La Sala Alessi di Palazzo Marino, la casa delle milanesi e dei milanesi, ha ospitato la Festa della Cittadinanza Italiana 2026, un’iniziativa promossa da 20 organizzazioni della società civile insieme al Comune di Milano per dare riconoscimento pubblico al processo attraverso il quale donne e uomini del capoluogo ambrosiano hanno acquisito la cittadinanza italiana.
La manifestazione, inserita nel clima delle celebrazioni della Festa della Repubblica, ha voluto richiamare l’attenzione sul significato più profondo della cittadinanza: non soltanto un atto amministrativo, ma un percorso di partecipazione, appartenenza e responsabilità verso la comunità.
Nel 2025 sono state 9.404 le persone che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel Comune di Milano, un dato che conferma come la città stia vivendo un continuo processo di inclusione e di rinnovamento della propria comunità civica.
La Festa ha rappresentato un’occasione per ascoltare alcune di queste storie: percorsi di studio, lavoro, impegno e costruzione di legami che trovano nella cittadinanza non un punto di partenza, ma il riconoscimento di un’appartenenza già vissuta.
Tra le testimonianze più intense quella di Omayma Alnaseef, nata in Siria e arrivata in Italia nel 2016 come rifugiata, che ha raccontato il proprio cammino dall’esilio alla cittadinanza, fino a sentirsi parte integrante della vita civile e istituzionale del Paese che l’ha accolta. Ecco di seguito l’intervista che ci ha rilasciato.
Omayma, quando pensa alla parola cittadinanza che cosa le viene in mente?
Non penso a un documento. Penso all’appartenenza, a un percorso, alla mia storia e a tutte le persone che mi hanno permesso di sentirmi parte di una comunità.
Lei è arrivata in Italia dalla Siria. Che cosa ricorda di quel periodo?
Sono arrivata con la mia famiglia dopo essere stata costretta a lasciare il nostro Paese a causa della guerra. Lasciare il proprio Paese non significa soltanto cambiare città o casa: significa lasciare affetti, ricordi, certezze e una parte importante della propria vita. Quando sono arrivata, mi sentivo spesso persa. Non conoscevo la lingua, la cultura, il sistema scolastico e non sapevo quale sarebbe stato il mio futuro.
Come è riuscita a ricostruire la sua vita?
Fin dal primo momento ho incontrato persone che hanno creduto in me e nella mia famiglia. L’Italia ci ha accolti in un momento molto difficile, ci ha dato sicurezza e la possibilità di immaginare un futuro diverso. Quando sono arrivata, avevo alle spalle 7 anni lontana dalla scuola a causa della guerra e del percorso migratorio. Ripartire da zero non è stato semplice, ma grazie all’impegno, al sostegno delle persone incontrate e alle opportunità offerte da questa società sono riuscita prima a diplomarmi e poi a laurearmi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, conseguendo sia la laurea triennale sia la magistrale con lode.
Che cosa ha rappresentato lo studio?
Per me è stato sempre un sogno. Riprendere gli studi in Italia ha significato molto più di un percorso formativo: è stato il simbolo di una nuova partenza e della possibilità di ricostruire il mio futuro.
Dopo la laurea ha iniziato a lavorare nelle istituzioni.
Sì. Il mio primo lavoro è stato all’Ufficio Stranieri del Comune di Milano. Per me non era un semplice posto di lavoro: era lo stesso ufficio che aveva accolto la mia famiglia quando eravamo arrivati come rifugiati. Trovarmi qualche anno dopo dall’altra parte della scrivania è stata un’emozione difficile da descrivere.
Che cosa significava per lei quel lavoro?
Ogni giorno incontravo persone che vivevano paure, dubbi e speranze molto simili a quelle che avevo vissuto io. Sentivo di poter restituire almeno una piccola parte di ciò che avevo ricevuto. Era motivo di grande orgoglio.
Successivamente ha lavorato anche in Prefettura.
Sì, nell’area delle migrazioni. Mi occupavo di pratiche legate all’immigrazione e ai ricongiungimenti familiari. Dietro ogni fascicolo vedevo storie, sogni e famiglie che desideravano semplicemente stare insieme. Sapere di aver contribuito, anche in minima parte, a riunire delle famiglie è qualcosa che porto ancora nel cuore.
Che cosa le hanno insegnato queste esperienze?
Che l’integrazione non significa soltanto essere accolti. Significa partecipare, assumersi responsabilità e dare il proprio contributo alla società.
Come convivono oggi le sue due appartenenze?
La Siria rimane il mio Paese, le mie origini, la mia lingua e le mie radici. L’Italia è il Paese in cui sono cresciuta come donna, ho studiato, lavorato, costruito la mia famiglia e immaginato il mio futuro. Ancora oggi, quando viaggio e torno a Milano, c’è sempre un momento che mi emoziona: quando l’aereo atterra e metto piede a terra, sento di essere tornata a casa.
Che significato ha avuto per lei la cittadinanza italiana?
Non l’ho vissuta come un semplice riconoscimento amministrativo. È stata la conferma ufficiale di un legame che negli anni era cresciuto dentro di me. Mi ha fatto sentire ancora più parte di questo Paese e mi ha dato ancora più voglia di contribuire alla sua vita sociale, culturale e civile.
Ricorda il giorno in cui ha ricevuto la cittadinanza?
Molto bene. Era l’8 dicembre 2024. Lo stesso giorno in cui la Siria veniva liberata da un regime che aveva costretto milioni di persone a lasciare la propria terra. Quel giorno ho ricevuto la notifica della concessione della cittadinanza italiana. Mi sono commossa. Da una parte c’era la gioia e la speranza per il mio Paese di origine, dall’altra il riconoscimento ufficiale di un percorso iniziato anni prima quando arrivai in Italia come rifugiata.
Che cosa ha provato in quel momento?
Ho sentito che due parti fondamentali della mia vita si stavano rincontrando: la Siria, che non ha mai lasciato il mio cuore, e l’Italia, che mi ha accolto, mi ha dato fiducia e mi ha permesso di costruire il mio futuro.
C’è una frase che riassume il suo percorso?
Sì. Dico spesso che l’8 dicembre è stato il giorno in cui ho ricevuto due patrie.