La follia dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran non si ferma. Mentre gli israeliani si apprestano per conto loro ad asfaltare il Libano, senza dare ascolto a niente e nessuno, la retorica bellicista trumpiana sembra mostrare delle crepe. Lo suggeriscono gli affannosi e acidi diktat del commander in chief statunitense, che avrebbe voluto coinvolgere nell’aggressione all’Iran quanti più paesi possibile. Trump aveva emanato un perentorio post che invitava “tutti”, Nato e non solo, a pattugliare lo Stretto di Hormuz. L’invito, dopo qualche brusio, è però caduto in un assordante silenzio. I dinieghi a farsi coinvolgere sono diventati sempre più numerosi. In ordine più o meno sparso e con motivazioni più o meno convincenti hanno detto «No, grazie!»: Regno Unito, Germania, Grecia, Spagna, Giappone e Australia, perfino Polonia e Lituania. L’Europa discute se “estendere” o no l’operazione Aspides dalla protezione del Mar Rosso alla scorta delle petroliere nello Stretto di Hormuz, duemila Km più in là in linea d’aria. Nella “strategia” europea si è inserito per fortuna anche il governo italiano.
Il presidente Usa si è barcamenato per un po’ in un ambiguo «Alcuni sono molto entusiasti, altri meno entusiasti», dove la lista dei molto entusiasti si è rivelata essere molto corta, fino a zero con il niet della Francia. Emblematica la risposta della Cina, arrivata attraverso un editoriale del Global Times, quotidiano vicino al Pcc: l’articolo sostiene che la sicurezza dello Stretto di Hormuz non dipende dal numero di navi militari che lo pattugliano, ma dal fatto che «le armi tacciano». E aggiunge che la vera questione non è chi pattuglia ma: «Chi ha scatenato la crisi? Chi sta ancora bombardando l’Iran?». D’altro canto aspettarsi che il miglior cliente del petrolio iraniano si infilasse nel tunnel della guerra di Trump e Netanyahu era già in partenza un’ipotesi quantomeno bizzarra.
Ma c’è anche l’altro versante da considerare per comprendere qualcosa di più in questo conflitto. La reazione rabbiosa ma determinata della repubblica islamica, che non sembra così annientata come ripete Trump ad ogni occasione.
Fra le notizie che si accavallano sul conflitto, mi ha particolarmente colpito un dato quantitativo evidenziato in Italia da Andrea Costantino, in un articolo pubblicato da Lettera43 il 12 marzo: «Su 3.916 attacchi iraniani registrati tra il 28 febbraio e l’11 marzo 2026 contro gli Stati del Golfo e Israele, 1.728 – il 44,1% del totale – hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti. Il Kuwait, secondo nella classifica, ne ha subiti 942. Israele, il paese che insieme agli Stati Uniti ha lanciato l’offensiva contro l’Iran, 550. Perché Teheran scarica quasi la metà della propria potenza di fuoco su un paese che ufficialmente non è in guerra?».
Già, perché migliaia di attacchi agli Emirati e soprattutto a Dubai? Perché sono un simbolo? Dubai è la capitale internazionale del turismo e del lusso, dove c’è il grattacielo più alto, il Burj Khalifa, l’hotel più lussuoso, il Burj al Arab (che è stato danneggiato da un drone), e il centro commerciale più gigantesco, il Dubai Festival City Mall. Nel 2024 hanno perfino inventato un cioccolato che è diventato il più famoso del mondo, il Can’t get khanafed of it: oltre 120 milioni di visualizzazioni su TikTok.
Gli Emirati non sembra abbiano risposto al fuoco iraniano se non per intercettare missili e droni. E la ministra emiratina per la Cooperazione internazionale, Reem al Hashimy, ha sottolineato fin dai primi attacchi che «il ritorno al tavolo dei negoziati è l’unica strada razionale da percorrere».
Secondo il giornalista di Lettera43, il particolare accanimento iraniano contro Dubai e Abu Dhabi è una scelta strategica che opera su cinque livelli simultaneamente. Gli Emirati ospitano una supertecnologica piattaforma statunitense ISR di intelligence, sono il paese dove CIA e Mossad agiscono senza limiti, e da qui sono partite le informazioni che hanno consentito l’eliminazione di Khamenei prima e di Larijani dopo. Inoltre, gli Emirati sono il paese che ha investito milioni di dollari nel patrimonio della famiglia Trump, il paese che ha normalizzato le relazioni con Israele tramite gli Accordi di Abramo, e infine, sono il paese che da decenni costituisce l’hub per il riciclaggio globale di valuta (compresi peraltro anche flussi iraniani) .
Il regime iraniano afferma di colpire con i suoi missili e droni solo chi ha attaccato l’Iran: il territorio di Israele quindi, e le basi americane in Medio Oriente (situate in Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti). Intendono però con “base americana” non solo consolati o siti militari: nella visione iraniana è l’intero sistema emiratino a costituire una base americana.
È quindi evidente che qualsiasi altro paese mandasse navi (britannici, Nato o Cina) a presidiare lo Stretto di Hormuz diventerebbe immediatamente parte del nemico, provocando quell’allargamento del conflitto che tutti temono ad eccezione di Trump e Netanyahu, che anzi lo cercano. Cioè la follia di cui dicevo all’inizio.
