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Mondo > Esteri

Gaza, tutto tranne che pace

di Anna Pochettino

La popolazione a Gaza vive in una situazione drammatica, il processo di pace è in stallo, mentre recenti rivelazioni confermano come il piano di Trump per la Palestina possa essere definito in molti modi, ma non certo “piano di pace”

Proteste contro il Board of Peace a Washington, 19 febbraio 2026. EPA/WILL OLIVER

Ma che fine ha fatto la pace a Gaza? L’attenzione internazionale, le risorse economiche e l’impegno diplomatico sono stati dirottati verso altri conflitti. Quasi che la firma della fragile pace nell’ottobre 2025 a Sharm el-Sheikh sia bastata per tacitare le coscienze.

In realtà gli abitanti di Gaza si trovano a dover affrontare una crisi umanitaria estrema. Nelle sue ultime dichiarazioni di fine giugno 2026 il cardinale Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, appena tornato da una visita nella Striscia, ha parlato di «disastro assoluto». Ha visto con i suoi occhi «città rase al suolo, livellate nel vero senso della parola». Qui la gente vive nelle tende, in mezzo alle fognature, senza i servizi essenziali.

In un’intervista a Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, il patriarca racconta: «Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori e una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi che mordono soprattutto i bambini. Gaza è piena di bambini, si vedono ovunque, ma, anziché andare a scuola, giocano sporchi accanto alle fogne».

Non è possibile riaprire le scuole perché manca tutto, non è permesso l’ingresso di banchi, matite, quaderni, vetri per le finestre, perché si ritiene che tutto ciò potrebbe essere usato da Hamas.

La pace è in stallo: la guerra vera e propria si è fermata, ma la gente vive in uno stato costante di paura perché continuano gli attacchi di Israele che hanno provocato, secondo il ministero della Salute di Gaza, 1.053 morti e 3.406 feriti dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, mentre Hamas non ha alcuna intenzione di rinunciare alle armi e alla lotta. Il 26 giugno la popolazione stremata e esasperata ha manifestato contro Israele al grido di «Vogliamo vivere» e «Basta con la distruzione», ma anche contro Hamas con cartelli come «Se Dio vuole, Hamas fuori”.

Alle violenze israeliane si aggiungono quelle del Movimento Islamista. Erika Guevara-Rosas, alta direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International, dichiara con preoccupazione: «Le notizie di pestaggi, minacce e interrogatori ad opera di Hamas, sono estremamente allarmanti e costituiscono gravi violazioni dei diritti alla libertà di espressione e di protesta pacifica».

Un popolo che ha vissuto l’inferno di un conflitto che le Nazioni Unite hanno definito in termini di genocidio, stretto ora tra le violenze dell’IDF e di Hamas, è costretto da mesi a vivere in condizioni drammatiche.

Il Piano Trump

E intanto i grandi della Terra perseguono la loro particolarissima idea di pace: sottomissione, business e potere. E gran parte del Piano completo per porre fine al conflitto di Gaza (i cosiddetti 20 punti) di Trump è rimasto sulla carta.

In particolare il Board of Peace, l’organismo a stelle e strisce che si pone come alternativo all’ONU per governare la fase post-bellica di Gaza dopo l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel novembre 2025, sembra essersi arenato.

Si tratta di un organismo essenzialmente autocratico, incentrato sulla figura del presidente, Donald Trump, che può dettare l’agenda, ratificare o porre il veto a qualsiasi decisione, selezionare gli Stati membri, sospenderli o rimuoverli, mentre solo il pagamento di un miliardo di dollari garantirebbe ad uno Stato la posizione di membro permanente. Circa sessanta Stati sono stati invitati a farne parte, ma solo 27 hanno aderito e diverse democrazie occidentali hanno rifiutato l’invito. L’Italia è, di fatto, l’unico Paese del G7 ad aver aderito al Board, sia pure in forma cauta, solo come osservatore, decidendo inoltre di non procedere al riconoscimento dello Stato di Palestina.

