Van Gogh, uno di noi

Dopo 22 anni torna il grande pittore. Settanta opere ne descrivono il difficile percorso creativo.
Van Gogh
Dimenticare i girasoli. I cieli stellati, i campi di grano sotto i corvi neri. La rassegna romana non offre questi capolavori. Piuttosto i diari di Vincent, le lettere che scrive in francese o in fiammingo al fratello Theo, annotando i progetti dei dipinti, anzi, fornendogliene un disegno sommario. Dov’è il pittore folle, l’allucinato visionario degli astri roteanti? Qui c’è un giovane uomo fiammingo che impara a disegnare, traccia studi di paesi, di case, di persone. Comincia da autodidatta il cammino dell’arte.

 

Se ha un pregio, ed una originalità, questa mostra, è quello di far capire al visitatore che artisti si può anche nascere, ma occorre poi lavorarci e sudare per poter esprimere il proprio talento. La genialità non basta, da sola, a riuscire a dire qualcosa di grande.

In un disegno come Il fosso (1884), Vincent raffigura steli toccati da lumeggiature bianche su di un fondo grigio. L’amore per la natura è reso con una precisione metodica, non c’è traccia del furore con cui egli più tardi evocherà con tratti sommari quello che vede. La tela Verso sera (1885) sembra un dipinto di Corot, tanto i colori sono ombrosi e la luce bassa evoca penombre. La pittura di Vincent è ancora scura, terrosa in questi anni in cui sta vicino alla gente semplice, in Olanda. Osserva e ritrae facce contadine, donne, mangiatori di patate; luoghi cittadini come stazioni, panetterie, fabbriche. Cerca uno stile personale.

E fa fatica.

 

Nel 1886 volta pagina, con una di quelle decisioni che sembrano improvvise, quando invece sono state maturate a lungo fino ad esplodere come una necessità insopprimibile. Vincent ha bisogno di respirare. Va a Parigi, a Montmartre, dove vivono tutti gli artisti. Ha 33 anni, voglia di libertà, di oltrepassare la pittura dei colleghi olandesi.

A Parigi si sveglia. È la città, l’incontro con artisti come Seurat, Pissarro, Gauguin, Toulouse-Lautrec. Personalità diverse da lui, ma il cui contatto gli fa bene, lo aiuta a schiarire la tavolozza, a dedicarsi alle vedute cittadine e ai ritratti con un stile più “suo”. La Veduta di Montmartre dietro al Moulin de la Galette (1887) è tratteggiata a strisce sottili e carnose di colore. Vincent sembra volare sopra i tetti blu, i monti lontani, il fumo delle fabbriche. Una visione più che una veduta: quest’uomo tende sempre ad oltrepassare la realtà. L’influenza dei colleghi, nel caso di Seurat, si fa ancora sentire: l’Interno di un ristorante (1887) a Parigi è descritto con la tecnica del “puntillinismo”, gocce di colore che evocano tavoli e vasi di fiori.

 

Ma la città non gli basta. Lo si nota dall’irrequietezza negli autoritratti, è ispido e teso. Scende in Provenza. Ed è amore a prima vista. La campagna che egli descrive certo non esiste più, non è forse nemmeno mai esistita. Ma l’occhio con cui egli la guarda è quello di uno che ritrova nella natura la forza vitale. Uno sguardo che forse è ancora il motivo inconscio che oggi spinge la gente a fuggire dalle metropoli e ad andare a vivere nelle cittadine accanto, fra le colline, dove si può “ascoltare” meglio la natura; cosa che al pittore riesce in modo straordinario. Perciò la campagna di Vincent è un fatto emozionale, che diventa poi spirituale, ricreato fino all’ossessione. Van Gogh è quel poeta, quel mistico che c’è in ciascuno di noi. Ed egli lo esprime in toni poetici universali. Gli albicocchi in fiore, del 1888, due anni prima della morte, sono reali o non sono che una trasfigurazione della primavera, così viva come le pennellate bianche e cerulee che la ricreano?

Non importa. Vincent carica le tele delle parole anche tumultuose della sua anima. Di qui l’elettricità della tavolozza, i colori acuti e spessi. La città è lontana, anche se non dimenticata, visto che vi espone le sue opere. Ma nella campagna Vincent ha trovato, almeno per un poco, la sua via. Faticosamente, come ciascuno di noi.

 

Vincent van Gogh. Campagna senza tempo – Civiltà moderna. Roma, Vittoriano, fino al 6/2 (cat. Skira).

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