Per capire bene il senso profondo del Rapporto Caritas 2026 occorre una visione di Due spicci, la miniserie animata di Zerocalcare in cui la stessa insistenza del linguaggio volgare fa emergere un panorama desolante delle periferie urbane, dove l’usura della criminalità organizzata miete le sue vittime. Una descrizione spietata attenuata dai toni ironici che lasciano alla fine un tenue spazio di luce di solidarietà umana. Ma questa non basta se non si agisce sulle cause strutturali della povertà, come ha detto in conferenza stampa il neo presidente della Caritas italiana, il vescovo di Matera Irsina, Benoni Ambarus, che ha fatto notare la contraddizione di un Paese che trova i soldi per finanziare il riarmo, ma non le risorse necessarie per combattere l’aggressione alla vita concreta delle persone.
Il Rapporto contraddice le prevalenti narrazioni ufficiali, citando i dati Istat secondo i quali «quasi un residente su dieci vive in povertà assoluta. Si tratta di circa 5,7 milioni di persone appartenenti a oltre 2,2 milioni di famiglie che non dispongono delle risorse necessarie per accedere a uno standard di vita dignitoso».
I numeri smontano la propaganda: «Tra il 2019 e il 2024, secondo l’OCSE, le retribuzioni reali in Italia – sottolinea il Rapporto – hanno registrato una contrazione dell’8%, il dato peggiore tra i principali Paesi europei e nettamente inferiore alla media OCSE». L’OCSE, è bene ricordare, è un’organizzazione internazionale di studi economici per i 38 Paesi sviluppati che ne fanno parte e hanno in comune l’adozione di un’economia di mercato.
Se i salari diminuiscono e salgono i prezzi, dai beni alimentari alle utenze domestiche, mentre si indebolisce il Servizio sanitario nazionale, è inevitabile la crisi che colpisce una famiglia per una spesa improvvisa ma non imprevedibile. Il pullulare dei compra-oro così come degli sportelli delle società di prestiti e, infine, l’offerta abnorme dell’azzardo sono i sintomi di un disagio che non si può nascondere.
Concentrandosi sui dati relativi a coloro che si rivolgono alla Caritas emergono alcuni elementi significativi: «Se quasi la metà degli assistiti risulta disoccupata (47,3%), il 24% dispone di un’occupazione che non garantisce risorse sufficienti per vivere dignitosamente», afferma il Rapporto, facendo notare che solo 10 anni addietro tale percentuale era del 13,3%.
Aumenta, quindi, il fenomeno del “lavoro povero”, nascosto dalle statistiche ufficiali sul numero degli occupati. Tra coloro che pur avendo un lavoro non riescono a guadagnare il minimo per vivere dignitosamente, il 31,7% ha tra i 35 e 44 anni, e il 31% tra i 45 e 54 anni. Si tratta quindi di una fascia di persone nel pieno della loro forza fisica e intellettuale e, ovviamente, sono le famiglie con figli che «continuano a rappresentare il nucleo principale della domanda di aiuto».
L’altro punto di vulnerabilità («il 34,9% delle persone seguite») riguarda l’accesso alla casa con la crescita di una «grave esclusione abitativa e difficoltà nel sostenere affitti, utenze e spese domestiche».
Basta pensare al fenomeno dell’espulsione progressiva anche delle famiglie con reddito medio dalle zone centrali delle grandi città: «Aumentano sia le persone che non riescono ad accedere a un alloggio stabile, sia quelle che, pur avendo una casa, rischiano di perderla per difficoltà economiche».
Non sorprende, perciò, in tale scenario, l’effetto devastante della progressiva privatizzazione della Sanità pubblica: «Secondo gli ultimi dati Istat, 5,8 milioni di italiani (9,9% della popolazione) hanno rinunciato almeno una volta a visite specialistiche o accertamenti diagnostici pur avendone bisogno».
Tutte le varie fragilità, che si presentano connesse tra loro, si aggravano con un fenomeno sempre più consolidato nella società italiana e cioè la crescita delle famiglie unipersonali: «Le persone sole sono mediamente più anziane (54,3 anni contro 48), più frequentemente separate, divorziate o vedove, e dispongono più spesso di redditi molto bassi».
La questione degli anziani merita un discorso a parte se, come fa notare il Rapporto, «gli over 65 rappresentano oggi il 15,4% del totale degli assistiti, contro il 7,7% di dieci anni fa: +191% in termini assoluti».
Molta della nostra economia, si pensi alla diffusione della grande distribuzione commerciale, si basa infatti sulla capacità di spesa delle generazioni che possiedono redditi derivanti da decenni di crescita sociale che hanno assicurato redditi e quindi pensioni in grado di permettere un certo benessere diffuso. L’aggravamento delle condizioni retributive associato al gelo demografico prefigura una realtà prossima assai preoccupante, popolata da persone anziane senza risorse adeguate e con servizi pubblici depotenziati.
Tali dati vanno letti, perciò, assieme alle evidenze di altri studi come quelli esposti nella recente pubblicazione Non è giusta. L’Italia delle diseguaglianze, curata da Giacomo Gabbuti, ricercatore in storia economica presso l’Istituto Sant’Anna di Pisa.
Accanto all’aumento della povertà, si registra nel nostro Paese la crescita della ricchezza privata in Italia, che è passata dal pesare il doppio del reddito nazionale durante il miracolo economico degli anni ’60, al giorno d’oggi dove vale otto volte tale reddito.
L’ascensore sociale si è bloccato. Per dirla in maniera essenziale, il 50% degli italiani non dispone nemmeno di 2 mila euro per affrontare un’emergenza improvvisa. Mentre una minoranza accumula rendite, metà del Paese rischia il collasso per una caldaia rotta o una spesa medica imprevista.
La questione riguarda in particolare le donne, con la segregazione di fatto in occupazioni instabili. Pensiamo al settore delle pulizie esternalizzate, dove in particolare le lavoratrici sono intrappolate in contratti da 20 ore settimanali che si tramutano nei vari passaggi societari in “contratti a chiamata”.
Le disuguaglianze inaccettabili, però, non sono una legge di natura o un evento straordinario, ma il risultato di precise scelte politiche su fisco, lavoro e welfare che hanno prodotto un forte arretramento sociale.
I numeri del Rapporto dicono molto, ma non il motivo profondo che ha portato in questi decenni anche le fasce sociali più deboli a sostenere programmi politici che hanno aumentato la diseguaglianza e l’accumulazione dei ricchi.
I dati Caritas non sono, perciò, il bollettino di una struttura ecclesiale delegata a curare le vittime di un sistema sbagliato, quanto un forte invito alla promozione di quella giustizia sociale che dovrebbe essere al centro di un progetto politico coerente.