Il presidente è coadiuvato da un “comitato esecutivo” di sette membri che comprende, tra gli altri, il genero del presidente Jared Kushner, di famiglia ebraica ortodossa, grande sostenitore e finanziatore della politica di Netanyahu, lo stesso che nel febbraio 2024 ha tenuto un discorso ad Harvard in cui sosteneva l’evacuazione forzata dei palestinesi e sottolineava il potenziale immobiliare della Striscia, lanciando l’idea della “fantastica riviera” di Gaza.

Non ci sono palestinesi nel board. Questo dettaglio, da solo, dice già molto di un organismo che si presenta come garante della pace per un popolo che non siede al tavolo dove si decide il suo futuro.

Il lavoro da fare è enorme: più di 72.000 palestinesi di Gaza sono stati uccisi dall’ottobre 2023, fino al 90% della popolazione è stata sfollata, e la ricostruzione di case, scuole, ospedali e terreni agricoli è stimata in decine di miliardi di dollari. A Davos, nel gennaio 2026, Kushner ha presentato un master plan da 30 miliardi di dollari per una New Gaza fatta di grattacieli, zone turistiche costiere e parchi industriali.

Il fatto che tra gli architetti del progetto ci sia un fondo di investimento privato, Affinity Partners, gestito da Kushner con capitali in gran parte del Golfo e che si parli di “opportunità” per Stati membri in cerca di contratti di costruzione, dice molto su chi sia davvero il beneficiario immaginato di questa “pace”. Gli abitanti di Gaza, nella bozza del board, non sono nemmeno chiamati palestinesi: sono “le persone di Gaza”. Una definizione che cancella con un tratto di penna decenni di identità nazionale e di diritto all’autodeterminazione.

Un progetto che non tiene conto delle comunità preesistenti, dei diritti di proprietà dei residenti, né dell’urbanistica tipica di una città araba e tratta Gaza come un’entità da amministrare dall’esterno, come se gli oltre due milioni di Palestinesi che vi abitano non fossero soggetti politici e persone titolari di diritti, come se le ruspe avessero potuto seppellire anche identità, tradizioni e ricordi.

Ad ogni modo per ora è tutto bloccato: non ci sono soldi. Il fondo per la ricostruzione di Gaza, amministrato dalla Banca Mondiale, non ha ancora ricevuto un euro dai Paesi donatori nonostante le promesse di miliardi.

Il futuro governo tecnocratico palestinese, il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), composto da figure scelte dal Board stesso, che dovrebbe governare Gaza al posto di Hamas, non vi ha ancora messo piede.

Il Board of Peace si garantisce l’immunità

Dopo un lungo silenzio nell’ultimo mese si è tornati a parlare del Board of Peace: il 1° luglio si è riunito a Cipro a porte chiuse un vertice, con la partecipazione anche di Tony Blair per discutere il futuro della Striscia, ma alcune rivelazioni giornalistiche riguardo a preoccupanti risoluzioni del Board stesso non fanno sperare nulla di buono.

Una bozza di una risoluzione interna al Board, pubblicata pochi giorni fa dal quotidiano inglese The Guardian, prevede un’ampia immunità per i membri del board e per il suo personale, cui si garantisce la protezione da qualsiasi arresto o procedimento legale nei tribunali di Gaza. Una sezione del documento affida al board stesso il compito di valutare eventuali richieste di risarcimento per danni, lesioni o morti causate dalla sua attività: sarebbe cioè giudice delle proprie colpe, senza essere sottoposto a tribunali indipendenti o autorità locali.

Un’altra clausola stabilisce che edifici e strutture pubbliche necessari alle missioni del board a Gaza dovranno essere messi a disposizione gratuitamente, senza che sia chiaro chi debba “fornirli” né con quale accordo.

Gli esperti consultati dal Guardian lo hanno definito un tentativo di creare «un sistema legale a sé stante», che esclude ogni controllo esterno, considerando come unica variabile la sicurezza di Israele, lasciando ogni altro aspetto, governo, ricostruzione, dignità, su un binario morto che si allontana all’infinito.

