Le isole di Matthew e Hunter sono al centro di una disputa di lunga data tra la Repubblica di Vanuatu (350 mila abitanti) e la Francia, che possiede la seconda ZEE (Zona Economica Esclusiva) più grande del mondo, due terzi della quale si trova nel Pacifico. Non c’è da stupirsi che Vanuatu si senta un piccolo Davide contro Golia.
In base al diritto internazionale del mare, la sovranità su una formazione terrestre, per quanto piccola, conferisce diritti marittimi considerevoli: un mare territoriale, fino a 22 km dalla costa, e una zona economica esclusiva (ZEE) fino a 370 km.
Per queste isole, ciò significa l’accesso a centinaia di migliaia di chilometri quadrati di diritti di pesca, attività di polizia marittima e ricerca scientifica. Il rapporto tra terra e mare è sbalorditivo. È questo valore geopolitico – che supera di gran lunga le dimensioni fisiche delle due isole – il vero motivo della disputa territoriale.
Nel 1965, le isole sono state annesse al territorio francese della Nuova Caledonia in base all’accordo Francia-Gran Bretagna, senza alcuna consultazione della popolazione di Vanuatu, al tempo colonia britannica. Molti sostengono che un accordo senza coinvolgimento della popolazione indigena è oggi giuridicamente nullo e privo di efficacia. Così, nel 1980, ottenuta l’indipendenza, Vanuatu ha sancito la propria sovranità sulle isole di Matthew e Hunter.
La mentalità europea si concentra sul valore strategico e sulle risorse delle isole, mentre le rivendicazioni storiche degli indigeni di Vanuatu sono legate al valore spirituale e culturale che queste isole rivestono per le popolazioni: si tratta dell’identità di un popolo.
C’è di più. Il controllo delle due isole garantirebbe a Vanuatu l’espansione della propria ZEE. Per un Paese la cui economia dipende in modo sostanziale dalle licenze di pesca del tonno concesse a flotte straniere, acquisire questa vasta area marittima si tradurrebbe in un aumento tangibile delle entrate statali e in una protezione più efficace degli stock ittici.
Per la Francia, la sovranità su Matthew e Hunter consentirebbe di mantenere una presenza strategica nel Pacifico, preservare l’accesso alle risorse marine e garantire un controllo della governance marittima regionale.
Sono in gioco l’esplorazione e lo sfruttamento di idrocarburi e metalli rari, oltre alle risorse ittiche. Si tratta chiaramente di una scommessa sul futuro.
La Francia teme inoltre che rivendicazioni come quella di Vanuatu possano avere un effetto a cascata nei numerosi territori d’oltremare francesi, e su diversi oceani. Basta pensare ai crescenti movimenti indipendentisti in Nuova Caledonia e a Tahiti (Polinesia francese).
Infatti, Vanuatu sostiene da tempo l’indipendenza dei vicini indigeni “kanak” della Nuova Caledonia. E i capi indigeni kanak riconoscono da tempo le rivendicazioni di Vanuatu sulle isole Matthew e Hunter, dichiarando di non avere alcun legame ancestrale con le due isole e che la Francia non avrebbe dovuto includerle nella Nuova Caledonia.
Matthew e Hunter rappresentano un paradosso geopolitico moderno. Due scogli disabitati, apparentemente marginali, diventano il fulcro di complesse dispute territoriali: il loro possesso ridisegna le regole dell’accesso alle risorse naturali, influenza i delicati equilibri della diplomazia regionale e definisce il ruolo di un territorio nel suo più ampio contesto geostrategico.
Non sono casi isolati: Russia, Giappone, Cina e Taiwan si disputano altre isole. La Gran Bretagna e le Isole Mauritius si contendono le Isole Chagos, dove si trova la base militare anglo-americana di Diego Garcia, che è di importanza strategica fondamentale nell’attuale guerra contro l’Iran.
A proposito di Matthew e Hunter, accordi di gestione condivisa potrebbero rivelarsi un’opzione utile, in particolare per tutelare l’ambiente. Nel 2021, la Nuova Caledonia aveva suggerito la creazione di un “parco della pace” intorno alle due isole. Sebbene queste aree protette rafforzino la presenza strategica francese nella regione, mettono anche in luce problematiche ambientali che possono fare da base per un accordo di cogestione tra Vanuatu e le autorità francesi e caledoniane.
La risoluzione di conflitti come questo non è solo problema tecnico per il Diritto. È un banco di prova per gli Stati, chiamati a bilanciare la fredda logica del Diritto, l’arte della diplomazia e i fantasmi mai del tutto svaniti dell’era postcoloniale.
