Una vita tra i fornelli (e non solo…)

Ada Schweitzer detta Vitt. I suoi anni "pionieristici" accanto alla fondatrice dei Focolari.
Alimentazione

«Ho tolto le pentole di mano a Chiara». Questa frase, pronunciata quasi con orgoglio da Ada Schweitzer detta Vitt, indica quasi un prima e un poi nella vita del primo focolare di piazza Cappuccini a Trento, dove inizialmente la giovane Lubich, rimanendo in casa a studiare (era iscritta a filosofia), faceva da mangiare alle sue compagne fuori per lavoro. Dal momento invece in cui venne sollevata da tale incombenza, poté dedicare tutto il tempo ed ogni sua energia al nascente movimento.

Trentina come la fondatrice dei Focolari e sua fedele collaboratrice per lunghi anni, Vitt (che, fra l’altro, è parente del celebre medico missionario Albert Schweitzer, suo pro-zio) è una vivace ultraottantenne che, accogliendomi nella sua casa sui Castelli Romani, interrompe il suo lavoro: con quelle mani che mai sono state inoperose stava cucendo una bellissima coperta di lana dai molti colori.

«Ho la testa che non mi funziona bene, ma quello che ho qua (e indica il cuore) non si cancella», sorride accingendosi a tirar fuori dal suo “tesoro” – che chi la conosce afferma essere inesauribile – aneddoti ed episodi che hanno segnato la storia dei Focolari. Ecco ad esempio un “fioretto” che risale al tempo di piazza Cappuccini, dove Vitt andò a vivere dopo aver vinto la strenua opposizione dei suoi. L’episodio s’inquadra durante le privazioni del secondo conflitto mondiale.

Un giorno bussa alla porta del primo focolare un povero, uno dei tanti che si rivolgono lì con la certezza di ricevere un aiuto. Dopo averlo accolto, Vitt si consulta con Chiara: «Cosa abbiamo in casa?», s’informa lei. «Soltanto un uovo…». «Beh, faglielo sbattuto con lo zucchero insieme all’albume, così aumenta». Oggi Vitt confessa candidamente: «Quell’uovo lo avrei mangiato con gli occhi, dalla fame che avevo». Il povero, però, dopo un assaggio lo risputa nella tazza. Avvilita per quello spreco, considerati i tempi che corrono, Vitt cerca comprensione da Chiara, che la rassicura: «Che importa? Noi l’abbiamo dato a Gesù». Il giorno stesso la provvidenza ne fa arrivare dodici di uova. «Dare, dare a Gesù tutto quello che si aveva: questa era la vita con Chiara».

 

Nel 1952 Vitt viene invitata a seguirla a Roma, dove già dalla fine degli anni Quaranta si va diffondendo velocemente l’ideale dell’unità. Sono tempi pionieristici in cui manca tutto tranne l’entusiasmo, e nel focolare di viale XXI Aprile si vive un po’ pigiate. «La sera la sala da pranzo diventava dormitorio. Come materassi e coperte usavamo i nostri cappotti. Anche lì, quando non mi dedicavo ad altri lavori, ero io a preparare i pasti».

L’anno precedente sono cominciati i colloqui di Chiara al Santo Uffizio, che deve esaminare il nuovo movimento per valutarne la dimensione ecclesiale. L’inchiesta durerà fino al 1961. È un periodo molto sofferto (anche perché bisogna rispondere di accuse che poi si riveleranno infondate), dove la sospensione è pane quotidiano, pur nella certezza che quella iniziata sotto le bombe della guerra è un’opera di Dio.

«Chiara aveva il vincolo della segretezza – dice ancora Vitt –. Noi però sapevamo di quei colloqui. La mattina prendevamo tutte insieme il tram fino a piazza San Silvestro e da lì accompagnavamo Chiara alla chiesa del Gesù, dove ci diceva: “State qui a pregare, non muovetevi finché torno”. Quando era sicura che non guardavamo lei ma il tabernacolo, usciva a prendere il bus per recarsi in Vaticano. La vedevamo arrivare più tardi abbattuta e con i segni che aveva pianto, ma non diceva neppure una parola». Ma il chicco di grano sottoterra marcisce per portare frutto: anche questo è Vangelo. E infatti, parallelamente allo studio severo ma “materno” da parte della Chiesa, si moltiplicano le vocazioni e nei focolari spuntati qua e là in Italia, non solo a Roma, c’è sempre un viavai di gente che viene ad attingere alla nuova spiritualità.

 

Nel gennaio del 1954, con la morte di padre Tomasi, sacramentino, primo assistente del movimento, a Chiara viene a mancare un sostegno prezioso. La sua prova si fa perciò più cruda. Da allora fino a marzo, nel nuovo appartamento di via Tigrè, una malattia inspiegabile, che ha singolari paralleli con certe esperienze mistiche descritte da san Giovanni della Croce, la costringe a letto. Intanto, l’onorevole De Gasperi, la cui amicizia risale al ’49, le fa arrivare una cospicua somma per curarsi; vengono anche interpellati noti professori, ma tutto sembra inutile.

