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Interviste > Paraolimpiadi

Nella vita non conta quante volte cadi

a cura di Paolo Crepaz

Intervista a Chiara Mazzel, sciatrice azzurra ipovedente, vincitrice di molte medaglie nelle Paraolimpiadi 2026

Chiara Mazzel – trekking al campo base Everest

«Io scendo a 100 all’ora ad occhi chiusi su una pista da sci guidata dalla musica degli AC/DC? Voi ci avete mai provato? È da urlo!». Questa è Chiara Mazzel, sciatrice azzurra, ipovedente, portabandiera con René De Silvestro, paraplegico, alle Paralimpiadi Milano Cortina 2026, candidati entrambi alla conquista di più di una medaglia nello sci alpino. E qualcuno li chiama ancora disabili…

«Con Fabrizio Casal, la mia guida – è stato già guida di Giacomo Bertagnolli, 4 ori paralimpici (n.d.r.) –, abbiamo acquisito negli anni un’affinità sempre migliore: lui scia davanti a me e mi dà, in tempo reale, in collegamento Bluetooth, tutte le indicazioni che mi servono: destra, sinistra, cunetta, cambio di luce e di pendenza, asperità… La guida ha un amplificatore musicale sul dorso che crea un corridoio sonoro che mi permette di capire se sono allineata o meno. Appena non sento bene la musica, devo riuscire subito ad allinearmi».

A raccontarlo sembra tutto così semplice… «Qualche volta sono finita nelle reti di protezione e nel 2024 mi sono pure rotta il legamento crociato del ginocchio e mi hanno dovuta operare. Ma capisci che nella vita non conta quante volte cadi, ma quante volte ti rialzi. E più ti fai aiutare, più riesci ad essere felice».

Chiara cresce a Vigo di Fassa, un paesino a 1.400 metri, frequenta il liceo linguistico, studia corno francese al conservatorio e suona nella banda del paese. Fin da piccola scia il sabato e la domenica, come tutti in valle, ma senza gareggiare. Ha 18 anni quando, nel giro di pochi mesi, perde la vista per un glaucoma. Non accetta di avere solo un forellino, del diametro di una cannuccia, di visibilità all’occhio destro, grazie al quale legge una lettera alla volta, ma non vede nulla del complesso, e per due anni si chiude in camera, non vuole più… vedere nessuno. Sognava di iscriversi all’università, di fare l’insegnante di sostegno: le fanno capire che nel suo futuro ci sarà posto solo per fare la centralinista o la fisioterapista.

Un giorno viene a sapere delle imprese di Bertagnolli, entra in chat con Amici al buio e con Dario che ha lo stesso problema, chiede loro la formula magica per la quale li vede tutti felici… Capisce che la sua vita non può finire lì e decide di uscire. «L’unica soluzione, mi sono detta, è creare una nuova sfida che non mi faccia pensare alle mie problematiche».

Cinque anni dopo fa il suo esordio in Coppa Europa di sci alpino: oggi nel suo palmares ci sono 3 ori e 2 argenti mondiali nelle diverse specialità e una Coppa del Mondo in discesa libera: «Sciare è sinonimo di fluttuare nell’aria, senza pensare a niente». Nel 2020 racconta, con Dario, la sua avventura in un libro: La sfortuna, una fortuna! Come fare della propria disabilità una forza, per aiutare altri ad uscire dal buio (Pathos Edizioni 2020). È frutto, scrivono, di un duro e lungo lavoro su loro stessi, pensando che raccontando le loro storie avrebbero potuto aiutare molte persone nelle stesse condizioni.

«Di frequente – scrivono – ci domandiamo come sarebbe la nostra vita se vedessimo. Sicuramente anche a voi sarà successo di chiedervi: se fossi questo, se avessi studiato quest’altro. Quel che è sicuro è che senza questo “piccolo inconveniente” questa lezione di vita non sarebbe mai nata e sicuramente, scritta nero su bianco, La sfortuna, che fortuna!, non avrebbe mai visto la luce». Con la dedica: «A tutti quelli che considerano i disabili il punto debole della società, sappiate che vi vogliamo bene ugualmente!».

Come fai a suonare senza leggere le note?
Alla musica non rinuncio! Il mio maestro mi fa ascoltare dei brani e io ho imparato a basarmi sulla memoria: ho notato che, quando provo a suonare un pezzo, alla seconda volta lo so già a memoria. Oggi conosco i concerti a memoria e… potrei suonarli ad occhi chiusi. Il mio sogno è diventata la mia medicina.

Hai sviluppato il potenziale residuo…
Non so se l’ho sviluppato… forse, semplicemente ci faccio più caso e uso molto di più gli altri sensi, dalle mani all’udito. Sono tutte abilità che si possono scoprire e allenare. Semplice, no? Ma non finisce qui. Lo sai che un non vedente può “vedere” delle foto? I colori si possono associare a delle emozioni, l’idea del materiale al tatto, la forma alle forme geometriche. Ah, dimenticavo: un po’ di fantasia non guasta mai!

