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Italia > Società

Torino e la scelta possibile di un’economia di pace

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

La sicurezza vera si costruisce investendo nel sociale e nella cooperazione, non partecipando a una corsa agli armamenti che trasforma la guerra in un destino ineluttabile. Intervista al direttore della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta, Gaetano Quadrelli, in vista del webinar del 25 maggio 2026 incentrato sul messaggio del cardinale Repole per il primo maggio. Qui il link alla diretta

Stabilimento Stellantis di Mirafiori, Torino , Torino, 25 novembre 2025 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Torino sta attraversando una metamorfosi silenziosa. Per oltre un secolo, il capoluogo piemontese è stato il tempio del mito fordista, la “città dell’auto” che ha permesso alla famiglia Agnelli di esercitare una profonda egemonia non solo in campo economico e finanziario ma anche culturale, da Confindustria al mondo dell’editoria.

Da tempo quel modello è ormai un ricordo culminato con il nuovo assetto della proprietà di Stellantis e le priorità della finanziaria olandese Exor N.V. controllata dagli eredi Agnelli, anche se l’amministratore delegato di Stellantis, Antonio Filosa, continua a promettere novità positive per l’Italia come è avvenuto nell’ultimo Investor day che si è svolto negli Usa presso la sede di Auburn Hills, Michigan.

A colmare in parte la decrescita della produzione di auto si propone a Torino la società Leonardo con il settore aerospaziale-militare.

Questa intervista nasce per presentare il webinar promosso per lunedì 25 maggio dalle ore 21 dal titolo “Torino – Italia città delle armi?” Una domanda che riprende il monito lanciato lo scorso primo maggio dal cardinale Roberto Repole, che ha squarciato il velo di ottimismo istituzionale chiedendo se Torino voglia davvero rassegnarsi a diventare un nodo centrale della trasformazione dell’economia in assetto di guerra.

Ne discutiamo con Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta che già durante l’epidemia di Covid aveva invitato, creando un certo scandalo, a chiudere le fabbriche di armi.

Quadrelli proviene da una lunga esperienza sindacale maturata nella Cisl e quindi conosce bene il tessuto produttivo della regione.

Il cardinale Repole ha parlato di una città a un bivio. Passare dalla catena di montaggio di un’utilitaria alla linea di assemblaggio di un sistema d’arma non è un passaggio neutro. Qual è il reale peso culturale di questa transizione?

Il passaggio è drammatico. L’auto, pur con tutte le sue contraddizioni ambientali e le lotte sociali sul sistema di produzione, aveva una finalità intrinsecamente civile: unire le persone, costruire mobilità. La produzione bellica introduce una logica opposta. Scegliere di legare lo sviluppo di un territorio alle forniture militari significa accettare che il nostro benessere economico sia proporzionale all’intensità dei conflitti globali. Torino deve chiedersi quale eredità voglia lasciare: strumenti per abitare il mondo o strumenti per distruggerlo?

Il settore Difesa viene presentato di solito come l’unico motore rimasto che traina l’occupazione…

In realtà guardando i bilanci pubblici, emerge un enorme drenaggio di capitali a fronte di ricadute occupazionali che sembrano un miraggio rispetto ai numeri dell’automotive. I dati sono impietosi. Sull’asse Torino-Cameri si sta riversando una montagna di soldi pubblici – ben 31,2 miliardi di euro – che vengono sottratti direttamente a investimenti sociali e alla transizione ecologica del settore civile.

Può fare qualche numero?

La ripartizione del “tesoro” bellico prevede 7,4 miliardi di euro destinati per l’acquisto di 24 nuovi caccia Eurofighter. Ulteriori 7 miliardi di euro per l’acquisto di ulteriori 25 caccia-bombardieri F-35 (con Cameri a Novara come hub strategico). Infine 16,8 miliardi di euro sono destinati alla progettazione del GCAP (Global Combat Air Programme), il caccia di sesta generazione, che vede l’Italia impegnata assieme a Giappone e Regno Unito in competizione con il modello francese tedesco.

Queste cifre astronomiche finanziano un’industria ad altissima intensità tecnologica ma a bassissima intensità occupazionale “diffusa”.

Con quali conseguenze sociali?

