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In profondità > Chiesa

Mons. Ruiz: Si può essere veri missionari digitali anche con dieci follower

di Sara Fornaro

- Fonte: Città Nuova

Sara Fornaro

Sono stati presentati i primi rapporti finali di alcuni gruppi di studio sui temi emersi dalla prima sessione della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi. Le conclusioni del gruppo 3, che ha approfondito La missione nell’ambiente digitale

I fedeli salutano Papa Leone XIV al termine della messa celebrata dal cardinale Luis Antonio Tagle nella Basilica di San Pietro in occasione del Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici in Vaticano, il 29 luglio 2025. ANSA/FABIO FRUSTACI

La cultura digitale è come un campo missionario emergente, «uno spazio di incontro, testimonianza e comunione», in cui ogni battezzato è chiamato a proclamare la Buona Notizia, a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali, con attenzione alla formazione, al rinnovamento e alle persone fragili, quegli “ultimi” tanto cari a Francesco e Leone XIV. Nel rapporto finale del Gruppo di studio 3 per la Chiesa sinodale, dal titolo La missione nell’ambiente digitale, si ribadiscono le parole di Prevost: servono discepoli missionari che «portino nel mondo il dono del Risorto, che arrivino dovunque ci sia un cuore che aspetta, un cuore che cerca, un cuore che ha bisogno. Negli spazi digitali cercate sempre la carne sofferente di Cristo in ogni fratello e sorella» (leggi qui il Rapporto).

Papa Leone XIV saluta i fedeli al termine di una messa celebrata dal cardinale Luis Antonio Tagle nella Basilica di San Pietro in occasione del Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici in Vaticano, 29 luglio 2025. ANSA/US VATICAN MEDIA

Del Gruppo di studio 3 hanno fatto parte la coordinatrice Kim Daniels (Georgetown University), il vescovo Paul Tighe (Dicastero per l’Educazione e la Cultura), l’arcivescovo Rino Fisichella (Dicastero per l’Evangelizzazione), suor Nathalie Becquart, XMCJ (Segreteria Generale del Sinodo), il giornalista Paolo Ruffini (Dicastero per la Comunicazione), monsignor Lucio A. Ruiz (Dicastero per la Comunicazione), padre Antonio Spadaro, SJ (Dicastero per l’Educazione e la Cultura), e Joseph Borg (Università di Malta).

Il rapporto sarà approfondito martedì 17 marzo a Roma, nell’ambito dell’incontro Missionari digitali: quale formazione?, promosso dalle Pontificie università della Santa Croce, Lateranense, Gregoriana e Salesiana. Nel corso dell’incontro, che si svolgerà nell’aula magna Giovanni Paolo II della PUSC, in piazza Sant’Apollinare 49, si parlerà della necessaria formazione pastorale, spirituale, umana e intellettuale dei missionari digitali. L’incontro sarà introdotto dal segretario del Dicastero per la Comunicazione, monsignor Ruiz, che ha illustrato i punti principali del rapporto nel corso di un incontro del gruppo Comunicazione e sinodalità promosso dalla rete internazionale NetOne, di cui fanno parte professionisti di diversi ambiti e provenienze.

Il segretario del Dicastero vaticano della Comunicazione, mons. Lucio Adrian Ruiz. ANSA/GIORGIO ONORATI

Ruiz ha sottolineato che il percorso è appena iniziato. Come affermato da Leone XIV, «dobbiamo comprendere come utilizzare le piattaforme digitali per evangelizzare, per formare comunità e sfidare i falsi dei del consumismo, del potere e dell’autosufficienza». Con la rivoluzione digitale siamo al centro di un cambiamento epocale: diventa dunque importante comprendere, in un confronto sinodale, come portare avanti la missione in questo nuovo spazio culturale. Dopo essersi confrontato con persone di tutto il mondo, il gruppo di lavoro ha stilato delle proposte operative per la Santa Sede, come la «creazione di un ufficio, dipartimento o commissione responsabile di accompagnare la missione nell’ambiente digitale: una pontificia commissione per la cultura digitale e le nuove tecnologie, ad esempio, potrebbe monitorare le questioni teologiche, pastorali e canoniche emergenti; preparare documenti, linee guida e vademecum; definire strategie di formazione per diversi livelli (vescovi, sacerdoti, religiosi, laici); e sostenere le Conferenze episcopali nell’integrazione della missione digitale nei loro piani pastorali». Presentate anche proposte a livello di Conferenza episcopale, ad esempio per promuovere il lavoro pastorale negli ambienti digitali, e a livello diocesano, per promuovere la formazione e l’accompagnamento spirituale, ma anche per «incoraggiare i ministri digitali a camminare in comunione con il vescovo e la Chiesa locale».

