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In profondità > Chiesa

Zuppi: l’unica guerra da fare è quella contro il proprio egoismo

di Chiara Lozupone

Intervista al cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana: Dobbiamo vincere l’istinto all’odio per riconoscere i nostri fratelli e non diventare prigionieri di sé stessi.

Il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi. Foto ANSA/ANGELO CARCONI

Nel Suo libro “Odierai il prossimo tuo” lei offre al lettore uno spunto di riflessione su quanto sia difficile applicare il principio base di tutto il messaggio evangelico: l’amore incondizionato per l’altro. Da Caino e Abele ai preoccupanti tempi di oggi è cambiato qualcosa?
La lotta è sempre la stessa. È sempre la lotta contro il proprio egoismo che fa pensare a quello che ha l’altro come a qualcosa di rubato, come a un’offesa per cui il confronto inevitabilmente diventa avversità. Quando non ci pensiamo più insieme, tutto diventa divisivo o motivo di divisione. Siamo diversi, sì, il Signore ci ha fatto diversi proprio per ricchezza, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri. Quando non c’è quello che ci unisce, siamo condizionati terribilmente solo da quello che ci divide. Dobbiamo vincere l’istinto all’odio – che è l’ammonimento di Dio a Caino: “dominalo” – per riconoscere i nostri fratelli e non diventare così prigionieri di sé stessi. Il patriarca Atenagora sosteneva che bisogna fare la guerra, ma contro sé stessi. Citando una sua frase: “Io ho vinto alla fine, mi è costato tantissimo sconfiggere il mio io”. Dobbiamo imparare a combattere di più la guerra contro il nostro egoismo.

Il comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso” implica la necessaria relazione tra amore per sé stessi e amore per gli altri. Come trovare il giusto equilibrio per un sano altruismo? Per aprirsi al prossimo, occorre prima costruire il rispetto di sé stessi o è proprio nel sostegno del prossimo che si trova il senso della vita?
Non c’è un punto di equilibrio fisso. Anzitutto bisogna amare. Amare e non utilizzare o cancellare l’altro. Amare significa pensarsi insieme. L’amore è in primis bellezza, e poi un dovere. È necessario trovare un equilibrio di volta in volta tra la necessità di amare il prossimo e quella di pensare anche a se stessi. Alla fine, se facciamo qualcosa per gli altri, troviamo amore anche per noi stessi.

In occasione della pandemia da coronavirus, l’umanità è stata costretta a confrontarsi con la propria impotenza. Tra i Paesi colpiti è subito nato un sentimento di solidarietà ma, finita l’emergenza sanitaria, una serie di guerre scatenate subito dopo dimostrano che l’essere umano è incapace di trarre insegnamento dal passato. Cosa impedisce all’uomo di cambiare una volta passata la paura?
L’individualismo, direi, e la poca memoria. Si perde la consapevolezza che non c’è futuro da soli a causa dell’individualismo, per cui si torna a pensare solo a sé stessi. Il vero individualismo si manifesta nel pensare invece al bene comune, perché è quello che permette di garantire anche il mio, di bene. Papa Francesco diceva: «Se non abbiamo imparato nemmeno da queste tragedie, cosa serve per imparare?». Ed è questa la domanda vera sulla guerra: per capire l’orrore della guerra dobbiamo per forza viverla? O forse l’abbiamo già così tanto vissuta da non doverci ricadere più? Sì, la poca memoria e il non combattere l’individualismo sono l’origine.

Con la sua missione di pace in Ucraina e la presenza a Gerusalemme del cardinale Pizzaballa, la Chiesa si sta impegnando concretamente, e non solo con la preghiera, a sostegno delle popolazioni colpite. Quanto pesa questa dimostrazione di spirito di fratellanza nella conclusione dei processi di pace? La forza della fede può aprire brecce di riconciliazione insperate anche lì dove l’azione diplomatica dei governi fallisce?
Sicuramente. La forza della fede è un valore aggiunto che dà un significato alla realtà più profondo. Il realismo non cambia; cambia quello che ci può essere dopo. La fede è ciò che mi aiuta a sapere che ci può essere un “dopo” diverso da quello che è oggi. Quanti uomini di fede hanno anticipato realtà che poi si sono avverate successivamente? Perché seguono uno dei principi evangelici: il tempo è superiore allo spazio. L’uomo di fede vede nel tempo, crede nel tempo, e questo lo libera dallo spazio – o gli permette di misurarsi dentro lo spazio della nostra vita contingente – sapendo che c’è una direzione che lo attraversa e lo supera. Dobbiamo imparare a essere credenti e sapere che nulla è impossibile a chi ha fede: perfino il giudice iniquo e disonesto può essere piegato dall’insistenza della vedova.

Nel “Dilexi te”, Papa Leone XIV fa proprio il progetto del suo predecessore Francesco di una “Chiesa povera e per i poveri”. L’amore verso i poveri non è un gesto sentimentale: è un atto profetico. Questo ideale di Chiesa come può crescere in un mondo votato sempre più al perseguimento di successo e ricchezza?
La vita di chi ama, la vita di chi vuol bene agli altri è libera dal tragico meccanismo della prestazione che rovina l’io. Bisogna imparare ad essere liberi – non per sacrificio ma per scelta – da meccanismi che ci portano a deformarci. Mentre è proprio l’umile – colui che è sé stesso – che può compiere cose grandi. Durante il periodo in cui Francesco d’Assisi desiderava fare il cavaliere rimase ferito. Quando invece ha assecondato quello che davvero cercava, l’ha trovato non nell’essere cavaliere d’armi, ma cavaliere dell’amore, della cortesia, dell’attenzione per gli altri. È l’umile, o il povero, che può fare cose grandi e rendere ricchi gli altri.

Per molti, lei è rimasto il “don Matteo” che svolgeva la sua missione apostolica tra gli emarginati, spostandosi in bicicletta nelle periferie romane più disagiate. Nel tempo, ha assunto incarichi di responsabilità’ come quello di presidente della CEI. Come la pregressa esperienza maturata influenza ora i ministeri che è chiamato a svolgere?
Bisogna ricordarsi che il nostro è un “servizio”. Il rischio è che la Chiesa risponda a domande che nessuno ci fa e non risponda invece a quelle che ci rivolge la vita. Per essere “di tutti”, bisogna essere in particolare “dei poveri”. Questo non è mai scontato, né facile; c’è il rischio della distanza, di parlare solo dei poveri e non di vivere con loro o di ascoltarli. La mia esperienza mi aiuta senz’altro poiché è fatta di continui confronti e dialoghi con gli altri. Vivere i poveri e l’abitudine al dialogo come via per trovare le soluzioni insieme, restano certamente uno strumento per me di fondamentale aiuto nello svolgimento del mio ministero.

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