Vasilij Grossman, paladino della verità in tempi oscuri

Adelphi pubblica “Stalingrado” senza censure, prima parte di un’epopea che, insieme a “Vita e destino”, ha fatto dello scrittore ucraino il “Tolstoj del Novecento”
Targa commemorativa sulla casa in cui Vasilij Grossman ha lavorato a Donetsk. Foto: Andrew Butko, Wikimedia Commons https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Donetsk_grossman.jpg

«Ho appena terminato un grande romanzo a cui ho lavorato per quasi dieci anni…», scriveva nel 1960 il già noto scrittore e giornalista Vasilij Grossman. Non sapeva che il suo Vita e destino, seconda parte di Per una giusta causa, era sotto esame dei burocrati sovietici del Comitato centrale. Risultato: nel febbraio del 1961 due agenti del Kgb confiscavano il manoscritto e perfino i nastri della macchina per scrivere. Nessuna traccia doveva rimanere del vasto affresco storico sull’assedio e la battaglia di Stalingrado che denunciava con implacabile acutezza il male ammantato di bene, quel “bene di Stato” che arriva a negare la verità inducendo l’uomo a compiere ogni atrocità, e di cui Hitler e Stalin erano stati i campioni storici.

Se il regime aveva permesso la pubblicazione, nel 1952, del primo volume, accolto dal pubblico come un novello Guerra e pace, era stato perché faceva comodo un “Tolstoj sovietico” che tramandasse ai posteri l’epico scontro tra nazisti e sovietici. Fra l’una e l’altra parte però Grossman aveva maturato una diversa sensibilità che l’aveva portato a distaccarsi dagli ideali primieri. Conviene allora seguire la sua vicenda personale, nella quale si riflettono eventi decisivi del XX secolo come il flagello della carestia in Ucraina, le persecuzioni e l’antisemitismo staliniani, il Secondo conflitto mondiale.

Nato nel 1905 a Berdičev in Ucraina – allora parte dell’Impero russo – da una famiglia ebraica benestante, il giovane Vasilij inizia a lavorare come ingegnere chimico, ma dopo aver esordito come scrittore nel 1934 si dedica completamente alla scrittura. Cronista di guerra, segue l’avanzata dell’Armata Rossa fino in Germania, trascorrendo più di mille giorni al fronte.

Nel 1943 dà alle stampe Il popolo è immortale, esaltazione dei sacrifici e dello spirito combattivo del popolo russo durante l’invasione tedesca del 1941. Ma già ha cominciato a lavorare alla dilogia sulla battaglia di Stalingrado, il capolavoro che lo inserirà tra i grandi nomi della letteratura mondiale.

Tra il 1944 e il 1945 è intento ad un’opera che documenta i crimini di guerra nazisti nei territori sovietici contro gli ebrei. Corrispondente con il corpo d’avanzata sovietico nell’agosto 1944, documenta nel campo di sterminio di Treblinka gli orrori compiuti dai nazisti nei confronti degli ebrei.

Dopo la campagna antisemita del 1949-1953, si distacca dall’ideologia sovietica, e caduto in disgrazia presso il regime, non riesce più a pubblicare. Ho già detto del sequestro di Vita e destino. Fortunosamente il manoscritto finisce nelle mani dello scrittore Vladimir Vojnovič, che una volta trasformato in microfilm riesce a trafugarlo in Svizzera, dove il romanzo vedrà la luce nel 1980, sedici anni dopo la morte per cancro di Grossman. A Mosca, invece, l’edizione integrale dopo decenni di censura sovietica si avrà solo nel 1988.

Nel resto d’Europa e anche in Italia, dove Vita e destino è stato edito da Jaca Book nel 1983, la fortuna letteraria dell’autore progredisce lentamente. Un rinnovato interesse si costata a partire dal novembre 2008, in occasione della nuova traduzione italiana dell’opera curata da Claudia Zonghetti sull’originale disponibile, per l’editrice Adelphi.

Nell’aprile di quest’anno, sempre per Adelphi, esce la prima parte della dilogia (Per una giusta causa), stavolta col titolo voluto da Grossman, Stalingrado. Ancora tradotta dalla Zonghetti, questa versione restaurata, contenente materiali aggiuntivi tratti dai manoscritti purgati nelle precedenti edizioni, si propone come la più completa di altre esistenti, in russo o in altre lingue.

In entrambi i titoli si respira l’aria delle grandi epopee e agisce una vera folla di personaggi, tutti stupendamente caratterizzati nei loro sentimenti attraverso dettagli anche minimi. Imparziale è il porsi dell’autore nei confronti dei russi e dei tedeschi. Ma la vera protagonista è la Storia, fiume che travolge tutto e tutti, attraverso pagine memorabili.

Opera monumentale come il capolavoro tolstojano (riletto ben due volte da Grossman mentre era al fronte), contiene molte pagine di riflessione sulla storia, la politica e la filosofia. Con la differenza che se Tolstoj ambientò il suo romanzo nel 1812, epoca della campagna napoleonica in Russia, l’autore ucraino visse in prima persona la guerra che descrive.

Stalingrado prende le mosse dalla battaglia decisiva combattuta dall’agosto 1942 al febbraio 1943 nella città sul Volga, allora intitolata al dittatore russo (oggi Volgograd), battaglia che provocò due milioni tra morti, feriti e dispersi. Fin dalle prime pagine Grossman esprime la sua opzione per l’unica verità attraverso il colloquio tra la dottoressa Sof’ja Osipovna e la militante bolscevica Marusja, per la quale la “verità” del partito giustifica ogni sofferenza delle vittime: «No, Marusya, ti sbagli… – fa dire alla prima –. Te lo dico da chirurgo: la verità è una sola, non ne esistono due. Quando amputo una gamba, non ho due verità. Se volessimo giocare alle due verità, finirebbe tutto molto male… E soprattutto in guerra, in un momento tragico come questo, la verità è una sola. È una verità amara, ma è l’unica che può salvarci. Se i tedeschi entrano a Stalingrado, imparerai che se insegui due verità non ne acchiapperai neanche una. E sarà la fine».

Lo stesso Grossman aveva appreso a sue spese questa “verità amara” quando, ancora infatuato dell’ideologia sovietica, acconsentì a sottoscrivere l’eliminazione di alcuni medici, per la maggioranza ebrei, accusati di aver complottato contro Stalin; e quando, successivamente, tardò a richiamare a Mosca, dove si sarebbe salvata la madre, poi fucilata nei pogrom di Berdičev: colpe che non si sarebbe mai perdonato. Quasi a espiarle, collocò al centro di Stalingrado – «come una tomba aperta, spalancata» – l’ultima lettera di Anna Semënovna, palese ritratto della madre: tra le pagine celebri di una dilogia il cui valore artistico e morale resta indiscusso, al di là delle pecche umane dell’autore.

Con essa Grossman, fattosi paladino di verità in tempi oscuri, intese rendere omaggio ai tanti eroi senza nome caduti per la salvezza della patria, ma trattati senza riguardo dalle autorità sovietiche insieme alle loro famiglie, e al contempo formulò una condanna senza appello della guerra, i cui frutti avvelenati si ripetono con stanca monotonia da che mondo è mondo, semmai progredendo in ferocia per l’impiego di armi sempre più sofisticate.

Per questo il messaggio lanciato dal “Tolstoj del Novecento” ci interpella più che mai nei nostri tempi di disinformazione, di fake news, di nuovi conflitti. Riusciamo a immaginare cosa scriverebbe se vivesse oggi, corrispondente di guerra nella sua dilaniata Ucraina?

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