È la combinazione tra potere enorme e responsabilità pari a zero. Un organismo che può disporre di territorio, immobili, fondi e forze di sicurezza, e che al tempo stesso si sottrae a qualunque controllo giudiziario esterno, non è un’autorità di governo: è un potere assoluto, nel senso più letterale del termine.

La storia recente insegna, o meglio, purtroppo, non riesce ad insegnare: abbiamo già assistito nelle precedenti “ricostruzioni” made in Usa in Iraq e Afghanistan a violenze e abusi su civili. Anche durante la gestione degli aiuti da parte della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), creata dal nulla da Israele e Stati Uniti, l’IDF ha aperto il fuoco sulla popolazione affamata con centinaia di morti.

Dove mancano l’obbligo di rendere conto del proprio operato e i controlli, gli abusi diventano non un’eccezione ma un rischio strutturale. Qui si va oltre: non solo manca una cornice di responsabilità solida, ma si sta scrivendo un documento che esplicitamente la esclude in anticipo.

I “rifugi umanitari”

Il modello di potere senza contrappesi che emerge dalla bozza sull’immunità trova un contro-campo sul terreno. Il più diffuso quotidiano israeliano Israel Hayom, vicino alle posizioni di Netanyahu, citando fonti interne al board, ha rivelato in un articolo del 1° luglio il piano di un programma pilota di “rifugi umanitari”, previsto dal punto 17 del piano Trump. I rifugi, definiti Hamas-free, ospiteranno palestinesi selezionati tramite un sistema di identificazione gestito in coordinamento con l’intelligence israeliana e saranno sorvegliati da forze multinazionali.

I civili che vi si trasferiranno riceveranno aiuti e caravan abitativi, nell’ambito di un percorso di “riabilitazione” pensato per allentare, pezzo dopo pezzo, il legame sociale con Hamas. All’interno dei “rifugi” non sarà consentito l’ingresso di materiali edili per costruzioni permanenti, una sistemazione pensata per restare provvisoria.

Il quotidiano rassicura i suoi preoccupati lettori israeliani sostenendo che «questo sia il modo migliore per infliggere un colpo ancora più duro a Hamas, isolandolo dalla popolazione… In questo modo, attraverso una manovra a tenaglia, l’IDF continuerà a rafforzare la propria presa sul territorio della Striscia e a sottrarre ulteriori aree sotto il controllo di Hamas, mentre il Board of Peace ne “sottrarrà” la popolazione».

La popolazione viene ridotta ad “elementi” da “sottrarre” ad Hamas e da rinchiudere in “ghetti” sotto sorveglianza, nell’unica esclusiva ottica della sicurezza e dell’espansione di Israele. Decidere chi entra, chi esce, cosa vi si può costruire e cosa si deve pensare nell’ambito di un processo di “riabilitazione politica”, senza che nessuna autorità esterna, palestinese o internazionale, possa metterne in discussione i criteri: si ripete lo stesso schema di potere unilaterale.

Tutto tranne pace

C’è qualcosa di profondamente stonato nell’idea che la pace si costruisca attraverso un potere unilaterale, senza controlli, che decide senza essere giudicato e che tratta la ricostruzione come un mercato immobiliare da 30 miliardi di dollari più che come un atto di riparazione verso un popolo devastato.

«Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo e riducendo il dramma concreto dei popoli in guerra a variabile secondaria rispetto agli interessi strategici». Le parole di papa Leone XIV nella sua prima enciclica Magnifica Humanitas descrivono perfettamente la situazione.

Il Board of Peace non sta parlando il linguaggio della pace. Sta parlando il linguaggio del controllo, dell’impunità pianificata, di un’occupazione amministrativa mascherata da filantropia geopolitica. Chiamarlo “board di pace” non lo rende tale.

La strada giusta per un cammino di pace la indica il cardinale Pizzaballa: «Veniamo da anni di un linguaggio e una narrazione molto violenta e molto escludente…C’è bisogno di empatia con chi non la pensa come noi… c’è bisogno di comprendere, dialogare, senza erigere nuove barriere. Oggi più che mai è importante capire come l’altro pensa e soffre».

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