa e certamente nel Medio Oriente. Allora viaggio tanto, cerco di visitare, animare, formare e pregare con i nostri giovani. E magari formare degli uffici, anche diocesani, nazionali, di pastorale giovanile.

Quale similitudine trovi tra i tanti giovani che hai incontrato?

Pur vivendo in questi Paesi del Mediterraneo, non si è mai pensato veramente al fatto che siamo così vicini, o che c’è qualcosa che ci può mettere insieme, un evento, un progetto… La particolarità di questo progetto del Mediterraneo è che, forse per la prima volta, la Chiesa Cattolica ha lanciato un’iniziativa con cui fa vedere che non viviamo così lontani gli uni dagli altri. Sì, c’è il mare che ci separa, ma anche che ci unisce. E questo mare ci unisce tramite le mille storie che hanno portato gente dall’Oriente a visitare l’Occidente e a viverci. Ma anche gente dall’Occidente a visitare l’Oriente, cioè dai tempi dei Fenici che sono venuti dal Libano in Sardegna, in Spagna. E anche ai tempi dei Romani, che sono venuti da noi, i Greci che sono venuti da noi e viceversa. Allora ci sono i rapporti demografici, i pellegrinaggi, soprattutto verso Gerusalemme e la Terra Santa, il commercio, la politica…

Questo mare porta tanta ricchezza, tanta storia. Certe volte le cose sono andate male, con le guerre, con le invasioni…, ma in tante altre cose questo mare ci unisce. Ha potuto e può farlo ora, di fronte alla realtà geopolitica recente, dopo la formazione e l’indipendenza degli Stati, e i controlli delle frontiere, e i passaporti, i visti, ecc., anche oggi, nel brutto traffico umano che esiste in questo mare, nonostante tutti i controlli che anche separano psichicamente gli uni dagli altri.

Qual è secondo te il punto di forza del Consiglio dei Giovani del Mediterraneo?

Questo progetto fa una strada controcorrente, dice: “Noi possiamo stare insieme, occidentali e orientali, nordafricani, europei e mediorientali, senza pregiudizi che feriscono, senza razzismi che violentano l’immagine di Dio che è in noi, ma ci incontriamo nel nome di Gesù e della Chiesa Cattolica universale che ci unisce”. Siamo qui insieme perché c’è qualcosa che ci unisce più del mare, più del cibo, della cultura, della musica, dell’arte… è Gesù, a immagine del quale siamo stati tutti creati. Allora, quando si riscopre questa immagine di Dio nell’altro, diverso, è lì che possiamo parlare di una fraternità universale, ma che si pratica in una settimana tramite i progetti che si lanciano qui e che continuano durante l’anno nelle diocesi, nei Paesi, nei sindacati, da dove provengono i nostri giovani. Questa è l’importanza di questo progetto: è una piccola, semplice iniziativa, però dà un’immagine importante e di cui il nostro mondo di oggi ha bisogno. Ha bisogno di testimonianza, di fratellanza, di amicizia.

Dico questo perché quando un europeo incontra un nordafricano o siriano, iracheno, libanese…, dopo settimane di vivere insieme, di stare insieme, di parlare, di condividere sentimenti, idee, culture, ricchezze, anche ferite, debolezze, ecc., l’altra persona non è più quello che vede sui telegiornali, non è più quel migrante che scappa, che entra nel Paese in modo anche clandestino, che porta con sé anche un rifiuto, ma diventa una persona da rispettare, da apprezzare, da vedere da un’altra prospettiva.

A quali bisogni concreti dunque pensi che risponda questa iniziativa?

Al bisogno della fraternità universale: serve a dare testimonianza al mondo che è possibile incontrarci, che possiamo stare insieme senza problemi politici, perché l’umano in noi supera gli interessi politici e il business delle guerre, e fa cadere tutti questi muri di pregiudizi che ci separano. Questi gemellaggi che si sono creati tra diocesi diverse daranno questa testimonianza, quando un gruppo di giovani, per esempio della Spagna, andrà a visitare e a trascorrere una settimana in Siria, in Libano, in Giordania, in Palestina, in Albania…

Come farete per implementare adesso questa iniziativa nella chiesa del Libano?

Abbiamo già realizzato dei gemellaggi; quest’anno, prima che la guerra iniziasse, un gruppo da Firenze è venuto in Libano, hanno vissuto con noi, hanno visitato delle attività pastorali nelle nostre diocesi e parrocchie, hanno incontrato i nostri giovani… Poi anche un gruppo del Libano ha fatto il gemellaggio con la diocesi di Brindisi ed è venuto in Italia. Adesso c’è un altro gruppo che si prepara a venire a Trieste. Ecco, alcune delle iniziative sono già state realizzate e speriamo che altre verranno dopo, come l’iniziativa del podcast, che è iniziata con un piccolo gruppo del Libano e adesso continuerà per esempio in Francia con il gruppo francese che è con noi.

Come è la situazione della Chiesa in Libano attualmente?

La Chiesa del Libano è una delle più belle e ricche realtà ecclesiastiche che uno possa trovare, non solo in Medio Oriente ma anche al mondo, perché in un Paese così piccolo puoi trovare ricchezze immense. Innanzitutto è una Chiesa fiera di essere nata dai primi discepoli e da Gesù stesso, che è venuto e ha benedetto la nostra terra. Cioè, è una Chiesa che risale ai tempi di Gesù in persona e ai tempi degli apostoli, ed è stata delle prime Chiese a ereditare la cultura e la religione giudeo-cristiana per motivi demografici e geografici.

Poi, in un’unica città, per esempio nella capitale, in un’area geografica molto ridotta, puoi trovare ortodossi, cattolici, caldei, assiri, maroniti, siriaci, bizantini, armeni, che vivono insieme, che hanno le chiese certe volte attaccate e vicinissime le une alle altre. È una Chiesa anche giovane, se vai a messa la domenica in qualsiasi chiesa trovi che i giovani ci sono e sono molto attivi spiritualmente e anche pastoralmente. Abbiamo tanti movimenti cattolici in Libano, quelli grandi sono più di 45.

E poi la Chiesa del Libano ha questa particolarità nel Medio Oriente, ed è l’unica: la comunità cristiana porta non solo un messaggio religioso ed evangelico in Chiesa, ma anche in politica. I cristiani hanno finora una certa influenza e anche un importantissimo ruolo politico nel Paese e nel Medio Oriente, dove hanno questa missione di portare i valori cristiani e soprattutto la dottrina sociale della Chiesa. Questo, appunto, fa della Chiesa del Libano una Chiesa attiva a livello religioso ma anche socio-politico.

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