È mezzogiorno di una tiepida giornata di inizio aprile. Suona il telefono. Il mio parroco mi invita ad una riunione la sera stessa col vicario generale della diocesi e gli altri rappresentanti delle parrocchie della nostra zona pastorale. Non mi dà spiegazioni, ma in uno slancio interiore voglio dire di sì. Un sì al buio senza sapere cosa mi aspetta.
Arrivo all’incontro puntuale e sono circondato da una decina di persone. Alcune le conosco. Altre no. Col vicario ho già un rapporto da vecchia data, poi c’è suor Paola, una vivacissima ed entusiasta suora francescana. Mi chiede di leggere il brano evangelico dei discepoli di Emmaus come introduzione alla serata.
Ci presentiamo e iniziamo a conoscerci. Il vicario ci spiega il lavoro che dovremo fare nei mesi successivi per preparare una assemblea col vescovo al fine di coinvolgere sempre meglio i laici nella vita delle parrocchie, della vicaria e della diocesi. Laici che devono diventare corresponsabili coi sacerdoti della vita ecclesiale. Progetto ambizioso considerando l’abitudine consolidata da secoli di considerare i parroci unici responsabili ai quali i laici debbono fare riferimento in un contesto di subordinazione molto radicata. Nonostante siano passati più di 60 anni dal Concilio Vaticano II, tanti dei suoi documenti non hanno ancora trovato piena attuazione.
Del gruppo fa parte solo un sacerdote, molto giovane e pieno di entusiasmo, il quale per primo mette in risalto la difficoltà dei suoi confratelli a delegare e a fidarsi dei laici collaboratori. Serpeggia nel gruppo un atteggiamento di sfiducia in seguito ad esperienze negative fatte in passato nei vari organismi ecclesiali a tutti i livelli, compreso quello diocesano.
Alcuni tentano di dare la speranza che ancora è possibile costruire una Chiesa viva in cui laici e sacerdoti possono lavorare insieme in un clima di famiglia dono uno nei confronti dell’altro; è ancora possibile fare l’esperienza dei discepoli di Emmaus in cui le persone possono camminare insieme riscaldate dalla presenza di Gesù fra loro.
Poi ci siamo ritrovati diverse volte nei mesi successivi in un percorso di conoscenza reciproca, di confronto di idee, di superamento delle divergenze di opinioni fino all’assemblea della nostra zona pastorale del 14 giugno alla presenza del vescovo stesso.
Qualcuno dei membri del gruppo ha focalizzato l’attenzione sul termine “destrutturazione”. In effetti possiamo anche considerare la strada fatta insieme come un lavoro di destrutturazione mentale del nostro modo di ragionare, dei nostri pregiudizi e delle categorie culturali di riferimento al fine di produrre un evento frutto del soffio dello Spirito Santo nella comunità e non di idee, anche buone, ma frutto solo di riflessione umana e personale. La speranza è arrivata quando abbiamo sperimentato la presenza di Gesù fra noi in un clima di amore reciproco senza però tacere i propri punti di vista che venivano messi sul tavolo, ma anche persi dopo averli donati.
Ci si rendeva conto che stavamo costruendo qualcosa di nuovo che nelle parrocchie difficilmente si poteva sperimentare, c’era una luce diversa che chiarificava la realtà. Il desiderio era quello di portare questa luce all’assemblea che stavamo preparando.
Finalmente il pomeriggio dell’assemblea è arrivato. Il 14 giugno vede riunite una sessantina di persone di 7 parrocchie alla presenza del vescovo e di altri animatori diocesani. L’assemblea però non è organizzata in modo classico, ma con 4 laboratori ai quali a turno tutti hanno l’opportunità di partecipare. Laboratori vivaci, che prevedono anche gioco e movimento. Il primo riguarda la spiritualità e la Parola di Dio come centro della vita cristiana; il secondo la comunità e appartenenza; il terzo tradizione e tradizioni, cosa tenere e cosa lasciare o modificare delle pratiche e della vita nelle parrocchie; il quarto l’aspetto missionario e la testimonianza.
Io gestisco il laboratorio sulla comunità attraverso un gioco dei ruoli durante il quale viene in evidenza il valore dell’ascolto come base per una comunicazione empatica. Ad un gruppo partecipa anche il nostro vescovo, che molto simpaticamente e amorevolmente deve interpretare il direttore del coro liturgico nel contesto di una riunione degli operatori pastorali della comunità convocati dal parroco. Alla fine, nonostante in qualche caso siano emerse anche delle criticità, non solo scopriamo l’importanza dell’ascolto, ma ci rendiamo conto di aver fatto un’esperienza di comunione di idee e di esperienze che ci lascia tutti in quella gioia che solo Dio può dare.
Siamo alla conclusione. Il vescovo mette in evidenza a tutti i partecipanti il messaggio che si è voluto dare attraverso ciascun laboratorio e di come l’esperienza sia stata positiva. Dopo la benedizione un banchetto ben preparato ci aspetta nel salone.
Le persone che si sono conosciute nei laboratori ora hanno la possibilità di continuare a dialogare e a gustare la bellezza della vita comunitaria. Certamente questo è solo l’inizio di un lungo cammino che affronterà ostacoli e ferite da curare che già si sono messe in evidenza. Ci ritroveremo dopo l’estate con questo gruppo di lavoro che è diventato una famiglia e che ha sperimentato la bellezza di essere comunità in cammino con Gesù e animata dallo Spirito Santo. Affronteremo insieme con coraggio e speranza le difficoltà e i problemi che ci si presenteranno e che sono già evidenti. Abbiamo messo le ali, adesso impariamo a volare. LZ
