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Persona e famiglia > solidarietà

Rapita dal Daesh: storia di una bimba

di Aurelio Molè

- Fonte: Città Nuova

Sequestrata e poi venduta dai miliziani del Califfato. Riscattata e accolta da una famiglia musulmana come una figlia, dopo tre anni Cristina ritorna alla famiglia cristiana di origine. Il racconto di padre Jalal Jako, religioso iracheno. L’esodo delle famiglie cristiane

Un vestito a fiori, bianco azzurro, una corona di margherite bianche e gialle a cingerle la testa. L’aria spaesata. È muta, per lo shock, non parla più, anche se la festa è stata grande, improvvisa, impetuosa. Il 22 agosto del 2014, Cristina Ebada, in fuga da Qaraqosh, è strappata dalle braccia della madre dai miliziani del Daesh. Dopo tre anni Cristina, ora ne ha sei, è tornata nella sua famiglia di origine.

«È stato un vero miracolo ‒ commenta Jalal Jako, religioso rogazionista iracheno, missionario a Erbil ‒ e per questa famiglia cristiana è nata una vita nuova. Tante volte ho incontrato il padre nel campo profughi con le valigia in mano in procinto di partire per cercare la figlia». Dopo la fuga da Qaraqosh hanno vissuto con quattro figli in un container nel campo profughi di Ankawa, alle porte di Erbil, senza mai perdere la speranza di ritrovare la figlia. «Non bisogna mai perdere la speranza perché Dio fa miracoli ‒ commenta Jalal Jako ‒, e ti fa incontrare le persone giuste nei tempi giusti». Dopo varie peripezie, Cristina era stata messa in vendita in una moschea dai terroristi del Daesh e riscattata da una famiglia musulmana che l’ha trattata come la decima figlia e ora l’ha restituita alla famiglia di origine. «Anche se era cristiana ‒ aggiunge Jalal Jako ‒ il padre l’ha accolta. Bisogna avere fiducia nelle persone e finché ci sono famiglie come queste esiste il bene e la speranza. Aver trattato Cristina come una figlia è segno di una grande umanità».

Padre Jajal Jako, classe 1966, porta sulla sua pelle i segni di una vita dura e sembra ben più grande della sua età. Profugo egli stesso, non ha mai voluto lasciare, nonostante i tanti inviti dei suoi amici a farlo, la sua terra. «La mia poca fede è una luce che dà speranza anche agli altri».  Cambia diversi campi profughi e ora vive in un centro commerciale di Erbil che ospita 360 famiglie, 1500 persone, in un edificio di tre piani, messo a disposizione gratuitamente dal proprietario. È originario di Qaraqosh, dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù e dal 2004 fa la sua scelta di vita religiosa. È tra gli ultimi a scappare «15 minuti prima che arrivasse il Daesh» e dopo la liberazione, 8 mesi fa da parte dell’esercito iracheno, «ho trovato danni peggiori di quelli che immaginavo: una violenza disumana e sistematica contro le nostre chiese e le nostre case».

Il 45% delle famiglie cristiane non sono più tornate nella loro terra. Troppa paura, distruzione, mancanza di lavoro. «Se ne vanno per dare un futuro ai propri figli e partono per la Siria, la Giordania e da lì in Canada, in Australia. A Qaraqosh sono tornate solo 200 famiglie che vanno sostenute, tanti hanno un lavoro, ma non i capitali per ripartire. Se li incoraggiamo, restano. Se partono perdono le loro radici». Per ora un attimo di tregua con la festa di Cristina tornata a casa.

 

Per saperne di più scrivete via mail a jalalyako@yahoo.com o via Whastupp 380‒2045598

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