Preoccupata nel veder peggiorare la salute di colei che ama più di sé stessa, Vitt non sa più che inventarsi per alimentarla. Sfogliando per caso una enciclopedia, scopre che le proteine contenute nella carne riattivano l’organismo e decide quindi di cuocere nel sugo di carne la sola cosa che Chiara riesce a trangugiare: mezza patata lessa. E così per giorni. Grazie a quell’umile espediente (definito poi “la patata col trucco”) Chiara recupera un po’ di forze. Il resto lo fanno le indicazioni di un esperto dietista consultato da Vitt, cosa non usuale all’epoca.

È un fatto che ogni prova vissuta da Chiara serve a “pagare” una ulteriore tappa di un movimento ancora in piena fondazione. Proprio come una madre, che genera nel dolore la sua creatura. Ma la croce è sempre preludio di resurrezione: seguono così per lei periodi di serenità nei quali le ispirazioni per incarnare nella vita concreta il carisma dell’unità si susseguono a getto continuo, dando a chi le è a più stretto contatto la sensazione di essere immerso in un bagno di sapienza.

 

Lettere e, in misura minore, il telefono sono stati fin dagli inizi gli unici mezzi di comunicazione fra i membri del movimento. Da quando però, verso la fine del ’54, a Chiara viene regalato un magnetofono a filo, le sue conversazioni spirituali possono essere moltiplicate, raggiungendo anche le comunità più lontane.

«Più tardi – riprende Vitt – è arrivata anche una cinepresa con cui io ed Eli Folonari (futura segretaria di Chiara per cinquant’anni, ndr) abbiamo cominciato a girare i primi brevi documentari che montavamo, in mancanza di una moviola, con una tecnica primitiva. Rubavo, invece, il tempo al sonno per fare le copie delle bobine».

Vitt, che ha visto aggiungersi anche questo ai consueti compiti casalinghi, non immagina che sarà il seme di un centro audiovisivi da intitolare alla patrona della televisione, santa Chiara d’Assisi.

Un’altra tappa particolarmente dolorosa della vita di Chiara, che vede ancora al suo fianco Vitt in dedizione eroica assieme ad altre focolarine, porta la data del 10 maggio 1957. Quel giorno l’auto su cui viaggia Chiara sbanda sulla via Nomentana e si schianta contro un pino. Lei, sbalzata sull’asfalto, riporta le fratture della clavicola e della scapola, e di tre costole.

Durante i lunghi mesi di convalescenza a Villa Maria Assunta a Grottaferrata, alla forzata inattività fisica corrisponde una intensissima vita spirituale, che Chiara comunica a chi ha intorno ed è linfa che vivifica tutto il movimento, costernato per quella nuova prova.

«Se i muri di quella casa potessero parlare! – esclama Vitt –. Non si può immaginare quello che è successo lì dentro, quando ogni parola che Chiara pronunciava aveva il timbro della sapienza». È luce che scaturisce nelle comuni incombenze quotidiane sotto la stretta di un dolore che la rende ancor più un cuore ed un’anima sola con le sue compagne.

Vitt ricorda: «Ero salita al piano di sopra per portare a Chiara un pigiama pulito. Lei, che doveva avermi sentita salire, apre la porta, guarda il pigiama, e: “Chi l’ha stirato?”. “Io…”, ho risposto un po’ intimidita. “Ma non l’hai fatto per amore…”. Sentendomi dire così, stavo quasi per cadere giù per le scale, senonché lei ha continuato: “No, tu sei stata amore… Aspetta che vado a scrivere questo pensiero!”».

Così è nato quel noto brano (pubblicato su Città nuova del 20 dicembre 1957): «C’è chi fa le cose “per amore”. C’è chi fa le cose cercando di “essere l’Amore”. Chi fa le cose “per amore”, le può far bene, ma credendo di fare un gran servizio ad un fratello, magari ammalato, può annoiarlo con le sue chiacchiere, coi suoi consigli, coi suoi aiuti: con una carità poco indovinata e pesante. Poveretto: lui avrà un merito; ma l’altro avrà un peso. E questo perché occorre “essere l’Amore”», ecc.

 

Non si finirebbe più di ascoltare Vitt, ma per non stancarla le rivolgo un’ultima domanda: riguarda il suo addio a Chiara circa due mesi prima che lei lasciasse questa terra il 14 marzo 2008.

«Non poteva parlare, ed io nemmeno le ho detto niente, ma è come ci fossimo parlate intensamente, gli occhi negli occhi. Nell’andarmene, mi sembrava di portarmi via la sua stessa Parola di vita “Che tutti siano uno”. Ora mi sento quegli occhi di Chiara addosso. E mica posso sbandare tanto ora che lei è più viva di prima, viva dappertutto».

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