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Interviste > Sfide

La missione del comunicatore

a cura di Giulio Meazzini, Sara Fornaro

Giulio Meazzini, autore di Città Nuova

Intervista con Alessandro Gisotti, vicedirettore editoriale del Dicastero vaticano per la comunicazione. Il tema della verità. L’Intelligenza artificiale. I giovani. I missionari digitali

Alessandro Gisotti al tempo della direzione della Sala Stampa Vaticana (Vatican media)

Alessandro Gisotti è «un comunicatore al servizio della Santa Sede.» Ha iniziato a fare giornalismo a poco più di 18 anni, sul territorio, per le strade e le piazze di Ostia, con la rivista Duilio Litorale. Poi, per oltre 15 anni, ha lavorato nel radio giornale internazionale della Radio Vaticana, quindi si è occupato di social media. Per un periodo è stato direttore della Sala stampa vaticana, infine ora è nella comunicazione istituzionale della Santa Sede, come vicedirettore editoriale: Vatican News, Radio Vaticana e L’Osservatore Romano.

Nello studio mobile dei media vaticani, in Piazza San Pietro, durante il Giubileo del 2025 (foto Vatican News)

Da tanti anni nella comunicazione vaticana…

Nei 26 anni di servizio alla Santa Sede, ho seguito quattro papi. Una meravigliosa esperienza, col privilegio di collaborare, nel mio piccolo, con personalità straordinarie e la bellezza di lavorare tanti anni nella Radio Vaticana, in particolare con padre Lombardi, e ora per tutti i media della Santa Sede. Nell’edificio dove lavoro, Palazzo Pio, ci sono colleghi di 69 nazionalità diverse, dalla Siria all’Ucraina, dalla Cina al Brasile. È una “piccola Onu”, c’è tutto il mondo. Ultimamente ho assunto un impegno nella European Broadcasting Union (EBU), l’alleanza dei media pubblici radiotelevisivi d’Europa, dove rappresento Radio Vaticana. Da alcuni mesi sono presidente del Radio and Audio news group della EBU. Anche qui ho la fortuna di lavorare con giornalisti di livello provenienti dalle radio pubbliche di tutta Europa, da BBC a Radio France.

Anni fa hai riflettuto sul tema Comunicare la verità: dai social alla carta stampata. Il mondo di oggi va da tutt’altra parte?

La parola verità fa tremare i polsi, ma è un tema decisivo che ha sempre accompagnato il percorso dell’essere umano. Pensiamo al “mito della caverna” di Platone. Per i cristiani è la persona con la P maiuscola, Gesù. Noi sappiamo che la verità non la possediamo, se ci va bene la incontriamo nella nostra vita! Come scriveva Benedetto XVI, all’origine del Cristianesimo non c’è una grande idea o una filosofia, ma l’incontro con una persona che, una volta conosciuta, ti cambia la vita per sempre. Certo, oggi viviamo in un’epoca dove la verosimiglianza sembra aver preso il sopravvento, soprattutto con l’Intelligenza artificiale. Tu guardi un video o una foto e ti chiedi: sarà vero o no?

Da novembre 2022, data in cui viene rilasciato ChatGpt, tutto è cambiato…

Vero. Eppure, per chi vive un percorso di fede cristiana il punto di origine rimane sempre la verità che è Gesù, una persona! È la relazione, infatti, che ci contraddistingue come cristiani e ci rende ancora attraenti, nonostante un mondo frammentato, polarizzato, scoordinato. Siamo ancora attraenti perché siamo radicati in Qualcuno, non in qualcosa. Quindi la domanda giusta non è: cosa è la verità? Ma: chi è la verità? Nonostante i limiti e gli scandali, quella “Città sulla collina” risplende ancora. Secondo Papa Benedetto il cristianesimo cresce per attrazione, non per proselitismo. Francesco l’ha ripreso non so quante volte, e anche Leone XIV l’ha citato. Questa immagine è bella perché dà l’idea della Chiesa come una calamita che attrae, non una pinza che tira. Vorrei aggiungere che anche chi non ha fede e non sente la relazione con Colui che ha detto “Io sono la verità”, comunque crede nella verità della persona. A volte noi cristiani pensiamo che la nostra idea sia giusta e basta. In realtà, nella Lumen Gentium i Padri conciliari dicono che semi di verità, Semina Verbi, sono presenti anche al di fuori dell’ampio recinto della Chiesa. Su questo si può leggere anche Chiara Lubich, non a caso ritenuta da più parti anticipatrice di alcune dinamiche del Concilio. Questo significa che la verità della persona, anche nella comunicazione, la può trovare pure chi non crede. A volte, devo ammettere, trovo più stimolante parlare di alcuni argomenti con atei o atei in ricerca, che con altri credenti come me.