E il lavoro?
Ho fatto per un po’ la bibliotecaria al mio paese, ma oggi ho la fortuna di essere un’atleta del gruppo sportivo delle Fiamme Gialle, la Guardia di Finanza, che mi permette di fare l’atleta a tempo pieno e mi garantirà un futuro.

Ti hanno mai chiesto che divertimento c’è a sciare senza vedere il paesaggio e seguendo una guida come un robot?
È fantastico! È quasi più bello non vedendo che vedendo: crei un rapporto con la tua guida che è una cosa pazzesca, si fanno delle gran risate! E poi, vuoi mettere fare allenamento su una pista tracciata e non vedere i pali? Sentire ad alta velocità l’aria sul viso e percepire i cambi di pendenza, senza vederli, grazie alla sensibilità dei piedi?

Con la guida serve una sintonia sempre migliore…
Ci si allena, come in tutte le cose, ci vuole tempo, si costruisce giorno per giorno, la sintonia è diversa a seconda delle necessità del singolo atleta.

Chiara Mazzel super G Solda (foto Jan Vokaty)

In ambito paralimpico la classificazione è fondamentale perché è la misura del potenziale residuo (non della menomazione o della disabilità), a garanzia che gli atleti in gara abbiamo pari opportunità di vittoria. Chiara gareggia in categoria AS2, ipovedenti gravi. Fondamentale in ambito sportivo paralimpico è l’uso corretto dei termini che hanno avuto un’evoluzione estremamente importante nel tempo. I termini subnormale, minorato, handicappato, disabile hanno gettato in passato uno stigma, un pregiudizio di inferiorità, a volte persino di colpa. Persona con disabilità pone l’accento prioritario sulla persona e non sul suo limite. Come se i cosiddetti “normodotati” non avessero limiti: provate a chiudere gli occhi solo per pochi secondi quando andate a sciare e capite di cosa stiamo parlando. «Inclusione – scriveva Antonio Malafarina, profetico giornalista, scrittore e poeta, tetraplegico recentemente scomparso – è una parola magica: quando esiste, svanisce». L’inclusione non si realizza solo con parole giuste, ma con azioni concrete: accessibilità, pari opportunità, diritti garantiti, piena partecipazione alla vita sociale e lavorativa. Lo sport ha delle potenzialità in merito: a livello di base offre, a tanti, luminosi orizzonti di speranza perché è inclusivo; ad alti livelli offre, ai migliori, l’opportunità di mettere in luce talenti come Chiara, Bebe Vio o Alex Zanardi. Ma attenzione: occorre trovare la strada per una narrazione che abitualmente oscilla fra pietismo ed eroismo.

Alle Paralimpiadi gareggerai in 5 discipline: slalom speciale, slalom gigante, super G, discesa libera e combinata. Obiettivi?
Fare il meglio possibile, perché questa è per me la cosa più importante. La discesa libera resta la mia gara preferita.

Le avversarie più forti?
Due austriache, in tutte le discipline: ci conosciamo bene, anche se con loro non ho legato molto perché… se la tirano un po’, si sentono superiori. Con le altre avversarie invece ho un buon legame.

Sei soddisfatta del livello che hai raggiunto?
Mi sento molto forte mentalmente. Non ho mai avuto bisogno dell’aiuto di uno psicologo dello sport. L’ansia pre-gara non so cosa sia: vado più forte in gara che in allenamento, dove invece a volte provo un po’ di ansia. Quando sono al cancelletto di partenza, invece, non ce n’è per nessuno! Fisicamente però posso sempre ancora migliorare.

Sarai portabandiera dell’Italia ai Giochi Paralimpici. Te lo aspettavi?
Un po’ me l’aspettavo, per meriti sportivi, ma pensavo scegliessero solo René De Silvestro che ha fatto molti più risultati di me.

Che emozioni hai provato quando Mattarella ti ha consegnato il tricolore?
Che orgoglio! Un’emozione che non scorderò mai. Un riconoscimento che rappresenta il lavoro, i sacrifici, la passione e le speranze di tutti noi atleti e di chi ci sostiene ogni giorno. Gli ho detto che lo sport mi ha aiutato molto, che è sinonimo di libertà, di crescita e di riscoperta di me stessa. Che grazie allo sport ho capito quanto sia importante e bello aiutarsi a vicenda per trasformare le difficoltà in opportunità. Che la fiducia, il rispetto e la collaborazione sono fondamentali. E che insieme si supera tutto.

Come definiresti Chiara Mazzel?
Resiliente.

Il tuo slogan?
Se si vuole, si può tutto: non mollare!

Col fidanzato Nikolaj, con cui pedala in tandem, è stata al campo base dell’Everest. Nel libro Chiara riporta un proverbio cinese: «Quando gli occhi sono aperti, il risultato è la vista. Quando la mente è aperta, il risultato è la sapienza. Quando è aperto lo spirito, il risultato è l’Amore». Viene da crederle.

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