Io vi darò ristoro

A volte ci sentiamo impotenti, troppo piccoli davanti a problemi più grandi di noi e a contraddizioni insolubili. La proposta cristiana è liberatoria dal peso di una religione fatta di prescrizioni
Bambina indiana porta l'acqua

Alcune delle parole rivolte da Gesù ai discepoli o alla folle sono ben contestualizzate; gli evangelisti le hanno colte o collocate in circostanze concrete. Altre arrivano all’improvviso, sembrano senza luogo e senza tempo, come quella nella quale Gesù promette di dare conforto, sollievo, riposo, a chi si sente stanco ed è oppresso da difficoltà d’ogni genere. Matteo colloca in un generico “quel tempo” l’annuncio della grande consolazione: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (11, 28).

“Venite a me”. L’invito a seguirlo, che all’inizio del Vangelo Gesù aveva rivolto ai primi discepoli, ora lo estende all’intero popolo delle beatitudini: a quanti si sentono oppressi e hanno fame e sete di giustizia, ai poveri, ai perseguitati.

In particolare sembra indirizzarsi a quanti sentono il peso delle molte osservanze e prescrizioni religiose che vengono imposte come un giogo pesante. La metafora del “giogo della Legge” era comune negli scritti dell’Antico Testamento.

La religione a volte era percepita come un peso: chi potrà mai osservare tutti i precetti e le leggi? I rabbini ne enumeravano ben 613. Che fatica vivere con coerenza la parola di Dio così esigente e meticolosa; come attuarla, vista la nostra debolezza e fragilità? È così complicato Dio? O lo abbiamo complicato noi con la sottile casistica?

 No, sembra dire Gesù, non preoccupatevi, sono venuto a sollevarvi da questo giogo pesante, la mia legge è soave e riposante. Più avanti, nel Vangelo i farisei e i dottori della legge gli domanderanno come orientarsi nei 613 precetti. “613 precetti?”, risponderà Gesù, “Si possono ridurre a uno solo: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente…  Amerai il prossimo tuo come te stesso” (cf. Mt 22, 34-40). Che sollievo! Il giogo pesante si è fatto improvvisamente dolce e leggero.

Venite”. Gesù ci chiama a sé perché ci mettiamo alla sua scuola. Ci invita a seguirlo, a stare con lui, a guardarlo, perché egli insegna non soltanto con le sue “parole di vita eterna”, ma con la sua stessa vita, che è il suo più grande insegnamento. Non dice: “Imparate quello che dico”, come si esprimerebbe un qualsiasi maestro, ma “Imparate da me”, come può dire soltanto lui, il Maestro. La sua vita parla. Cosa impareremo alla sua scuola?

Innanzitutto come egli si rapporta con noi: è “mite”. Nessuna violenza nei nostri confronti, anzi la pazienza, la benevolenza, che non gli fanno spegnere lo stoppino che stenta a bruciare, non gli fanno spezzare la canna già incrinata, come dirà poco dopo (cf. Mt 12, 20). È pieno di misericordia con chi sbaglia, fino a chiedere perdono a Dio per chi lo crocifigge.

Quale preziosa lezione quando, inchiodato sulla croce, benedice e non maledice, trasformando così in bene tutto il nostro male!

Alla sua scuola impariamo, inoltre, come egli si rapporta con il Padre: Gesù è “umile”, ossia docile, in tutto obbediente al suo volere. Nessuna alterigia o presunzione, ma la consegna della vita nelle sue mani. Quale grande lezione quando, davanti alla morte crudele, prega che non la propria volontà si compia, ma quella del Padre! O quando sulla croce consegna nelle sue mani la propria anima.

Il suo insegnamento è un peso dolce e leggero, adatto a piccoli come siamo noi. È un invito vivere come lui, “miti” verso chi ci è attorno, “umili” davanti a Dio, pronti a vivere la sua volontà.

Chi non sente il giogo pesante della vita? Chi non passa momenti bui? Può essere il lavoro che va male, i rapporti che si fanno problematici, l’insicurezza del futuro che ci paralizza, tutto che si fa difficile e complicato. Può essere l’incapacità a vivere il Vangelo e la coerenza con il nostro essere cristiani.

A volte ci sentiamo impotenti, troppo piccoli davanti a problemi più grandi di noi e a contraddizioni insolubili. Ecco la promessa di Gesù: «io vi darò ristoro».

Basta andare da lui, mettersi alla sua scuola, vivere la legge divina, tutta riassunta nel verbo “amare”, per sentirsi leggeri, quasi ci spuntassero le ali ai piedi e ci permettessero di volare: l’adempimento della volontà di Dio come un “volo”.

 

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