Cosa significa essere vicedirettore dei media vaticani?

Significa lavorare, assieme a tanti colleghi di culture e nazionalità diverse, per comunicare al meglio il Magistero del papa, l’attività della Santa Sede e la vita della Chiesa nel mondo. E farlo con spirito missionario raccogliendo le sfide del nostro tempo segnato da una rivoluzione tecnologica come mai l’uomo aveva visto. È stimolante in questo senso, essere ora al servizio di un papa missionario e agostiniano come Leone XIV. Aggiungo che come direttore della Sala stampa, ho avuto un contatto diretto con papa Francesco che mi ha donato tanto, umanamente e professionalmente. Anche dopo che ho finito in Sala stampa, ha voluto continuare il rapporto con me, ho tanti ricordi personali. Non sono d’accordo con quanti dicevano: è progressista, è liberale. Papa Francesco non è stato né progressista, né liberale, né conservatore. Francesco è stato radicale come il Vangelo. E il Vangelo, quanto è radicale, quanto ci scomoda! Quindi, ritornando alla domanda, la mattina mi alzo con la consapevolezza di essere un privilegiato. Faccio un lavoro che, come hanno ribadito gli ultimi papi, è una missione, una responsabilità, non solo una professione.

Con Papa Francesco, durante una conferenza stampa in aereo (Vatican Media)

Rispetto a quanto sta accadendo in Iran e in Medio Oriente, la comunicazione può avere un ruolo nella costruzione della pace?

Dal Concilio in poi, i papi sono stati voci profetiche, riportando il tema della pace al centro della discussione, mentre la prospettiva del mondo è basata sul conflitto. La guerra, diceva Madre Teresa, inizia nel cuore delle persone, ma anche nel linguaggio presente nella comunità internazionale e nella vita quotidiana. I confini del mio mondo, diceva Wittgenstein, sono i confini del mio linguaggio. Oggi il linguaggio è solo di guerra. Tutta la discussione è completamente schiacciata su termini e contenuti bellici. Io col movimento per la pace ci sono cresciuto. Ricordo Giovanni Paolo II in occasione della guerra in Iraq e il movimento del popolo di allora. Oggi si pensa di delegare, di esprimere il dissenso contro la guerra solo attraverso i social media. C’è una certa incapacità di riuscire ad avere una forza popolare sotto questo punto di vista. Quindi sì, la comunicazione ha una grande responsabilità. Parlare di pace non è un esercizio retorico o qualcosa per anime belle, ma il punto in cui inizia ogni esperienza umana. Se ha spazio solo il linguaggio di guerra, è evidente che la pace farà fatica a farsi strada.

Come affrontare la sfida dell’Intelligenza artificiale (IA)?

Leone XIV è molto attento alla sfida dell’IA. In 10 mesi di pontificato ha toccato tante volte questo tema. È senza dubbio il papa della rivoluzione digitale, dell’intelligenza artificiale. Pochi giorni fa ho moderato in Vaticano un seminario con mons. Tighe, segretario del dicastero della cultura, padre Paolo Benanti, esperto di IA, e Corrado Giustozzi, specializzato nella sicurezza informatica. La Chiesa ha molto da dire su questo tema ed è arrivata in tempo, perché già nel 2020 ha iniziato a confrontarsi e pubblicare documenti relativi all’Intelligenza artificiale (vedi per esempio Antiqua et nova, nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, del 2025). Ovviamente alla Chiesa interessano maggiormente gli aspetti che riguardano la persona, i temi etici ed antropologici. Al tempo stesso, però, mi fa piacere vedere quante personalità, a partire da Papa Leone, sono interessate anche agli aspetti tecnologici e scientifici, perché da lì bisogna partire per capire cosa sta succedendo. L’Intelligenza artificiale rappresenta una rivoluzione come e più di quella industriale. L’aspetto etico, personalistico e antropologico spettano alla Chiesa. Lì, ne sono convinto, possiamo giocare un ruolo importante perché abbiamo dei tempi che, proprio per “la lentezza”, ci consentono di affrontare le grandi questioni, mentre tutto il resto a livello tecnologico va troppo velocemente. Oggi con l’intelligenza artificiale posso fare una intera trasmissione radiofonica senza necessità di mettere nemmeno per un minuto una persona davanti al microfono. Per questo è stato importante che papa Leone abbia dedicato il suo primo Messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali, proprio alla custodia dei volti e delle voci umane. La voce e il volto identificano l’essere umano, la persona. Trasformando voce e volto, facciamo un salto che potrebbe essere catastrofico.