Mentre l’automotive garantiva migliaia di posti di lavoro per operai e tecnici, l’aerospazio militare si concentra su nicchie specializzate e stabili per pochi, lasciando sguarnito il resto del tessuto sociale. È un modello inefficiente: stiamo deprivando l’industria civile delle risorse per l’innovazione verde per alimentare una specializzazione militare che non compenserà mai le perdite di Stellantis. La trasparenza su questa “mappatura” è un atto di democrazia necessario.

Avete cominciato a fare tale mappatura?

Un contributo è quello del dossier “Mondi Sommersi” della Pastorale sociale da associare alle e delle ricerche dell’assemblea “Stop Riarmo”. La Torino militare non è un’astrazione, ma una rete fisica che ridisegna lo spazio urbano e suburbano. Il Cluster di Corso Marche è il baricentro del sistema. Qui convivono i giganti Leonardo e Thales Alenia Space, insieme al Distretto Aerospaziale. Il progetto della “Cittadella dell’Aerospazio” si configura come il nuovo polo identitario della città, sostituendo simbolicamente Mirafiori.

L’ asse Pianezza-Caselle-Collegno è un  distretto di meccanica di precisione e componentistica vitale per l’Eurofighter e l’F-35. A Caselle, la presenza di Leonardo (divisioni velivoli ed elettronica) si salda con le attività di Avio Aero (GE Aerospace), creando una filiera integrata ai programmi NATO.

Infine, come dimostrano i progetti del Politecnico di Torino e l’hub tecnologico OGR Tech, la ricerca universitaria è ormai parte integrante del comparto, con laboratori dedicati ad additive manufacturing, cybersecurity e, soprattutto, Intelligenza Artificiale applicata alla difesa.

Presidio dei lavoratori di Mirafiori, per sensibilizzare l’industria torinese e nazionale dell’auto, sotto il comune. Torino 01 giugno 2023 ANSA/TINO ROMANO

L’industria della difesa oppone a tali critiche il concetto di “Dual Use“: le tecnologie militari cioè hanno anche benefici in campo civile. Non è una tesi credibile?

Il Dual Use è diventato un paravento retorico per giustificare finanziamenti a fondo perduto. Oggi assistiamo a un rovesciamento totale. Non è più la ricerca militare a “regalare” scoperte al civile, ma è l’innovazione civile – si pensi all’Intelligenza Artificiale – che viene sequestrata e riadattata per finalità belliche

L’etica viene sacrificata sull’altare del profitto: l’Italia è balzata dal decimo al sesto posto tra i maggiori esportatori mondiali di armi, con una crescita dell’export del 150% nel quinquennio 2021-2025. Oltre la metà di queste armi finisce in Medio Oriente. Non stiamo producendo sicurezza per i nostri cittadini; stiamo alimentando mercati di morte per massimizzare la redditività di pochi grandi operatori.

Ma la “Sicurezza” non è un bene comune assicurato anche da un’industria della Difesa?

La pastorale sociale e i vescovi italiani, così come il papa, non ignorano il tema della sicurezza, ma distinguono nettamente tra una difesa europea coordinata e la deriva del riarmo incontrollato che arricchisce i mercati finanziari a spese del welfare.

Esistono perciò delle concrete proposte politiche in merito a partire dal contrasto di ogni tentativo di indebolire la legge 185-90 che regola il commercio di armi, un pilastro di trasparenza che purtroppo l’attuale governo sta cercando di smantellare.

Occorre poi impedire ogni triangolazione nell’esportazione di armi, bloccando l’invio verso Paesi in conflitto o che violano i diritti umani. Occorre inoltre monitorare la speculazione sui titoli dell’industria militare, impedendo che i risparmi dei cittadini alimentino involontariamente l’economia di guerra.

Torino, cioè l’Italia intera si trova davanti a una scelta di campo che definirà il suo prossimo secolo. Può accettare di essere un ingranaggio della macchina bellica globale, chiudendosi nel silenzio delle sue officine blindate, o può reclamare il suo ruolo di laboratorio di innovazione civile.

Dobbiamo ritrovare la “necessaria inquietudine” di fronte a un profitto che nasce dal dolore altrui. La profezia di Isaia sulle spade trasformate in vomeri non è un sogno ingenuo, ma l’unico orizzonte politico razionale per una città che non vuole arrendersi al cinismo.

La città ha il genio e la storia per scegliere la pace come unico, vero motore del suo sviluppo industriale.

 

 

 

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