Alberto Ravagnani, foto dal suo profilo Facebook

Nel dialogo seguito con giornalisti e comunicatori, monsignor Ruiz ha anche risposto ad una domanda su don Alberto Ravagnani, uno dei più noti influencer cattolici italiani, che da qualche settimana ha annunciato di voler lasciare il sacerdozio. La sua forte presenza sui social network ha amplificato l’impatto della decisione, provocando anche dolore tra quanti lo seguivano, e non ha mancato di suscitare polemiche sull’esposizione su Internet di molti sacerdoti.

Essere preti, aveva spiegato Ravagnani, «significa delle cose precise: prima di tutto il celibato. Di fatto non riuscivo a rispettarlo davvero. Con il passare del tempo ho smesso di fingere». A sostenere la sua rinuncia anche le alte aspettative che ci sono nei confronti dei preti, «che a volte sono disumane. Come se noi fossimo esseri speciali, angeli scesi dal cielo, addetti al sacro, programmati per essere buoni. Ma, francamente – aveva concluso Ravagnani – mi sembrava un’ipocrisia non più sostenibile».

La scelta di Ravagnani, ha commentato monsignor Ruiz, lo accomuna a tantissimi altri preti «che, sin dall’inizio della storia della Chiesa, per diversi motivi sono usciti dal sacerdozio». Ravagnani, ha proseguito Ruiz, ha chiarito di aver lasciato perché non è d’accordo con il celibato della Chiesa. La sua spiegazione è stata importante, perché la sua crisi non è dipesa dall’esposizione mediatica o dal suo ruolo nelle reti digitali, anche se la decisione ha comunque avuto un impatto sui social sui quali era presente. Se si analizzano gli ultimi reel dell’ex sacerdote, si vede come abbia «parlato molto di questo tema. Per me è stato un dolore molto grande, io gli voglio molto bene e ho cercato di accompagnarlo in quello che stava vivendo. Però, se il tema è quello del celibato e la sua adesione alla normativa della Chiesa latina, il problema è un altro».

Papa Leone XIV; foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI.

Ampliando la questione, Ruiz ha individuato due punti importanti che caratterizzano, oggi, i giovani che utilizzano i social. Da un lato, c’è la grande esposizione nello spazio digitale, dall’altro, c’è quella che alcuni studiosi indicano come la loro “iper-affettività”. Ruiz fa l’esempio di quando si era diffusa la voce che Leone XIV fosse malato. Qualcuno, spiega, ha fatto girare una foto del papa in ospedale e l’informazione si è diffusa in tutto il mondo, con milioni di persone che pregavano per il pontefice, ma nessuno ha verificato se fosse vero oppure no. Era una fake news, il papa stava bene, ma l’episodio ha mostrato il tipo di ambiente in cui si trovano ad interagire i giovani, e non solo i missionari digitali.

Diventa dunque importante comprende la loro cultura e cercare di formarli, di accompagnarli. I missionari digitali, ha sottolineato il segretario del Dicastero della Comunicazione, non sono «soltanto quelli che hanno 100 mila follower. Ci sono ragazzi che ne hanno 100, ma sono dei super missionari perché aiutano i loro coetanei. Questo mi fa un piacere enorme, perché quei ragazzi, per quelle 100 persone, predicano, le aiutano…». Se pensiamo che i missionari digitali siano solo i grandi personaggi seguiti da milioni di persone, ha ribadito Ruiz, «ci stiamo sbagliando, perché la rete è abitata da chi ha 10, mille, 100 mila follower, e tutti hanno le stesse difficoltà. Noi dobbiamo capire la loro cultura e andare ad abbracciarli. La Chiesa deve dire loro: “Siete a casa. Fidatevi, noi vi accompagniamo e vi aiutiamo”. Deve condividere la loro cultura e tramandare i suoi valori, ma dalla loro realtà».

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