Pregi e difetti della comunicazione della Chiesa oggi?

È una domanda impegnativa! Il pregio è di essere al servizio del bene comune, o almeno di provarci. Questo lo si vede dai contenuti, dai temi e dal linguaggio. Come comunicatori cristiani abbiamo la grande responsabilità di salvaguardare il linguaggio. Sui social si pensa che vince chi ha l’ultimo post, sempre in una logica di conflitto. Lo stile cristiano di comunicazione, invece, dovrebbe essere quello che ti consente, alla fine di una discussione anche molto tesa, di dire: OK, tu la pensi così, io la penso in un altro modo, ma restiamo nella relazione. Questo la comunicazione della Chiesa cerca di farlo, anche sui social media dove dovremmo essere più presenti. A volte ci fidiamo poco dei giovani. Ovviamente i giovani hanno bisogno di chi li possa indirizzare sui contenuti e sui temi. Ma siccome siamo nell’epoca della rivoluzione digitale, sono loro che sanno quali sono le modalità migliori per far passare certi contenuti. Dovremmo avere più coraggio e fidarci di più di loro.

Con Leone XIV, davanti alla Palazzina Leone XIII, sede di Vatican Media. (Vatican Media)

Cosa pensi dei sacerdoti influencer, visto che papa Leone XIV ha detto che i sacerdoti non devono preparare le omelie con l’IA?

Non sono contrario al fatto che sacerdoti, consacrati, religiosi o laici impegnati abbiano una presenza strutturata sui social media. Il tema degli influencer è più complesso. Preferisco il termine “missionari digitali”, perché di questi abbiamo bisogno. Benedetto XVI già 20 anni fa diceva che il “Continente digitale” ha bisogno di missionari digitali, sia sacerdoti che laici, che riportino alla persona di Gesù. Naturalmente la tentazione di Narciso vale per tutti, non solo per i preti. Se hai qualche follower in più ti senti chissà chi. Tutti vogliamo essere gratificati e i social media lavorano molto su questo a livello psicologico. È un rischio per i giovani, con una possibile esperienza negativa che fa male. Ma proprio per questo dobbiamo investire su di loro, soprattutto in alcuni ambiti della comunicazione. Ne abbiamo bisogno per farci comprendere!

Parliamo delle donne nella comunicazione vaticana…

Quando partecipo a riunioni dei media europei, mi rendo conto che lì “comandano” le donne. Il presidente della European Brodcasting Union è una donna, il vicepresidente è una donna, il presidente del Radio Committee e così via. Quindi ci sono ambiti dove le donne hanno conquistato un ruolo importante nella informazione. Questo deve farci riflettere. È vero che nella Chiesa c’è, a volte, un deficit rispetto al contributo femminile, alla prospettiva delle donne che hanno valori che non si ritrovano così spesso nell’informazione e nella comunicazione, come l’attenzione per la relazione e la cura della persona fragile. Non c’è ancora sufficiente spazio per le esperienze e le professionalità femminili. Comunque, grandi passi sono stati fatti e si stanno facendo anche nella Santa Sede (vedi per esempio nell’ambito dei media vaticani, un mensile come Donne Chiesa Mondo, che ha più di dieci anni). Anche qui ci vuole un po’ di coraggio e creatività. Il sistema deve valorizzare la persona per la sua professionalità, per il suo merito, a prescindere che sia un uomo o una donna.

Vuoi suggerirci un libro, un film e una canzone che reputi importanti?

La differenza fondamentale di Luciano Floridi, che non è un libro semplicissimo, ma ci fa capire l’Intelligenza artificiale a livello filosofico. Il film Vita da grandi di Greta Scarano mi è piaciuto molto. Affronta la questione dell’autismo in modo serio, reale, perché ispirato alla vita dei fratelli Tercon che ho conosciuto grazie a suor Veronica Donatello, durante il Giubileo delle persone con disabilità. Sono meravigliosi. Come canzone, per il momento drammatico che viviamo direi Stella di Antonello Venditti. Abbiamo proprio bisogno di una stella che cammini nei nostri cuori, che ci dia pace nei cuori! Infine, come libro spirituale: Introduzione al cristianesimo di Joseph Ratzinger. È un capolavoro assoluto, che spiega in modo affascinante e attraente le ragioni della nostra fede.

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